1Q84 e Lohengrin

Del mio amore per Richard Wagner in questo blog si trovano molti indizi, soltanto a volerli cercare. Solamente per fare un esempio, trovate qui un post di 5 anni fa, motivato da un’altra inaugurazione wagneriana della stagione scaligera, il memorabile Tristano e Isotta di Daniel Baremboim (direttore) e Patrice Chéreau (regista) con la grandissima (e bellissima e intensissima) Waltraud Meier.

Lohengrin

wikimedia.org/wikipedia/commons

Non avevo mai fai un coming out esplicito (in alcuni ambienti essere wagneriano è qualche cosa di un po’ vergognoso, don’t ask don’t tell, si cambia discorso immediatamente, con un filo d’imbarazzo, e tutti ripetono la battuta di Woody Allen sull’invasione della Polonia). È arrivato il momento di farlo, perché ieri sera, seguendo alla televisione il Lohengrin

Un inciso: la regia non mi è piaciuta neanche un po’, con Lohengrin che sembrava un eroinomane che ti chiede le proverbiali ciento lire grattandosi nervosamente il collo ed Elsa che cadeva continuamente per terra, in un’ambientazione ottocentesca che scopiazzava la celebre edizione dell’Anello del nibelungo di Patrice Chéreau e Pierre Boulez).

Ieri sera, dicevo, ho avuto una modesta illuminazione: ho capito il senso del Lohengrin, che mi sfuggiva, o almeno un possibile senso del Lohengrin grazie a 1Q84 di Murakami Haruki.

Per prima cosa, però, devo spiegare che cosa in Lohengrin mi ha sempre lasciato perplesso. Lohengrin non è considerata una della grandi opere wagneriane, è un’opera di transizione tra le prove giovanili e la concezione (musicalmente e drammaturgicamente rivoluzionaria) della maturità. Musicalmente, l’invenzione secondo me più bella è quella del preludio del primo atto, con quei leggerissimi violini nel registro acuto, che entusiasmaronno (tra gli altri) Charles Baudelaire:

Mi sentii liberato dai legami di pesantezza e ritrovai la straordinaria voluttà che circola nei luoghi alti. Dipinsi a me stesso lo stato di un uomo in preda ad un sogno in una solitudine assoluta, con un immenso orizzonte e una larga luce diffusa. Un’immensità con il solo sfondo di se stessa. Allora concepii l’idea di un’anima mossa in un ambiente luminoso, ondeggiante al di sopra e molto lontano dal mondo naturale.

Questa è l’interpretazione dei Berliner Philharmoniker diretti da Herbert von Karajan (forse, la versione che avevo affisso prima non è più disponibile):

Quello che lascia perplessi, del Lohengrin, è che la storia è insensata. In epoca storica, nel IX secolo, un re tedesco, Enrico l’Uccellatore (una volta i re si chiamavano così, chissà se questo era dedito alla caccia o al bunga bunga) sta facendo una cosa politico-militare assolutamente prosaica: reclutare un esercito per combattere gli ungheresi. Va in Belgio, o comunque si chiamasse allora, nella regione del Brabante, e trova una situazione un po’ strana ma anch’essa tutto sommato credibile: il vecchio re o duca che sia è morto lasciando due figli in tenera età, Elsa e Goffredo, e lasciando detto che fino alla maggiore età della figlia il trono sia retto dal conte Federico di Telramondo. Ma, appena arrivato Enrico, Federico accusa Elsa di aver ucciso il fratellino: per questo non l’ha sposata, maritando invece una certa Ortruda, anche lei di antica schiatta, ma pagana e un po’ fattucchiera. Enrico, un po’ scocciato (ma guarda un po’ se per reclutare un plotone in più mi dovevo trovare in queste beghe dinastiche di provincia, si sarà detto) manda a chiamare Elsa e, dopo aver constatato che straparla, ordina un giudizio di dio: Federico, l’accusatore, si batterà in duello con un campione di Elsa e chi vincerà avrà detto la verità. Il problema è che nessuno vuole battersi per Elsa. Allora arriva una barchetta trainata da un cigno, ne scende un bellissimo misterioso cavaliere (avete indovinato, è Lohengrin) e dice che sarà il campione di Elsa e che dopo aver vinto (cosa su cui non ha nessun dubbio) la sposerà pure e vivranno sempre felici e contenti, ma a una sola precisa condizione: Elsa non dovrà chiedergli mai, ma proprio mai, chi è e da dove viene:

Nie sollst du mich befragen,
noch Wissens Sorge tragen,
woher ich kam der Fahrt,
noch wie mein Nam und Art!

Mai devi domandarmi
né a palesar tentarmi
ond’io ne venni a te
e il nome mio qual è!

Lo canta a 2’52” del clip qui sotto:

È il brano che dà il titolo a una raccolta di saggi di Natalia Ginzburg ed era originariamente un articolo pubblicato su La Stampa del 18 maggio 1969 con il titolo Il nome di Lohengrin. Ne riporto un brano:

La prima opera di cui ebbi notizia nella mia vita, fu il Lohengrin. Me ne parlò mia madre; ed è stata l’unica opera la cui storia m’abbia commosso. Provai e provo ancora per la storditaggine commessa da Elsa un fortissimo dispiacere. Non chiedere niente era così facile. Sono quelle cose di cui non ci si consola mai, come, avendo letto Guerra e pace, non ci si consola mai che Natascia abbandoni il principe Andrej per fuggire con quello stupido di Anatol.
Riguardo alla vicenda di Elsa nel Lohengrin, rodendomi di rabbia pensavo, da bambina, che io mai avrei dato retta alla cattiva Ortruda, mai avrei chiesto a Lohengrin il suo nome. Mi stupivo che un nome potesse destare tanta curiosità (trascuravo il fatto che in me non destava curiosità semplicemente perché io già lo sapevo). Le parole di Lohengrin a Elsa, «Mai devi domandarmi», ancora oggi non posso udirle o sillabarle in me senza un brivido nella schiena. Esse vibrarono per me nell’infanzia del presagio che sarebbero state inutili; suonarono come un comando straziante perché conscio che non sarebbe stato obbedito, carico dell’annuncio d’una catastrofe che avrebbe separato quei due esseri, e di fronte alla quale il ritorno del fratello era una ben magra consolazione per Elsa e per tutti.
«Mai devi domandarmi – né a palesar tentarmi – ond’io ne venni a te – e il nome mìo qual è». La sciocca Elsa invece volle sapere come si chiamasse lui. Pensavo come aveva dovuto rimaner male dinanzi alla deludente rivelazione («Mio padre Parsifal in esso regna – io son Lohengrin suo figlio e cavalier»), dopo la quale s’erano scatenati disastri. Usavo ricostruire la storia dei due a modo mio. Elsa non chiedeva nulla e vivevano felicissimi Oppure lui, Lohengrin, rimaneva con lei nonostante lei gli avesse disobbedito. Perché a un certo punto il fatto che lui se ne andasse per così poco, mi apparve forse ancora più imbecille dell’insensatezza di lei.
Tuttavia capii a un tratto che, con un finale felice, quella storia crollava a terra, ne spariva ogni fuoco. Il segreto della tua grandezza vampeggiava nell’errore e nell’irrevocabilità dell’errore. Era una verità elementare, ma ne rimasi trasecolate, e l’istante in cui ne presi coscienza è stampato nella mia memoria, avendo io allora per la prima volta nella vita intraveduto una superiorità della sventura sulla felicità.
Quando andai a vedere il Lohengrin a teatro, rimasi delusa. Trovai che il cigno era piccolo, una specie di oca, Lohengrin vecchiotto e imbruttito da un elmo troppo grosso, Elsa bassa e vecchiotta e con due code gialle, per niente simile alla alata creatura che soggiornava nella mia immaginazione. Dissi a mia madre che non mi piaceva l’opera a teatro perché la musica copriva le parole. Preferivo quelle parole nella voce di mia madre.
In realtà quelle parole non le riconoscevo a teatro non solo a causa della musica, ma anche perché inghiottite dai gorgheggi e dai trilli. Le trecce d’oro di Elsa e le trecce nere di Ortruda continuarono a vivere in me per mio uso domestico, e persi la speranza di ritrovarle mai a teatro. È possibile che, all’origine del mio scarso interesse per le opere, vi sia quella antichissima delusione. Più tardi, mio marito mi disse che il Lohengrin è una grande opera ma non fra le più grandi. Non gli credetti. Conservo la persuasione che sia l’opera più grande di Wagner. Le parole «Mai devi domandarmi», che mia madre cantava bevendo il caffè al mattino, hanno il magico potere di riportarmi ai felici mattini della mia infanzia e a mia madre.

Resta inspiegato il motivo di questa proibizione. Lohengrin nella scena finale dice che se ne deve andare una volta noti il suo nome e la sua missione, in quanto cavaliere del Graal, ma non spiega un bel niente:

Anche colui che dal Gral è in lontano paese inviato,
ed eletto a campione in difesa della virtù,
non viene punto spogliato della sua santa forza,
finché quale suo cavaliere colà non sia riconosciuto.
Di tale augusta natura infatti è la virtù del Gral,
che, scoperto… ei deve fuggire agli occhi dei profani.
E perciò nessun dubbio dovete nutrire intorno al suo cavaliere;
ma se lo riconoscete… allora se ne deve da voi partire…
Ora udite, com’io ricompenso la vietata domanda!
Dal Gral fui io dunque presso di voi mandato:
Parsifal mio padre ne porta la corona,
e suo cavaliere io sono… chiamato Lohengrin.

