17 luglio

Un giorno ricco di eventi.

17 luglio 1683. I turchi iniziano l’assedio di Vienna. Non ne cavano molto, ma a Vienna nasce una moda che durerà decenni e di cui godiamo ancora adesso, con il famoso Rondò alla turca di Mozart. Qui ne sentiamo una versione particolarmente virtuosistica (la parafrasi scritta da Arcadi Volodos, suonata da lui medesimo)

17 luglio 1790. Muore a Edinburgo Adam Smith. La sua metafora più famosa è quella della mano invisibile:

As every individual, therefore, endeavours as much as he can both to employ his capital in the support of domestic industry, and so to direct that industry that its produce may be of the greatest value; every individual necessarily labours to render the annual revenue of the society as great as he can. He generally, indeed, neither intends to promote the public interest, nor knows how much he is promoting it. By preferring the support of domestic to that of foreign industry, he intends only his own security; and by directing that industry in such a manner as its produce may be of the greatest value, he intends only his own gain, and he is in this, as in many other cases, led by an invisible hand to promote an end which was no part of his intention. Nor is it always the worse for the society that it was no part of it. By pursuing his own interest he frequently promotes that of the society more effectually than when he really intends to promote it. I have never known much good done by those who affected to trade for the public good. It is an affectation, indeed, not very common among merchants, and very few words need be employed in dissuading them from it.

Ma la mia citazione preferita è questa:

But man has almost constant occasion for the help of his brethren, and it is in vain for him to expect it from their benevolence only. He will be more likely to prevail if he can interest their self-love in his favour, and shew them that it is for their own advantage to do for him what he requires of them. Whoever offers to another a bargain of any kind, proposes to do this. Give me that which I want, and you shall have this which you want, is the meaning of every such offer; and it is in this manner that we obtain from one another the far greater part of those good offices which we stand in need of. It is not from the benevolence of the butcher the brewer, or the baker that we expect our dinner, but from their regard to their own interest. We address ourselves, not to their humanity, but to their self-love, and never talk to them of our own necessities, but of their advantages.

La ricchezza delle nazioni (The Wealth of Nations) è disponibile online.

Il 17 luglio 1936, con un’insurrezione lanciata da un segnale radiofonico, avviata dalla destra per scalzare il governo di sinistra democraticamente eletto, inizia la tragica guerra civile spagnola. Ne abbiamo parlato a proposito di Guernica. Soltanto nei primi giorni ci furono 50.000 esecuzioni sommarie (tra cui quella di Federico Garcia Lorca). I fascisti, dopo la vittoria (Barcellona cadde il 26 gennaio 1939), uccisero tra i 50.000 e i 200.000 repubblicani in quella che fu chiamata la feroz matanza.

Fricassea

Un gustoso piatto piatto di carne, fatta a pezzi, fritta e ripassata in salsa.

Composto di due parole latine, frigĕre (friggere) e quassare (scuotere, fare a pezzi). Anticamente, le parole coprivano una gamma di significati che ora consideriamo opposti: fortuna in latino significa sia “fortuna” che “sfiga”, e così un fortunale è un evento meteorologico estremo non esattamente fortunato. La radice di frigĕre è la stessa di frigidus; allo stesso modo, in inglese, cold è “freddo” ma to scald significa “scottare”.

Quando il primo giorno che ho messo gli sci, 11 febbraio 1970, mi sono rotto scompostamente e in più pezzi tibia e perone sinistri, il radiologo ha efficacemente definito il mio tipo di frattura “fricassea”.

Jean Pierre – Miles Davis

Magari non tutti se lo ricordano, Jean Pierre.

Questa è una versione speciale, tratta da uno degli ultimi concerti di Miles (morto il 28 settembre 1991), registrato il 10 luglio 1991 alla Grande Halle della Villette, con un line-up che, oltre alla sua band dell’epoca (Deron Johnson, keyboards; Ricky Wellman, drums; Joseph Fooley Mac Creary, guitar; Richard Patterson, bass; Kenny Garrett, alto sax; Bill Evans, soprano sax – la stessa che ho ascoltato io nell’ultimo concerto romano, pochi giorni dopo, allo Stadio Olimpico), vedeva molti illustri ospiti (Herbie Hancock, Chick Corea, Wayne Shorter, Joe Zawinul, Dave Holland, John McLaughlin, John Scofield, Al Foster e Darryl Jones).