Quello che invece ho capito ieri, grazie a 1Q84, è il perché della proibizione: il castello di Montsalvat, dove si conserva il sacro Graal, è in un universo parallelo, eguale al nostro se non per pochi, apparentemente insignificanti dettagli. Ma si tratta di un universo parallelo, collegato al nostro soltanto in uno stato di sovrapposizione quantica, come il gatto di Erwin Schrödinger:

Si possono anche costruire casi del tutto burleschi. Si rinchiuda un gatto in una scatola d’acciaio insieme alla seguente macchina infernale (che occorre proteggere dalla possibilità d’essere afferrata direttamente dal gatto): in un contatore Geiger si trova una minuscola porzione di sostanza radioattiva, così poca che nel corso di un’ora forse uno dei suoi atomi si disintegrerà, ma anche, in modo parimenti probabile, nessuno; se l’evento si verifica il contatore lo segnala e aziona un relais di un martelletto che rompe una fiala con del cianuro. Dopo avere lasciato indisturbato questo intero sistema per un’ora, si direbbe che il gatto è ancora vivo se nel frattempo nessun atomo si fosse disintegrato, mentre la prima disintegrazione atomica lo avrebbe avvelenato. La funzione \Psi dell’intero sistema porta ad affermare che in essa il gatto vivo e il gatto morto non sono stati puri, ma miscelati con uguale peso.

Il gatto di Schrodinger

wikimedia.org/wikipedia/commons

Elsa e Lohengrin (a differenza di Aomame e Tengo) possono coesistere nella stessa «scatola d’acciaio» soltanto finché essa non è aperta, cioè soltanto fino a che il nome e la natura di Lohengrin sono ignoti …

Se poi, a questo punto, vi è venuta voglia di vedere e sentire tutta l’opera, qui c’è l’edizione del 2011 di Bayreuth:

Le previsioni dei meteorologi privati sono distorte?

Ieri (16 novembre 2012) la Repubblica ha pubblicato un’inchiesta di Ettore Livini, “Il gran business del tempo che fa. Guerra di bollettini nel meteo show“. Articolo interessante e ambizioso, che cerca di tenere fede allo standard proposto dal compianto Giuseppe D’Avanzo, posto a epigrafe del sito che la Repubblica e L’Espresso dedicano congiuntamente a questo genere giornalistico:

D'Avanzo

inchieste.repubblica.it

L’inchiesta di Livini tiene fede a un proposito così impegnativo? In prima battuta avrei detto di sì, anche se la chiarezza dei fatti è un po’ offuscata dal registro giornalistico. «E che altro volevi?» qualcuno potrebbe chiedermi. E allora mi spiego meglio. Primo, vorrei che la ricerca di un tono leggero e scherzoso non andasse a scapito della chiarezza delle cose presentate, perché non essere pallosi (per evitare che il lettore smetta di leggere prima che siamo riusciti a comunicargli quello che ci premeva di fargli sapere) non significa non essere rigorosi. Secondo, vorrei che l’articolo avesse una chiara struttura, una gerarchia delle cose che si ritengono importanti rispetto a quelle che si riportano per completezza di cronaca o per semplice colore, e una presa di posizione su quello che il giornalista – proprio sulla base del suo lavoro d’inchiesta e mettendoci la faccia, come si dice (abusatamente) ora – ritiene credibile su base fattuale, rispetto a quello che è stato detto o affermato dagli intervistati, ma che il giornalista riporta senza prestarvi troppa fiducia. Su questi 2 punti, un modello per me inarrivabile continua a essere l’insegnamento di Lorenzo Milani, a proposito sia del modo di condurre un inchiesta, sia di quello di leggere criticamente un articolo di giornale.

Mi vorrei soffermare soprattutto su 2 punti, anche perché – per pura coincidenza – sull’argomento ho appena letto il capitolo (“For years you’ve been telling us that rain is green”) che vi dedica Nate Silver nel suo bel libro (The Signal and the Noise) che recensirò quando l’avrò finito.

  • Per quanto riguarda la nostra capacità di formulare previsioni, le previsioni del tempo – a differenza, ad esempio, delle previsioni economiche – sono una storia di successo. La storia inizia nel 1916, in piena 1ª Guerra mondiale, quando il fisico inglese Lewis Fry Richardson ammazza il tempo libero che il suo lavoro su un’ambulanza dell’esercito inglese nella Francia del nord gli lascia tra un bombardamento e l’altro per formulare un metodo per prevedere il tempo atmosferico (o meglio simulare, dato che il suo obiettivo era il tempo sulla Germania alle 13 del 20 maggio 1910). Per farlo, suddivide la mappa dell’Europa centrale in una griglia di 3 gradi di latitudine e longitudine, quadrati di circa 340 km di lato. Per ognuna occorreva calcolare una serie di parametri chimici e fisici dell’atmosfera e poi osservarne la trasmissione alle celle contigue e nelle ore successive. Un’impresa impossibile senza un computer: e infatti fallì.
    Richardson

    abc.net.au

    Ci riprova nel 1950 il solito John von Neumann (ne abbiamo parlato ampiamente qui, ma se volete sul web c’è anche il suo articolo originale) utilizzando l’ENIAC: ma è costretto a utilizzare una griglia ancora più grande di quella di Lewis Fry Richardson (736 km invece di 340) proprio per la limitazione della memoria interna del computer. ENIAC poteva fare circa 5.000 operazioni al secondo.
    Naturalmente, la potenza delle macchine, come ben sappiamo è aumentata. Ma così anche la complessità del problema: le celle devono essere molto più piccole di 740 o 340 km di lato e devono svilupparsi anche in altezza: dimezzare la dimensione del lato di una cella significa moltiplicare per 8 il numero di celle da calcolare. Poi le condizioni delle celle devono evolversi nel tempo, e anche la “risoluzione” temporale raddoppia al dimezzarsi della dimensione delle celle (un uragano che si muove, diciamo, a 40 km/h transita ogni ora da una cella di 40 km di lato alla successiva, ma ogni mezzora da una cella di 20 km di lato alla successiva).
    Fosse tutto qui, non sarebbe un problema. Ma come dovrebbero sapere tutti quelli che hanno citato almeno una volta la frase sulla farfalla brasiliana e il tornado texano (Predictability: Does the Flap of a Butterfly’s Wings in Brazil set off a Tornado in Texas? era il titolo di una relazione del meteorologo Edward Norton Lorenz tenuta alla American Association for the Advancement of Science a Washington nel 1972, ma la sua scoperta risale al 1963, quando era formulata in modo molto meno evocativo: «One meteorologist remarked that if the theory were correct, one flap of a seagull’s wings would be enough to alter the course of the weather forever) il tempo atmosferico è un sistema caotico, cioè al tempo stesso dinamico e non lineare.
    In pratica e in parole poverissime, questo vuol dire che non basta calcolare una previsione sola, ma bisogna simularne molte, perturbando appena appena le condizioni iniziali, e vedere quali sono più frequenti. Quando leggete che le probabilità di pioggia domani alle 15 a Roma sono del 70% vuol dire che nel 70% delle simulazioni girate sul computer a quell’ora era prevista pioggia.
    Fin qui tutto chiaro? Conclusione: non basta un computer, ci vuole un super-computer, il più potente che c’è, e un esercito di meteorologi. E come accade (o dovrebbe accadere) quando una cosa di rilevantissimo interesse per tutta la popolazione è grande e costosa, intervengono l’interesse e l’intervento pubblici. È quello che succede negli Stati Uniti della libera iniziativa privata e dello Stato minimo, dove il National Center for Athmospheric Research (NCAR) di Boulder, Colorado, è pubblico e dispone di un super-computer, un IBM Bluefire capace di 77 teraFLOPS (77 milioni di milioni di operazioni al secondo), 15 miliardi di volte più veloce di ENIAC. In Europa, abbiamo lo European Centre for Medium-Range Weather Forecasts (ECMRW) di Reading, in Inghilterra, operativo dal 1992 e co-finanziato da 34 Stati, tra cui l’Italia. L’NCAR fornisce i suoi dati gratuitamente, afferma Nate Silver; l’ECMRW – secondo l’inchiesta di Ettore Livini – «per poche lire»; «ci costano poche centinaia di migliaia di euro l’anno», conferma Sanò, il numero uno di ilmeteo.it.
    Conclusione: c’è un’asimmetria di fondo tra produttori pubblici e “produttori” privati di informazione meteorologica: senza minimamente sottovalutare il ruolo che hanno gli uomini e le organizzazioni nell’analisi, l’interpretazione e la comunicazione al pubblico, mi pare evidente che una comparazione che non metta preliminarmente in chiaro questo diverso punto di partenza – oltre a essere ingenerosa nei confronti dei meteorologi pubblici – non aiuta a farsi un’opinione informata.

  • Nate Silver si spinge ad adombrare che siamo in presenza di un caso di concorrenza sleale. Prendendo i dati gratuitamente dall’NCAR e dal National Weather Service (NWS, anch’esso pubblico), privati come AccuWeather e weather.com (il sito di The Weather Channel-TWC) hanno un traffico 10 volte maggiore di quello del NWS, con i correlati proventi pubblicitari.
    Ma il problema non è solo questo. Il problema per noi (cittadini e utenti) è: ci possiamo fidare delle previsioni dei centri privati?
    Livini si limita a riportare il punto di vista di Sanò, senza commenti: «Noi abbiamo tutto l’interesse a fare le migliori previsioni possibili. […] L’Aeronautica si infastidisce per l’arrivo di nuovi protagonisti.» Mi correggo, Livini commenta, ma il suo commento è sconcertante (e, mi perdoni, un po’ stupido): «Se la bontà delle previsioni si misura in clic, ha ragione lui. Il suo sito a ottobre ha macinato 30 milioni di browser unici, cinque volte più del competitor più vicino.» Ma infatti – si direbbe a Roma – la bontà delle previsioni non si misura in clic, non più di quanto la proverbiale bontà della merda si misuri in numero di mosche che la gradiscono.
    In primo luogo, i divulgatori commerciali traducono l’esattezza delle previsioni in pittoresche metafore: le bombe d’acqua, i cicloni mediterranei, Circe Cassandra Cleopatra Lucifero e Caronte… Aiutano davvero a capire meglio o diffondono allarme ingiustificato e impreciso? Certo non è facile dare una risposta, perché bisogna pur sempre “tradurre” il linguaggio dei dati: in fin dei conti anche “parzialmente nuvoloso” e “piogge sparse” sono locuzioni imprecise.
    In secondo luogo, e questo è un problema più grave, non è affatto vero che i privati abbiano interesse a comunicare le migliori previsioni possibili.
    Ma che cos’è, poi, una buona previsione? Il problema se lo pose – per le previsioni del tempo, ma vale anche per quelle economiche – il meteorologo Allan Murphy in un saggio del 1993, What Is a Good Forecast? An Essay on the Nature of Goodness in Weather Forecasting. Murphy distingue 3 modi diversi in cui una previsione può essere buona (o cattiva):

    1. Quella che Murphy chiama qualità e che sarebbe meglio (concordo con Silver) chiamare accuratezza: le condizioni previste corrispondono alle condizioni osservate ex post?
    2. Quella che Murphy chiama coerenza (consistency) e che Silver chiamare onestà: la previsione, al momento in cui è formulata, rispecchia la migliore valutazione del previsore sulla base degli elementi conoscitivi a disposizione?
    3. Quella che tanto Murphy quanto Silver chiamano valore (economico): la previsione ha aiutato i decisori pubblici e privati ad assumere decisioni migliori?

    Queste 3 dimensioni della qualità delle previsioni, come vedremo, non vanno necessariamente di conserva.
    Negli Stati Uniti, dal 2002 Eric Floehr (forecastwatch.com) raccoglie dati che documentano lo scostamento tra il tempo reale e le previsioni: non emerge un chiaro vincitore tra NWS AccuWeather e TWC. Ma emerge un fatto inquietante: dopo 8 giorni, le previsioni non valgono più nulla: non sono in grado di formulare ipotesi più attendibili da quelle che verrebbero da ipotesi fondate sulla persistenza (il tempo continua a essere quello che è al momento della previsione) o sulla climatologia (il tempo sarà quello che storicamente c’è di solito in questo periodo). Anzi, sono un po’ peggiori di quelle che si potrebbero formulare sulla base di persistenza e climatologia. Ma non è questo che ci deve sorprendere: se il tempo è soggetto alle dinamiche del caos, è soltanto normale che dopo un certo numero di periodi di previsione il modello amplifichi il rumore piuttosto che il segnale.
    Quello che ci deve preoccupare, invece, è che – per quanto perfettamente consapevoli di questo – TWC formuli previsioni a 10 giorni e AccuWeather addirittura a 15. Per quanto la risposta non ci piaccia, purtroppo è univoca: non è l’accuratezza, ma la percezione dell’accuratezza che crea valore agli occhi del consumatore.
    Un altro esempio. Le previsioni commerciali (a differenza di quelle del NWS) sono distorte nella direzione di prevedere più pioggia di quanto effettivamente accada (qui stiamo parlando di accuratezza). È una distorsione voluta, perché se piove quando la probabilità prevista era bassa, il consumatore se la prende con il previsore; ma se viene il sole quando era prevista pioggia pensa di aver avuto fortuna.
    È un segreto di Pulcinella che i previsori commerciali non prevedono mai una probabilità di pioggia del 50% (sembra un sintomo di indecisione o di incompetenza), ma lo correggono casualmente in 40% o 60%.
    I meteorologi delle reti locali formulano previsioni ancora più distorte, e sono più intrattenitori che scienziati.

Supercell

pinterest.com

Qui il cerchio si chiude. Ma con una differenza fondamentale. Nate Silver giunge alla conclusione che la spettacolarizzazione delle previsioni meteorologiche va a scapito dell’accuratezza e dell’onestà (dimensioni della qualità a vantaggio dei consumatori) e a vantaggio del valore economico (dei produttori privati). E giunge a queste conclusioni dopo un’analisi serrata e documentata di come si fanno le previsioni meteorologiche. E le sue conclusioni sono utili al lettore (in questo caso, a me).

Livini parte dalla spettacolarizzazione delle previsioni, in apertura del suo articolo, come nota di colore o, a voler essere molto benevoli, come ipotesi da verificare. Ma poi si perde nel pettegolezzo, accumula fatti e opinioni senza orientarvicisi lui stesso e, dunque, senza orientare noi.

Io non ho trovato né paziente faticaforza incoercibile. Non so se Giuseppe D’Avanzo sarebbe stato contento.

Baloney!

L’immortale Scrooge di A Christmas Carol di Charles Dickens risponde al nipote che gli augura un buon natale sotto la protezione divina con un celeberrimo humbug.

“A merry Christmas, uncle! God save you!” cried a cheerful voice. It was the voice of Scrooge’s nephew, who came upon him so quickly that this was the first intimation he had of his approach.
“Bah!” said Scrooge, “Humbug!”

L’espressione è la prima che Scrooge proferisce e lo caratterizza immediatamente e splendidamente, tanto da essere divenuta proverbiale. L’ho usata anch’io per recensire il (brutto) film di Zemeckis.

Ebezener Scrooge

wikimedia.org/wikipedia/commons

L’humbug era originariamente (pare) una caramella alla menta, ma fin dalla metà del XVIII è attestato nel significato di inganno, e poi di sciocchezza. L’OED lo definisce così:

[mass noun] deceptive or false talk or behaviour: his comments are sheer humbug.

È una parola tipicamente britannica. Se Ebenezer Scrooge non fosse stato londinese, ma americano d’elezione come il suo omonimo Scrooge McDuck avrebbe forse esclamato, in circostanze analoghe: Baloney!

In questo caso, andiamo a leggere quello che dice il vocabolario americano Merriam-Webster:

pretentious nonsense : bunkum — often used as a generalized expression of disagreement
Don’t believe all of that baloney.
Just follow my orders, and stop the baloney.

La parola è di creazione recente, essendo attestata dal 1922: un altro buon motivo per cui Ebenezer Scrooge non avrebbe potuto pronunciarla.

La curiosità per noi italiani è che la parola nasce in origine come traslitterazione approssimativa ed erronea di bologna, ossia di mortadella. Di tutte le salsicce importate negli Stati Uniti al seguito degli emigranti, la mortadella era la più grossa ma anche la meno piccante: per questo – pare – è stata utilizzata inizialmente per denotare una persona non particolarmente brillante, e in questa accezione è attestata in un testo pubblicato sul Colliers Magazine del 16 ottobre 1920, intitolato “The Leather Pushers” e scritto da H. C. Witwer:

The aristocratic Kid’s first brawl for sugar was had in Sandusky, Odryo, with a boloney entitled Young Du Fresne,

L’accezione che ha poi preso piede sarebbe stata invece creata da Jack Conway, un redattore di Variety.

Ma la celebrità venne soltanto negli anni Trenta, quando il governatore dello Stato di New York Alfred E. Smith ne fece quasi uno slogan personale:

No matter how thin you slice it, it’s still baloney.
Per quanto sottile l’affetti, mortadella era e mortadella resta!

Su questo blog abbiamo parlato di baloney (traducendolo come bùbbole e panzane) a proposito del decalogo di Michael Shermer.

Cloud Atlas, il film

Il libro lo avevo recensito qui.

Cloud Atlas, il film

salon.com

Ora negli Stati Uniti è uscito l’atteso film. Questo l’incipit della recensione di Salon:

I will tell you in the same breath that “Cloud Atlas” is a flawed and potentially ridiculous work and that I loved it, and can’t wait to see it a second time (and then a third). Indeed, all of that is connected, as the movie itself reminds us — perhaps too many times.

Se vi ho incuriosito e volete leggere il resto, lo trovate qui: Pick of the week: The overblown, funny, romantic “Cloud Atlas” – Salon.com.

Ragno e mosca: son et lumière

Una foto straordinaria, che ho trovato qui: Image of the Day – The Scientist Magazine®. Un ragno di 100 milioni di anni fa, intrappolato dall’ambra nel momento in cui attaccava una mosca.