Carlinhos Brown

Roma, Cavea dell’Auditorium Parco della musica, 16 luglio 2007.

Questo guitto, questo predicatore, questo imbarazzante cialtrone – coturni e copricapo tribale – è un genio della musica.

Questa musica travolgente, volgare, grassa, contaminatissima è bella e moderna. Facile e raffinatissima. Da ballare e da pensare. Tra cori da stadio, melodie facilissime, percussioni (mai meno di 5!) e riff funky.

Si cita molto James Brown (d’altra parte Carlinhos si chiama così in suo onore), ma viene in mente ancora di più il Miles Davis raffinatamente pop degli anni 80, quello di Time after Time e di Human Nature: e non a caso – quanti se ne sono accorti? – a un certo punto il chitarrista ha accennato il celebre attacco di Jean Pierre.

Descrivere è difficile. Meglio vedere e ascoltare:

Alamogordo

Il 16 luglio 1945 ad Alamogordo (New Mexico) è stata fatta esplodere la prima bomba atomica. Un test, cui hanno fatto seguito, poche settimane dopo, le bombe di Hiroshima e Nagasaki.

Ancora oggi, la testimonianza di Robert Oppenheimer fa venire i brividi.

Poiché tendiamo a dimenticarcene (il rischio di un conflitto nucleare ci sembra sotto controllo!), riporto (da Wikipedia) gli effetti di un’esplosione nucleare.

Emanazione luminosa: l’intensità della luce emessa è così intensa da poter accecare istantaneamente una persona che la guardi direttamente anche a 60 chilometri di distanza. Testimonianze di alcuni sopravvissuti all’atomica di Hiroshima parlano dell’esplosione come dell’accensione di un secondo sole, ma 1000 volte più luminoso

Calore: la temperatura nel punto preciso dell’esplosione qualche frazione di secondo dopo lo scoppio della bomba, può raggiungere diversi milioni di gradi centigradi. Tale calore può spazzare via qualsiasi forma di vita nel raggio di diversi chilometri

Spostamento d’aria: la velocità del vento può raggiungere anche i 1500 km/h nei primi chilometri di raggio dall’esplosione, per poi diminuire con la distanza. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità questo, assieme al calore, rappresenta l’elemento che più di ogni altro causa distruzione di manufatti e morte degli esseri viventi nei primi istanti successivi alla detonazione

Emissione radioattiva: data dall’emissione di radiazioni di tipo alfa, beta, gamma e neutroniche. A causare questa emissione, oltre all’esplosione stessa, contribuiscono anche gli isotopi radioattivi rilasciati in una vasta area dall’ordigno. Inoltre, poiché la vita media di questi elementi può essere anche molto lunga, può esserci un inquinamento radioattivo che si protrae anche per molti anni

Dopo 2 o 3 ore dall’esplosione, avviene il richiamo di vaste masse d’aria circostanti, causato dalla rarefazione dell’aria negli istanti successivi all’esplosione. Quest’aria bollente e ad alta velocità causa generalmente incendi di vaste proporzioni nella zona investita.

Fallout radioattivo: cioè la ricaduta di materiale radioattivo. Per le particelle più pesanti avviene nelle prime 24 ore successive all’esplosione, accompagnato da forti piogge acide e radioattive, che a loro volta contribuiscono a portare a terra gli elementi radioattivi rilasciati in atmosfera. Il materiale più leggero può invece decadere dopo periodi molto più lunghi e in territori molto più vasti.