Ragno e mosca

the-scientist.com | Photo Credit: Wikimedia, Oregon State University

Rancio e mosca è anche un brano della Nuova compagnia di canto popolare, cantata ai suoi bei dì dal grande Patrizio Trampetti:

Esce lu rancio dalla ranceria
pe’ se mangià la mosca malandrina
rancio e mosca e fuje madama ca mammeta sosca
sempe lu rancio va appriesso alla mosca
Esce il topo dalla toperia,
pe’ se mangià il rancio malandrino
topo, rancio e mosca e fuje madama ca mammeta sosca
sempe lu rancio va appriesso alla mosca
Esce la zoccola dalla zoccoleria
pe’ se mangiare il topo malandrino,
zoccola, topo, rancio e mosca e fuje madama ca mammeta sosca
sempe lu rancio va appriesso alla mosca.
Ed esce il gatto dalla gatteria
pe’ se mangià la zoccola malandrina
gatto, zoccola, topo, rancio e mosca e fuje madama ca mammeta sosca
sempe lu rancio va appriesso alla mosca.
Esce il cane dalla caneria,
pe’ se mangiare il gatto malandrino,
cane, gatto, zoccola, topo, rancio e mosca e fuje madama ca mammeta sosca
sempe lu rancio va appriesso alla mosca
Esce il ciuccio dalla ciucceria
pe’ se mangiare il cane malandrino
ciuccio, cane, gatto, zoccola, topo, rancio e mosca e fuje madama ca mammeta sosca,
sempe lu rancio va appriesso alla mosca.
Esce il cavallo dalla cavalleria,
pe’ se mangiare il ciuccio malandrino
cavallo, ciuccio, cane, gatto, zoccola, topo, rancio e mosca e fuje madama ca mammeta sosca
sempe lu rancio va appriesso alla mosca.
Ed esce il porco dalla porcheria
pe’ se mangià il cavallo malandrino
puorco, cavallo, ciuccio, cane, gatto, zoccola, topo, rancio e mosca e fuje madama ca mammeta sosca,
sempe lu rancio va appriesso alla mosca.
Esce il voia dalla voieria,
pe’ se mangiare il porco malandrino
voia, puorco, cavallo, ciuccio, cane, gatto, zoccola, topo, rancio e mosca e fuje madama ca mammeta sosca,
sempe lu rancio va appriesso alla mosca.
Esce la tigre dalla tigreria
pe’ se mangiare il voia malandrino
tigre, voia, puorco, cavallo, ciuccio, cane, gatto, zoccola, topo, rancio e mosca e fuje madama ca mammeta sosca,
sempe lu rancio va appriesso alla mosca.
Esce il lione dalla lioneria,
pe’ se mangià la tigre malandrina
lione, tigre, voia, puorco, cavallo, ciuccio, cane, gatto, zoccola, topo, rancio e mosca e fuje madama ca mammeta sosca
sempe lu rancio va appriesso alla mosca.

I 70 anni di Felice Gimondi

Il 29 settembre Felice Gimondi ha compiuto 70 anni, essendo nato a Sedrina il 29 settembre 1942.

Felice Gimondi

biografieonline.it

Dei 3 personaggi pubblici che compiono gli anni il 29 settembre della canzone composta da Mogol e Battisti e portata al successo nel 1967 dall’Equipe84 – Silvio Berlusconi (1936), Pier Luigi Bersani (1951) e Felice Gimondi – quest’ultimo è senz’altro il mio preferito.

C’è una generazione di miei coetanei milanesi che in quei primi anni Settanta si riconosceva nel trinomio Inter-Simmenthal-Gimondi, forse in contrapposizione all’altro trinomio (certamente di molto inferiore) Milan-Ignis-Motta: ma chi non condivide quelle coordinate crono-spaziali di certo non può capire. E allora si accontentino, loro che non c’erano, alla sua biografia ufficiale (che riprendo da Linkiesta):

Felice Gimondi è nato a Sedrina (Bergamo), il 29 settembre 1942. Dopo una brillante carriera dilettantistica culminata con la conquista del Tour de l’Avenir (1964), è passato professionista nel 1965, centrando subito un traguardo d’immenso prestigio: il Tour de France. Complessivamente, in 14 anni di carriera, Gimondi ha ottenuto 81 vittorie, cui vanno aggiunte 59 circuiti, ha vestito per 24 giorni la maglia rosa e 19 quella gialla. Questi i suoi principali successi: un Tour (1965), tre Giri d’Italia (’67, ’69 ’ 76), una Vuelta (’68), un campionato del mondo (’73), due campionati italiani (’68 e ’72), due Giri di Lombardia (’66 e ’73), una Milano-Sanremo (’74), una Parigi-Roubaix (’66), due Parigi-Bruxelles (’66 e ‘76), due Gran Premi delle Nazioni a cronometro (’67 e ’68), due Trofei Baracchi (’68 con Anquetil e ’73 con Rodriguez), sette tappe al Giro d’Italia e sette al Tour.

Linkiesta ha pubblicato anche, proprio il 29 settembre, una bella intervista di Pier Augusto Stagi, il direttore di tuttoBICI e tuttobiciweb.it, che vi consiglio di andare a leggere per intero: Felice Gimondi compie 70 anni: “Il momento più triste? La morte di Pantani”. Io ne cito soltanto la piccolissima parte che si riferisce a Lance Armstrong, che condivido, e della diversa posizione su Contador, che condivido anch’essa.

Cosa pensi del caso Armstrong?
Bisogna conoscere bene le carte e tutta la vicenda, ma dico solo una cosa: se Armstrong non è mai risultato positivo in carriera, deve poter mantenere tutte le sue vittorie. È come se oggi la Polstrada mi desse una multa perché superai i 130 km orari tanti anni fa, quando non c’era ancora quel limite di velocità.

E del caso Contador?
C’è stata una positività giusto togliergli il Tour, ma il Giro del 2011 vinto sulla strada senza macchia è da ritenere suo.

Antonio Mattei, Prato

adambalic.typepad.com

Il 29 settembre compiono gli anni anche i biscotti di Prato di Antonio Mattei (quelli che gli altri chiamano cantucci, ma la ricetta originale è quella di Mattei), che li produce dal 29 settembre 1858. Li offro virtualmente a Gimondi, che sa anche scherzare sul suo nome:

Felice, come ti senti?
Felice per l’affetto di tanti amici, tanti sportivi. Felice di essere ancora considerato Gimondi.

Verso un bis di Monti? Un precedente storico

Paganini non ripete

(dalle Vite degli uomini illustri, di Achille Campanile)

Quando Paganini, dopo un ultimo, interminabile, acrobatico geroglifico di suoni rapidissimi, ebbe terminata la sonata, nel salone del regal palazzo di Lucca scoppiò un applauso da far tremare i candelabri gocciolanti di cera e iridescenti di cristalli di rocca, che pendevano dal soffitto. Il prodigioso esecutore aveva entusiasmato, come sempre, l’uditorio.

Calmatosi il fragor dei consensi e, mentre cominciavano a circolare i rinfreschi e d’ogni intorno si levava un cicaleccio ammirativo, la marchesa Zanoni, seduta in prima fila e tutta grondante di merletti veneziani intorno alla parrucca giallastra, disse con la voce cavernosa e fissando il concertista con un sorriso che voleva essere seducente tra le mille rughe della sua vecchia pelle:

– Bis!

Inguainato nella marsina, con le ciocche dei capelli sugli occhi, Paganini s’inchinò galantemente, sorrise alla vecchia gentildonna e mormorò a fior di labbra:

– Mi dispiace, marchesa, di non poterla contentare. Ella forse ignora che io, per difendermi dalle richieste di bis che non finirebbero mai, ho una massima dalla quale non ho mai derogato, né mai derogherò: Paganini non ripete.

La vecchia signora non lo udì. Con un entusiasmo quasi incomprensibile in lei, ch’era sorda come una campana, continuava a batter le mani e a gridare, con le corde del collo tese come una tartaruga:

– Bis! Bis!

Paganini sorrise compiaciuto di tanto entusiasmo ma non si lasciò commuovere. Fe’ cenno alla vecchia dama di non insistere e ripeté con cortese fermezza:

– Paganini non ripete.

– Come? – fece la vecchia che, naturalmente, non aveva sentito.

– Paganini – ripeté il grande violinista, a voce più alta, – non ripete.

La vecchia sorda non aveva ancora capito. Credé che il musicista avesse consentito e si dispose ad ascoltare nuovamente la sonata. Ma, vedendo che il celebre virtuoso s’accingeva a riporre lo strumento nella custodia, esclamò afflitta:

– Come? E il bis?

– Le ho già detto, signora, – fece Paganini – Paganini non ripete.

– Non ho capito – disse la vecchia.

– Paganini non ripete – strillò Paganini.

– Scusi, – fece la vecchia – con questo brusio non si arriva ad afferrar le parole. Parli un po’ più forte.

Il violinista fece portavoce delle mani attorno alla bocca e le urlò quasi all’orecchio:

– Paganini non ripete!

La vecchia scosse il capo.

– Non ho capito le ultime parole – gridò, come se sordo fosse l’altro.

– Non ripete, non ripete, Paganini non ripete! – strillò il virtuoso.

La vecchia fece una faccia allarmata. – Si vuol far prete? – domandò.

– Ma no – urlò Paganini sgomento. – Paganini non ripete.

– Ha sete? – fece la vecchia.

E volta ai domestici in livrea, che circolavano coi vassoi:

– Un rinfresco al nostro glorioso violinista.

– Ma che sete! – esclamò questi. – Che rinfresco!

– Via, via, il bis ora – insisté la vecchia, convinta che il concertista stesse per contentarla.

Ma questi di nuovo s’inchinò con perfetta galanteria e:

– Le ripeto – disse – che Paganini non ripete.

– Quel pezzo ultimo – continuava la sorda.

– Paganini non ripete! – urlò il violinista proteso sull’orecchio di lei, facendo svolazzare i merletti veneziani, che le pendevano dalla gialla parrucca. – Quante volte glielo debbo ripetere?

– Una volta, – fece la vecchia che era riuscita ad afferrare l’ultima frase e credé che Paganini le domandasse quante volte doveva ripetere la sonata – una sola volta mi basta.

– Ma Paganini non ripete – ripeté Paganini.

– Va bene, va bene –, replicò la vecchia, che questa volta aveva capito e credé che Paganini non volesse ripetere la frase detta – non occorre che me lo ripeta, ho capito benissimo; mi basta che faccia il bis.

– Paganini – strillò Paganini con quanto fiato aveva in gola – non ripete, non ripete, non ripete!

La vecchia fe’ cenno di non aver capito. Paganini si vide perduto. Si volse al gruppo degli altri invitati che si erano affollati intorno a loro attratti dalla scena e disse in tono disperato:

– Fatemi il favore, diteglielo voi. Non ha ancora capito che non ripeto. Gliel’ho ripetuto venti volte, glielo sto ripetendo: non ripeto! Quante volte glielo debbo ripetere?

Il tabacco, lo starnuto, l’orgasmo

Trovo in un libro che sto leggendo con molto gusto (Rome di Robert Hughes, lo scrittore e critico d’arte australiano recentemente e prematuramente scomparso) una notizia curiosa e un’informazione a me ignota:

He [papa Urbano VIII] also – to descend from the serious to the absurd – issued a Papal Bull, in 1624, that made smoking tobacco punishable by excommunication. The reason was that when smokers sneezed, their convulsion resembled orgasm, and this struck Urban as a mortal sin of the flesh. [Posizione Kindle: 5738]

Urbano VIII (Caravaggio)

wikipedia.org

Purtroppo non sono riuscito a trovare il testo della bolla papale citata, né dunque una conferma dell’affermazione di Robert Hughes. Né posso chiederlo a lui, per i motivi spiegati sopra. Sono riuscito soltanto a scoprire che bolla papale in questione, la Cum Ecclesia, è del 30 gennaio 1642 e trae lo spunto da diffuso consumo di tabacco nell’archidiocesi di Siviglia.

Urbano VIII (Pietro da Cortona)

wikipedia.org

Il divieto – affermano gli esegeti – non era però limitato alla sola Spagna, ma riguardava il consumo di tabacco in tutte le chiese e in tutte le sue forme. Anche nelle sacrestie, dove il celebrante si preparava al sacramento spiritualmente e materialmente, indossando i sacramenti, e nel coro, luogo «deputatus ad divinas laudas decantandas, & non ad excitanda corsporis excrementa». Giovanni Battista Neri – fonte di questa dissertazione che trovo riportata in Il giudice e l’eretico. Studi sull’inquisizione romana di John Tedeschi – si pone il problema se i sacerdoti possano fumare a casa loro e giunge a una conclusione negativa, soprattutto per il sacrilegio che potrebbe derivare se la nausea indotta dal tabacco inducesse a vomitare l’ostia consacrata! Ma neppure ai fedeli è lecito fumare durante le funzioni, perché il tabacco induce a distrarsi e a parlottare; a starnutire, a soffiarsi il naso e a sputare, a suscitare parossismi d’ilarità. Nulla sulla supposta affinità tra lo starnuto indotto dal tabacco e le espressioni tipiche dell’orgasmo sessuale: anzi, molti commentatori più tardi sostennero (mantenendo un’espressione seria, suppongo) «che l’uso del tabacco, moderatamente preso non solo è utile, ma posso dire anche necessario a’ preti, monaci e frati, ed altri religiosi che devono, e desiderano menar vita casta, e reprimere que’ moti sensuali, che cotanto infastidiscono […] perché la causa naturale della libidine è il calore, ed humidità, quando questa venga con l’uso del tabacco disseccato, non si sentono quelli moti libidinosi così violenti».

Il giudice e l'eretico

amazon.com

Eppure, appena letto l’osservazione sul rapporto tra starnuto e orgasmo mi è scattato sùbito un piccolo relais nella testa, l’irrelevance detector. Dove avevo già letto di una connessione tra orgasmo e starnuto?

Nel primo romanzo di John Irving, Setting Free the Bears. Nel romanzo, l’io narrante legge a un certo punto un libro (fittizio) di educazione sessuale scritto da 2 professori danesi e intitolato The ABZ of Love e si imbatte nella seguente affermazione:

Letting off a thoroughly good sneeze is a natural, spontaneous, frank action of which some people really are a little afraid in the same way that they are afraid of being spontaneous and letting themselves go in their sex lives.
It has been contested that there must be a direct connection between a person’s ability to have a thoroughly good sneeze and the ability to have a satisfying orgasm. [p. 337]

Alcune pagine dopo, il protagonista utilizza questa affermazione come forma di corteggiamento:

They were good trout, though. They made Gallen sneeze – a snit of a sneeze, half caught in her hand. And I said, ʹHa!’
ʹWhat do you mean, ʺHaʺ?ʹ she said’
And I reminded her:ʹ ʺLetting off a thoroughly good sneeze is a natural, spontaneous, frank action of which some people really are a little afraid.ʺ And stopped there, to see what sheʹd do. [p. 352]

Il corteggiamento va a buon fine. E, per farla breve, in tutto il resto della storia d’amore tra Graff (il protagonista) e Gallen lo starnuto diventa sinonimo e metafora dell’orgasmo…

Setting Free the Bears

amazon.com

Ian McEwan – Sweet Tooth

McEwan, Ian (2012). Sweet Tooth. London: Jonathan Cape. 2012. ISBN 9781448139736. Pagine 338. 14,28 €

Sweet Tooth

wikipedia.org

Sono un antico lettore di Ian McEwan. Non mi ricordo come l’ho scoperto, ma ricordo di aver letto In Between the Sheets nel 1979 (ho tirato fuori dalla libreria la mia copia ingiallita, un paperback Picador pagato 7.000 lire in un’epoca in cui, testimonia un biglietto Atac utilizzato come segnalibro, un biglietto dell’autobus costava 400 lire) ed esserne stato turbato. Poi, penso di aver letto quasi tutto quello che ha pubblicato (tranne il primo dei suoi libri per bambini, Rose Blanche, e le sue opere teatrali) e di essermi precipitato a farlo all’uscita del libro. Questo Sweet Tooth non fa eccezione: l’ho prenotato da Amazon e ho cominciato a leggerlo appena me l’hanno scaricato, meno di una settimana fa.

E qui sorge il primo problema: naturalmente ho letto anche il romanzo precedente di McEwan, Solar, e con grande divertimento se è per quello, ma non l’ho recensito. Conto di farlo, come conto di recensire un altro libro che ho letto e non recensito, Operation Mincemeat di Ben Macintyre che – come spiegherò tra breve – è di una qualche rilevanza per il romanzo di McEwan.

Il romanzo di McEwan forse non è uno dei suoi grandi capolavori (la mia predilezione va a Enduring Love e a Black Dogs) ma è molto bello e vi consiglio vivamente di leggerlo.

Ciò premesso, ho una serie di osservazioni da fare. Lascerò per ultima la più rilevante, che ha però il difetto di contenere uno spoiler: lo segnalerò debitamente e chi lo vuole può smettere di leggere (anche se non è un thriller e nemmeno una spy story nel senso usuale del genere).

* * *

Prima osservazione (pedante). Un intero episodio del romanzo (nel capitolo 15) è costruito attorno al Problema di Monty Hall, molto noto e non soltanto agli addetti ai lavori (è un problema di teoria della probabilità). Chi non avesse idea di che cosa stiamo parlando può andare a guardare la pagina che gli dedica Wikipedia. Su questo blog, ne ho parlato ampiamente recensendo Information di Hans Christian von Baeyer. La protagonista del romanzo, Serena Frome, lo illustra così (riporto soltanto l’inizio):

‘This was going the rounds among Cambridge mathematicians when I was there. I don’t think anyone’s written on it yet. It’s about probability and it’s in the form of a question. It comes from an American game show called Let’s Make a Deal. The host a few years ago was a man called Monty Hall. Let’s suppose you’re on Monty’s show as a contestant. Facing you are three closed boxes, one, two and three, and inside one of the boxes, you don’t know which, is a wonderful prize – let’s say a…’ [posizione Kindle 2987]

Qui McEwan (che negli Acknowledgements ringrazia per l’aiuto sull’argomento 2 accademici inglesi, Graeme Mitchison e Karl Friston) è abbastanza prudente da far dire alla sua eroina «I don’t think anyone’s written on it yet.» Ma a me non pare sufficiente. Il problema in questione ha una data di nascita (il 1977, anche se la Lettera al curatore della prestigiosa rivista The American Statistician compare sul numero 1 del 1975, immagino per uno sfasamento tra data di riferimento e data di effettiva pubblicazione abbastanza frequente nelle riviste scientifiche) e un singolo autore (il Dr. Steven Selvin, attualmente professore di biostatistica alla School of Public Health dell’Università di California a Berkeley). Lo stesso Selvin scrive su un suo profilo ufficiale:

A small but surprising “accomplishment” in his classroom teaching career is the “Monty Hall problem”. In 1977, Professor Selvin created a problem using the Monty Hall quiz show to illustrate a specific probability concept. The problem continues to this day to receive unbelievable notoriety, re-publication and internet attention. The “Monty Hall Problem” appears in economic textbooks and periodicals from the New York Times to Parade Magazine, as well as hundreds of internet sites (see http://en.wikipedia.org/wiki/Monty_Hall_problem). Reaction to the Monty Hall problem has created enough letters, emails and other attention to fill two large binders. To paraphrase Andy Warhol, “everyone gets 15 minutes of fame.”