Effetto EMP (Electro Magnetic Pulse): è dovuto al rilascio di radiazioni elettromagnetiche di alta intensità, che possono causare l’impossibilità di utilizzare apparecchiature elettroniche per un certo periodo. Questo effetto è molto noto in campo militare perché potrebbe impedire la reazione del nemico

Gli effetti di esplosioni nucleari su vasta scala sono difficilmente immaginabili, soprattutto a causa dell’inquinamento da radiazioni che continuerebbero ad arrecare danni biologici anche per gli anni successivi e si estenderebbe velocemente su qualsiasi zona del mondo.

L’idioma analitico di John Wilkins (metadati 5)

Jorge Luis Borges, da bravo bibliotecario, si è molto occupato di metadati.

Comiciamo con una citazione:

Codeste ambiguità, ridondanze e deficienze ricordano quelle che il dottor Franz Kuhn attribuisce a un’enciclopedia cinese che s’intitola Emporio celeste di conoscimenti benevoli. Nelle sue remote pagine è scritto che gli animali si dividono in:

(a) appartenenti all’Imperatore,
(b) imbalsamati,
(c) ammaestrati
(d) lattonzoli,
(e) sirene,
(f) favolosi,
(g) cani randagi,
(h) inclusi in questa classificazione
(i) che s’agitano come pazzi,
(j) innumerevoli,
(k) disegnati con un pennello finissimo di pelo di cammello,
(l) eccetera,
(m) che hanno rotto il vaso,
(n) che da lontano sembrano mosche.

[Jorge Luis Borges. Tutte le opere. Volume I. Milano: Mondadori. 1984. p. 1004-1005. Il saggio è intitolato “L’idioma analitico di John Wilkins” ed è contenuto nella raccolta Altre inquisizioni, originariamente pubblicata nel 1952].

Il bersaglio di Borges sono le classificazioni: quella cervellotica del libro cinese (tanto cervellotica che stentiamo a credere sia vera), il sistema decimale Dewey universalmente adottato nelle biblioteche di tutto il mondo e il linguaggio filosofico di Wilkins (che era una persona stimabilissima, fondatore della Royal Society, ispiratore di un analogo progetto di Leibniz: Wilkins è uno dei personaggi del Ciclo barocco di Neal Stephenson, di cui ho parlato in altre occasioni).

Ma la ragione per cui ogni tentativo di classificazione universale è destinato al fallimento non è quello ipotizzato da Borges (“notoriamente, non c’è classificazione dell’universo che non sia arbitraria e congetturale. La ragione è molto semplice: non sappiamo che cosa è l’universo”). La classificazione non è per mettere ordine all’universo, è per mettere ordine alle nostre idee. Ciò che rende ridicola la classificazione cinese è la sua inutilità: a che cosa può servire una classificazione così disomogenea? e in cui le classi sono così diversamente popolate? Ciò che rende imbarazzante oggi la classificazione di Wilkins e il sistema decimale Dewey è che la nostra cultura, le nostre conoscenze e le nostre sensibilità oggi organizzano il sapere diversamente.

Classificare non è uno sforzo inane, ma un’attività continua, dai risultati necessariamente provvisori.

Occhio, finestra dell’anima

Conturbante.

Io e Annie

Io e Annie (Annie Hall), 1977, di Woody Allen, con Woody Allen e Diane Keaton.

Non mi ricordavo fosse così divertente, benché l’avessi visto più volte al cinema all’epoca (quando si hanno più fidanzate contemporaneamente – non che mi sia successo molte volte! – è meglio rivedere lo stesso film che andare a cena due volte). Era comunque la prima volta che lo vedevo in originale (con i sottotitoli) e, per quanto bravo sia Oreste Lionello come doppiatore, il vero Woody Allen è un’altra cosa. E anche Diane Keaton (“La-di-da, la-di-da, la la”).

Ci sono molte situazioni divertenti: le aragoste (qui sopra), i ragni, la fila per il cinema con Marshall McLuhan (quello vero!) e molte altre.

Ma il film è memorabile soprattutto per le battute. Qualche esempio.

A Los Angeles:
Diane Keaton: “It’s so clean out here”.
Woody Allen: “That’s because they don’t throw their garbage away, they turn it into television shows”.