La conversazione che ho trascritto sopra tra Serena e Tom si svolge alla fine del 1973. A me sembra molto improbabile che il problema – un problema così bello ed elegante, credetemi sulla parola, da diventare un meme citato da moltissimi e in moltissime occasioni – potesse circolare a Cambridge, in Inghilterra, 4 anni prima di essere stato ideato e pubblicato da uno statistico operante in California su una rivista prestigiosa come potrebbe essere Nature o Science per un biologo. Se fossi Selvin sarei certamente lusingato di essere anche entrato a far parte di un romanzo di McEwan, ma forse avrei gradito (e forse preteso) un riconoscimento esplicito negli Acknowledgements da parte di McEwan. Magari al posto di quello ai 2, Mitchison e Friston, che non gli hanno evitato la gaffe.

* * *

Alla vigilia di natale del 1973, in piena crisi energetica, Serena torna alla casa paterna in East Anglia (capitolo 17). Il suo cammino è illuminato da una mezza luna. Più tardi la luna è più alta nel cielo. Vediamo insieme:

I took the six thirty, got in just before nine, and walked from the station, crossing the river then following by a clear half-moon the semi-rural path along it, past dark boats tethered to the bank, inhaling air icy and pure, blown in across East Anglia from Siberia. [3338]

The moon was higher now and the touch of frost on the grass was light, even more tasteful than our mother’s efforts with the spray can. [3418]

Freed from Luke’s anecdotes, I went quickly, retracing the route we had come by, and then I cut across the grass, feeling the frost crunch pleasantly underfoot, until I was right by the cloisters, well out of the half-moon’s light, and found in the near darkness a stone protrusion to sit on and turned up the collar of my coat. [3455]

I stepped out onto the moonlit grass and saw my sister and her boyfriend on the path a hundred yards away, and I hurried towards them, keen to apologise. [3470: tutti i corsivi sono miei]

Tutto questo per farvi capire che il riferimento alla lune non è casuale. Un critico letterario potrebbe dire che l’illuminazione della mezza luna è co-protagonista, con Serena, di tutta questa scena algida e notturna. Peccato solo che la luna alla vigilia di Natale del 1973 non splendesse nel cielo inglese: era luna nuova. Una notte illune, direbbe un poeta.

Perché la faccio tanto lunga? Non sono ammesse le licenze letterarie? Vorrei fare, in proposito, 2 osservazioni. Sono opinioni personali e sono certo che molti dei miei pochi lettori non condivideranno:

  1. Anche se la distinzione non è poi così netta, introdurre una distinzione tra letteratura realistica e letteratura di fantasia mi aiuta a spiegare meglio quello che intendo dire. In una prospettiva fantastica, l’autore è libero di inventarsi la topografia della sua storia, Macondo o la Fortezza Bastiani o il Castello di Kafka o New Crobuzon. Ma se stiamo parlando della New York di Paul Auster o della Londra di Dickens ci aspettiamo una topografia aderente alla realtà; e aderente alla realtà io vorrei anche le fasi lunari, in un romanzo realistico, a differenza del tocco di colore che sono disposto ad accettare in un brano lirico o fantastico.
  2. Ma non sarà, poi, che la lettura nell’era dell’iPad comincia a essere un’esperienza diversa? Lo so che, detta così, può sembrare un’osservazione elzeviristica alla Francesco Merlo. Eppure, a me capita abbastanza spesso di andare a cercare un riferimento o un’immagine su Google mentre leggo, per pura curiosità e perché il costo di soddisfarla è minimo. [E se in quello che dico c’è un po’ di verità, allora anche il romanziere, quanto meno il romanziere realistico della tradizione cui mi pare appartenere McEwan, ha qualche dovere in più in materia di fact-checking.] Vi faccio un esempio: stavo leggendo il riferimento alla «lattice steel cavern of the Brighton terminus» [4377] e mi è venuta la curiosità di vedere come fosse la stazione di Brighton. Et voilà:
Brighton

photoeverywhere.co.uk

Naturalmente, un errore tira l’altro. E così, una decina di giorni dopo la vigilia di natale, «[i]t must have been January 3rd or 4th, another of our Friday evenings» [4529] «[t]here was supposed to be a waning half-moon, but it had no chance against the heavy lid of tangerine cloud.» [3625]. E invece, venerdì 4 gennaio (almeno questo McEwan l’ha controllato) la luna aveva oltrepassato il primo quarto (crescente gibbosa), ma era tramontata poco prima delle 9: non l’avrebbero vista comunque i nostri 2 amanti. E poiché a McEwan, in questo contesto narrativo ed emotivo, quello che stava a cuore era «the heavy lid of tangerine cloud», la frase sulla presenza o l’assenza della luna è alla fine solo d’impiccio.

* * *

Basta pedanterie. Il romanzo si svolge, per lo più, tra il 1972 e il 1974, in un periodo di crisi economica, disordine sociale e terrorismo che è quasi il corrispettivo di quello che il nostro paese avrebbe attraversato qualche anno più tardi. A me ha fatto venire voglia di rileggere The Rotters’ Club (La banda dei brocchi) di Jonathan Coe, ambientato nello stesso cupo periodo, ma in una prospettiva tutta diversa (tra l’altro Coe ha 13 anni meno di McEwan).

* * *

Proprio nelle pagine finali, Ian McEwan capovolge la metafora abituale a proposito delle spalle dei giganti – cui abbiamo dedicato attenzione qui e qui, ma anche qui e qui – e fa scrivere a Tom, a proposito del declino britannico: «Our moment was thirty years ago. In our decline we live in the shadow of giants.» [4653]

* * *

Finora abbiamo (quasi) scherzato. Qui viene il cuore della mia recensione, che però è uno spoiler per chi volesse leggere il romanzo come una storia di spionaggio. Quindi lo scrivo bello grande.

SPOILER

Il romanzo si chiude con un colpo di scena nel capitolo finale, come ogni spy story che si rispetti. Si scopre, nell’ultima lettera di Tom a Serena, che il romanzo che abbiamo appena finito di leggere, scritto in prima persona da Serena, che ne è cioè l’io narrante, è stato in realtà scritto da Tom, che nel romanzo è uno scrittore alle prime armi (e tanto per non lasciarci dubbi sulla sovrapponibilità Tom/Ian nel testo del romanzo sono contenuti alcuni racconti di Tom che sono in realtà prove giovanili di Ian). Fin qui nulla di particolarmente sconvolgente o rivoluzionario: un romanzo a forma di rosa in cui i petali più interni sono rappresentati dalla narrazione in prima persona di Serena, che rinviano alla storia scritta fittiziamente da Tom (strato intermedio) ma realmente da Ian (petali esterni).

Non può sfuggire, almeno a me che l’ho appena riletto, il lieve senso di vertigine che questa struttura ci dà, che è poi lo stesso che ci regala Calvino alla conclusione di Se una notte d’inverno un viaggiatore:

Ora siete marito e moglie, Lettore e Lettrice. Un grande letto matrimoniale accoglie le vostre letture parallele.
Ludmilla chiude il suo libro, spegne la sua luce, abbandona il capo sul guanciale, dice: – Spegni anche tu. Non sei stanco di leggere?
E tu: – Ancora un momento. Sto per finire Se una notte d’inverno un viaggiatore di Italo Calvino. [4782]

Ma il punto che – mi pare – preme a Ian McEwan è il capovolgimento, nel rivelatore capitolo finale, tra lo spionaggio della spia di mestiere (Serena) e lo spionaggio del romanziere (Tom). Sono abbastanza convinto che al cuore di questa riflessione, dell’affinità tra spionaggio e romanzo, o meglio tra spia di professione e professione di scrittore, ci sia la consapevolezza che lo scrittore deve, senza darlo a vedere, essere capace si sottrarre ai suoi personaggi, o meglio alle persone reali che ne costituiscono potenzialmente  il modello, abbastanza informazioni da consentire la creazione ex nihilo dei personaggi e per di più di soppiatto, in modo da non guastarne la naturalezza. E che questa riflessione abbia origine dalla lettura della ricostruzione che  Ben Macintyre fa di Operation Mincemeat, una vicenda di spionaggio culminata nel 1943. Ma lasciamo raccontare a Tom/Ian e poi commentiamo:

[L]et me tell you my favourite spy story. MI5 had a hand in it, as well as Six. 1943. The struggle was starker and more consequential than it is now. In April that year the decomposing body of an officer of the Royal Marines washed up on the coast of Andalucia. Attached to the dead man’s wrist by a chain was a briefcase containing documents referring to plans for the invasion of southern Europe through Greece and Sardinia. The local authorities contacted the British attaché, who at first seemed to take little interest in the corpse or its luggage. Then he appeared to change his mind and worked frantically to get both returned. Too late. The Spanish were neutral in the war, but generally more favourable to the Nazi cause. The German intelligence community was on to the matter, the documents in the briefcase found their way to Berlin. German High Command studied the contents of the briefcase, learned of the Allies’ intentions and altered their defences accordingly. But as you probably know from The Man Who Never Was, the body and the plans were fake, a plant devised by British intelligence. The officer was actually a Welsh tramp, retrieved from a morgue and, with thorough attention to detail, dressed up in a fictional identity, complete with love letters and tickets to a London show. The Allied invasion of southern Europe came through the more obvious route, Sicily, which was poorly defended. At least some of Hitler’s divisions were guarding the wrong portals.
Operation Mincemeat was one of scores of wartime deception exercises, but my theory is that what produced its particular brilliance and success was the manner of its inception. The original idea came from a novel published in 1937 called The Milliner’s Hat Mystery. The young naval commander who spotted the episode would one day be a famous novelist himself. He was Ian Fleming, and he included the idea along with other ruses in a memo which appeared before a secret committee chaired by an Oxford don, who wrote detective novels. Providing an identity, a background and a plausible life to a cadaver was done with novelistic flair. The naval attaché who orchestrated the reception of the drowned officer in Spain was also a novelist. Who says that poetry makes nothing happen? Mincemeat succeeded because invention, the imagination, drove the intelligence. [4636-4647]

Ecco nelle sue tappe principali la sequenza di intervento romanzesco/azione di spionaggio ricostruita da McEwan (e da Macintyre, che McEwan non può citare senza commettere un anacronismo, dal momento che la sua “definitiva” ricostruzione storica è stata pubblicata nel 2010):

  1. Sir Basil Home Thomson, agente segreto britannico, ufficiale di polizia, direttore di carcere, amministratore coloniale della Nuova Guinea e scrittore, pubblica nel 1937 un romanzo, della serie dell’Ispettore Richardson, in cui a un morto viene erroneamente attribuita una diversa identità, sulla base delle carte e dei documenti falsi trovati (ma in precedenza impiantati) sul cadavere.
  2. Il romanzo non ha alcun successo, ma viene letto da un giovane ufficiale della marina inglese che amava la serie: Ian Fleming, il futuro “padre” di James Bond.
  3. Allo scoppio della guerra, Fleming manda ai suoi superiori un memo riservato in cui suggerisce 51 azioni di controinformazione per ingannare i servizi segreti tedeschi.
  4. Il suggerimento n. 28 è il seguente:
    A suggestion (not a very nice one). The following suggestion is used in a book by Basil Thomson: a corpse dressed as an airman, with dispatches in his pockets, could be dropped on the coast, supposedly from a parachute that had failed. I understand there is no difficulty in obtaining corpses at the Naval Hospital, but, of course, it would have to be a fresh one.
  5. L’azione viene realizzata nel 1943, in forma leggermente diversa, e ha successo.
  6. Nel 1950, Duff Cooper, diplomatico britannico che aveva occupato posti di responsabilità durante la guerra, pubblica un romanzo di spionaggio, Operation Heartbreak; al centro della trama, un cadavere galleggiante sulle coste spagnole con documenti tesi a ingannare i tedeschi.
  7. Benché Cooper abbia probabilmente inventato autonomamente la trama, i servizi inglesi decidono di correre ai ripari e autorizzano Ewen Montagu, che aveva guidato l’operazione Mincemeat, a raccontarne i tratti principali in The Man Who Never Was (il testo citato da Tom/Ian a Serena).
  8. Dopo l’apertura degli archivi del controspionaggio per prescrizione dei termini, Ben Macintyre ricostruisce Operation Mincemeat.

* * *

Come di consueto, le mie annotazioni. Riferimenti numerici all’edizione Kindle.

[…] thinking in circles […] [1023]

And feeling clever, I’ve always thought, is just a sigh away from being cheerful. [1246]

[…] it had been raining heavily and the place had a canine smell of damp jeans and hair. [1616]

Let me put it another way. In this work the line between what people imagine and what’s actually the case can get very blurred. In fact that line is a big grey space, big enough to get lost in. You imagine things – and you can make them come true. The ghosts become real. [1975]

He has been doggedly faithful throughout his marriage. His fidelity now seems like one more aspect of the general constriction and failure in his life. His marriage is over, there can be no going back, for how can he live with her now? How can he trust a woman who has stolen from him and lied? It’s over. But here is the chance of an affair. An affair with madness. If she needs help, then this is what he can offer. [2320]

What is missing now is the love, or the guilty memory of love, or the need for it, and that is a liberation. She has become another woman, devious, deceitful, unkind, even cruel, and he is about to make love to her. [2332]

It’s a matter of dishonour, and when it gets out, which it’s bound to, this will be the one act you’ll be remembered for. Everything else you achieved will be irrelevant. Your reputation will rest only on this, because ultimately reality is social, it’s among others that we have to live and their judgements matter. Even, or especially, when we’re dead. [2514]

Looking at pictures with a stranger is an unobtrusive form of mutual exploration and mild seduction. [2574]

No single element of an imagined world or any of its characters should be allowed to dissolve on authorial whim. The invented had to be as solid and as self-consistent as the actual. This was a contract founded on mutual trust. [2835: è importante che McEwan lo dica perché, nonostante la struttura del romanzo, mantiene fede a questo impegno nella sostanza]

Love doesn’t grow at a steady rate, but advances in surges, bolts, wild leaps, and this was one of those. [2956]

Then I kept my thoughts off the worst possibilities by dreaming up a Poisson distribution. [4342]

He said I had to understand, any institution, any organisation eventually becomes a dominion, self-contained, competitive, driven by its own logic and bent on survival and on extending its territory. It was as inexorable and blind as a chemical process. [4456]

I didn’t want to get drunk, not at five in the afternoon. I didn’t want to be sober either. I didn’t want anything, even oblivion.
But beyond existence and oblivion there’s no third place to be. [4467]

I could feel a comfortable bed around me, but who and where I was lay beyond my grasp. It lasted only a few seconds, this episode of pure existence, the mental equivalent of the blank page. Inevitably, the narrative seeped back, with the near details arriving first – the room, the hotel, the city, Greatorex, you; next, the larger facts of my life – my name, my general circumstances. [4487]

Sul ruolo del parlamento, Monti ha ragione o torto?

Cercherò di rispondere alla domanda. Ma va da sé – e ad ogni buon conto lo ribadisco – che la mia risposta sarà personale e fortemente idiosincratica.

Il che non toglie che, in questa vicenda, ci sia più di un elemento oggettivo, che oggettivamente dunque – e non solo soggettivamente – può essere trattato.

Il primo elemento oggettivo è che, se non mi sbaglio e se non sono stato troppo superficiale, nella stampa italiana online è pressoché impossibile trovare il testo integrale dell’intervista rilasciata da Mario Monti a Der Spiegel. Un problema per chi, come me, non legge correntemente il tedesco. Si è costretti a fare riferimento alle sintesi pubblicate dai nostri quotidiani (per esempio, quella di La Repubblica è qui), che però non avevano ritenuto essenziale il passo che ha provocato tante reazioni. Per fortuna, Der Spiegel ha anche un’edizione inglese, in cui l’intervista è pubblicata integralmente (Interview with Italian Prime Minister Mario Monti | ‘A Front Line Between North and South’). Penso che Mario Monti non parli neppure lui correntemente il tedesco: perciò c’è qualche speranza che il testo inglese sia quello realmente originale, almeno per quanto riguarda le risposte di Monti.

Naturalmente, quando ieri (6 agosto 2012) si sono scatenate le reazioni tedesche (bipartisan) alle dichiarazioni di Mario Monti e le contro-reazioni italiane (altrettanto bipartisan), le pagine dei giornali si sono riempite della polemica, senza che si sentisse la necessità di (ri)proporre l’intervista ai lettori, possibilmente nella sua integrità.

E questa è la mia prima considerazione “oggettiva”: il governo Berlusconi è caduto, ma nei mezzi di comunicazione è rimasto il brutto vizio di dare più spazio alle reazioni, cioè alle dichiarazioni contro-dichiarazioni e prese di posizione delle diverse parti, che alla fonte alla base della polemica. L’effetto è che il lettore o spettatore – non essendosi potuto fare un’opinione di prima mano sull’oggetto del contendere – è automaticamente e inconsapevolmente portato a trovarsi d’accordo con lo schieramento d’appartenenza o di riferimento, che parla un linguaggio che gli suona familiare e immediatamente comprensibile. È un effetto di framing che non ha neppure bisogno di stabilire preliminarmente l’ordine del giorno del dibattito (agenda setting): si discute, semplicemente, su un oggetto assente, e ognuna delle parti “crea” il proprio oggetto secondo la propria convenienza (è quello che accade continuamente nelle cosiddette “trasmissioni di approfondimento”, in cui l’assenza di una materia condivisa di discussione consente di rendere di parte i fatti stessi, o la rappresentazione che – latitando i fatti – ne prende il posto). Qui è sparito il testo delle affermazioni di Monti, e ognuno lo ricostruisce come gli fa più comodo (come è più funzionale alla propria argomentazione) senza che nessuno dei giornalisti che raccolgono le “reazioni” si senta in dovere di chiedere: «Scusi, ma di che stiamo parlando, esattamente?». Italiani, non potendovi anch’io esortare alle storie, vi invito almeno a consultare le fonti. Nell’era dell’informazione non dovrebbe comportare uno sforzo sovrumano.