Diane Keaton parcheggia. Woody Allen: “Don’t worry. We can walk to the curb from here”.

Psicoanalisi.
Diane: Oh, you see an analyst?
Woody: Yeah, just for fifteen years.
Diane: Fifteen years?
Woody: Yeah, I’m gonna give him one more year, and then I’m goin’ to Lourdes.

L’amore: “A relationship, I think, is like a shark. You know? It has to constantly move forward or it dies. And I think what we got on our hands is a dead shark”. Ma anche: “Love is too weak a word for what I feel – I luuurve you, you know, I loave you, I luff you, two F’s, yes I have to invent, of course I – I do, don’t you think I do?”.

Shelley Duvall: Sex with you is really a Kafka-esque experience.
Woody: Oh. Thank you.
Shelley: I mean that as a compliment.

Su YouTube ho trovato una sintesi (non la stessa che avrei fatto io, però):

The History of Statistics

Stigler, Stephen M. (1986). The History of Statistics. The Measurement of Uncertainty before 1900. Cambridge: Belknap Harvard. 2003.

Il programma del libro, dichiarato nell’introduzione, è molto chiaro:

Statistics, as we now understand the term, has come to be recognized as a separate field only in the twentieth century. But this book is a history of statistics before 1900. Thus my subject is not the entire development of a single discipline but rather the story of how that discipline was formed, of how a logic common to all empirical science emerged from the interplay of mathematical concepts and the needs of several applied sciences (p. 1).

Non che Stigler non mantenga la promessa. Ma la mantiene con un’attenzione ossessiva agli aspetti formali, alle dimostrazioni matematiche. Chiaramente innamorato della sua materia, abbandona spesso la storia delle idee – l’aspetto per me più interessante – per soffermarsi sui passaggi e le dimostrazioni matematiche, talora presentate due volte (una con il formalismo dell’epoca e una in versione moderna).

Perciò, mi sento di raccomandarlo agli addetti ai lavori, e non ai semplici curiosi. Un trattato tecnico, non un’opera di divulgazione: detto da me, è una critica severa.

Non di meno, il libro contiene alcune perle. Questa, per me, è la migliore:

Observations and statistics agree in being quantities grouped about a Mean; they differ, in that the Mean of observations is real, of statistics is fictitious. The mean of observations is a cause, as it were the source from which diverging errors emanate. The mean of statistics is a description, a representative quantity put for a whole group, the best representative of the group, that quantity which, if we must in practice put one quantity for many, minimizes the error unavoidably attending such practice. Thus measurement by the reduction of which we ascertain a real time, number, distance are observations. Returns of prices, exports and imports, legitimate and illegitimate marriages or births and so forth, the averages of which constitute the premisese of practical reasoning, are statistics. In short observations are different copies of one original; statistics are different originals affording one “generic portrait”. Different measurements of the same man are observations; but measurements of different men, grouped around l’homme moyen, are prima facie at least statistics [Edgeworth, Francis Ysidro. 1885. “Observations and statistics: an essay on the theory of errors and the first principles of statistics”. Transactions of the Cambridge Philosophical Society 14: 138-169] (p. 309)

Jean-Paul Marat

Assassinato da Charlotte Corday nella vasca da bagno il 13 luglio 1793.

L’occasione per rivedere un quadro memorabile, La morte di Marat di Jacques-Louis David.

Nato in Svizzera, protestante, Marat era di padre italiano (Giovanni Marra, cagliaritano). Fu medico e scienziato (nei campi dell’ottica e dell’elettricità), ma abbandonò la professione per la politica alla vigilia della Rivoluzione.

Celebre il musical (sui generis) Die Verfolgung und Ermordung Jean Paul Marats dargestellt durch die Schauspielgruppe des Hospizes zu Charenton unter Anleitung des Herrn de Sade (Marat-Sade) di Peter Weiss (1963), rappresentato in Italia dal Piccolo Teatro (con Gianni Santuccio). Fu anche un film di Peter Brook.