Secondo punto “oggettivo” e inquietante. In questa lunga e preoccupante crisi europea, non c’è maître à penser (italiano o d’oltralpe) che non ci abbia detto e autorevolmente ammonito che da questa crisi si esce in piedi soltanto se si costruisce più Europa, un’Europa oltre che monetaria anche bancaria e fiscale, e infine politica. Salvo poi, al minimo screzio, alla prima divergenza d’opinione, strepitare che noi italiani non prendiamo ordini di politica economica né lezioni di democrazia da nessuno. Al che osservo 2 cose:

  1. Che la costruzione dell’Europa come la vorremmo (o, quanto meno come la vorrei io), cioè come aggregazione di volontà politiche in direzione federalista, non potrà che passare attraverso compromessi, cessioni volontarie non soltanto di sovranità ma anche di convincimenti, consuetudini e istituzioni più o meno radicati. La politica, la politica democratica e liberale, si fa così. L’alternativa è una qualche forma di conquista imperiale e imperialistica, che l’Europa ha sperimentato fin troppe volte nella sua lunga storia, con conseguenze in genere disastrose per i popoli e le persone (sì, anche per i nostri avi quando comandavano i Romani: siete sicuri che se foste vissuti allora sareste stati ricchi patrizi e non poveri schiavi? e lo sapete che, in ogni caso, avreste goduto di un benessere, di possibilità di scelta e di prospettive di vita incomparabilmente minori di quelle che oggi considerate il minimo vitale?)
  2. Le lezioni di democrazia le possono dare tutti: è proprio questa l’essenza della democrazia. E non volersi far dare lezioni da nessuno, invece, è proprio tipico di un atteggiamento profondamente anti-democratico. E la finisco qui perché non mi va di essere predicatorio.
Mario Monti

spiegel.de

Veniamo piuttosto al passo incriminato dell’intervista di Mario Monti:

Monti: [… T]here are a few countries — and they lie to the north of Germany — who every time we have reached a consensus at the European Council (the EU body representing the leaders of the 27 member states) then say things two days later that call into question this consensus.

SPIEGEL: You are now referring to the Finns as well as others?

Monti: I can understand that they must show consideration for their parliament. But at the end of the day, every country in the European Union has a parliament as well as a constitutional court. And of course each government must orient itself according to decisions made by parliament. But every government also has a duty to educate parliament. If I had stuck to the guidelines of my parliament in an entirely mechanical way, then I wouldn’t even have been able to agree to the decisions that were made at the most recent (EU) summit in Brussels.

SPIEGEL: Why not?

Monti: I was given the task of pushing through euro bonds at the summit. If governments let themselves be fully bound by the decisions of their parliaments without protecting their own freedom to act, a breakup of Europe would be a more probable outcome than deeper integration. [i corsivi sono miei]

Qui, come annunciato, usciamo dal terreno “oggettivo” ed entriamo in quello delle opinioni personali e idiosincratiche. Ecco, secondo me la reazione tedesca a difesa del parlamentarismo è comprensibile, giusta e storicamente fondata. La reazione italiana sproporzionata e, come cercherò di spiegare, in una certa misura incostituzionale. Provo a spiegarmi. Il signore che vedete qui sotto è Hans Kelsen, un padre del diritto moderno.

Hans Kelsen

wikipedia.org

Kelsen è considerato il capostipite novecentesco della dottrina liberal-democratica del diritto su base giuspositivista. Nel 1920 Kelsen partecipò alla scrittura della Legge costituzionale federale per la Repubblica austriaca, che sarà poi un modello per la Legge fondamentale della Repubblica federale di Germania del 1949 e anche per la Costituzione della Repubblica italiana del 1946.

Per Kelsen, democrazia e parlamentarismo sono inscindibili:

La lotta combattuta alla fine del secolo XVIII ed al principio del XIX contro l’autocrazia fu essenzialmente una lotta in favore dell’istituto parlamentare, […] una costituzione che accorda alla rappresentanza popolare una parte decisiva nella formazione della volontà statale e mette fine alla dittatura del monarca assoluto o ai privilegi di un ordinamento giuridico per caste.

[… Il parlamentarismo è] formazione della volontà normativa dello Stato mediante un organo collegiale eletto dal popolo in base al suffragio universale ed uguale per tutti, cioè dunque democraticamente, secondo il principio della maggioranza.

[…] il principio della restrizione dei poteri governativi [è] il principio fondamentale del liberalismo politico. La democrazia moderna non può essere separata dal liberalismo politico. Il suo principio è che il governo non deve interferire in certe sfere di interessi proprie dell’individuo. [Hans Kelsen, La democrazia]

Per Kelsen, cioè, non si può «mettere seriamente in dubbio che il parlamentarismo non sia l’unica possibile forma reale in cui nella realtà sociale odierna possa attuarsi l’idea della democrazia.» Ne consegue che «la condanna del parlamentarismo [sarebbe] al tempo stesso la condanna della democrazia».

La cultura democratica e giuridica tedesca è fortemente impregnata del pensiero di Kelsen, che viene studiato non soltanto come un maestro della filosofia del diritto, ma anche come un padre della costituzione e un artefice della rinascita post-nazista e post-bellica. Non è un caso che Kelsen, ebreo di famiglia, sia dovuto fuggire davanti all’espansione del Reich millenario, prima da Colonia e poi da Praga.

Al pensiero di Hans Kelsen si era storicamente opposto, già all’inizio degli anni Trenta, quello di Carl Schmitt, per il quale il parlamento è legato a un sistema sostanzialmente oligarchico: «da teatro di una discussione libera e costruttiva dei liberi rappresentanti del popolo […] diventa il teatro di una divisione pluralistica delle forze sociali organizzate», mentre «le decisioni essenziali vengono prese fuori dal Parlamento.» [le citazioni di Carl Schmitt sono tratte da un articolo di Roberto Di Maria, “La vis expansiva del Governo nei confronti del Parlamento: alcune tracce della eclissi dello Stato legislativo parlamentare nel “ruolo” degli atti aventi forza di legge”].

Insomma, avete capito dove voglio andare a parare: in Italia nel dibattito politico (e implicitamente costituzionale) da oltre 20 anni, in nome della governabilità, ci si è allontanati dal quadro di riferimento kelseniano e avvicinati a quello schmittiano: si è cercato di risolvere il problema della frammentazione delle forze politiche rappresentate in parlamento abbandonando il sistema proporzionale (senza riflettere, se non tardivamente, che in Germania un sistema proporzionale ancorché con sbarramento ha garantito per 60 anni un bipartitismo pressoché perfetto); si è mutato l’equilibrio dei poteri a vantaggio dell’esecutivo e a scapito del legislativo (e, in prospettiva, del giudiziario); la stessa democrazia ha teso a perdere i caratteri di democrazia rappresentativa (come la intendeva Kelsen) per farsi democrazia identitaria (come la intendeva Schmitt).

Monti non è un giurista ma nemmeno uno sprovveduto. Non posso quindi pensare a una gaffe quando afferma che i governi non possono essere rigidamente vincolati alle decisioni dei parlamenti senza spazi di manovra (governments [cannot] let themselves be fully bound by the decisions of their parliaments without protecting their own freedom to act). Non di questo si tratta: i governi hanno questi spazi di manovra, ma devono riferirne e renderne conto ex post in parlamento, che in ultima istanza (e in ultima istanza solamente) ha l’arma della fiducia. E l’affermazione che i governi abbiano il dovere (assegnatogli da chi?) di educare i parlamenti (a duty to educate parliament) lo trovo peggio che insultante: manco i parlamenti fossero gattini da educare alla cassettina sfregandogli il nasino nella cacca.

E pensare che Monti aveva esordito, come presidente del consiglio dei ministri, richiamando le istituzioni europee a più metodo comunitario e meno decisioni del Consiglio europeo (che è composto dagli esecutivi degli Stati membri).

Sospetto, a questo punto, che Kelsen sia del tutto estraneo alla cultura e alla Weltanschauung di Monti: non per quel po’ d’ignoranza sugli altri campi del sapere che ogni specializzazione comporta, ma per il baratro che separa il Kelsen relativista nell’etica e “proceduralista” nella concezione della democrazia dal Monti legato al mondo cattolico e dunque diffidente verso ogni relativismo e portatore di valori “oggettivi”. Non penso sia un caso che Jacques Maritain, il filosofo cattolico caro a papa Montini, abbia scritto polemizzando proprio con Kelsen:

[N]on c’è tolleranza reale e autentica se non quando un uomo è fermamente e assolutamente convinto di una verità, o di quella che ritiene una verità, e quando, nel medesimo tempo, riconosce a quelli che negano questa verità il diritto di esistere e di contraddirlo, non perché siano liberi nei confronti della verità, ma perché cercano la verità a modo loro e perché rispetta in essi la natura umana e la dignità umana. [il corsivo è mio]

È in affermazioni come queste, temo, che Monti scopre il suo dovere di educare i parlamenti.