Statistica e par condicio

La notte del 2 luglio – come molte altre – stavo ascoltando il giornale-radio della mezzanotte su Rai1. Nei titoli è stata annunciata questa notizia: “A 3 anni dalla legge 40, meno nascite in Italia con la procreazione assistita. Quadruplicate le coppie che si recano all’estero”. Il GR lo potete ascoltare a partire da questa pagina (cliccate su “Ascolta” in alto a destra; il servizio è intorno ai 12’45”).

Lì per lì il servizio di Ilaria Amenta mi ha entusiasmato: in estrema sintesi, ha snocciolato le statistiche presentate dal ministro della sanità. Ho poi verificato che ha citato, riassumendolo un po’ ma con estrema correttezza, il comunicato-stampa del ministero, che riporto qui sotto:

Nella presente Relazione abbiamo a disposizione per la prima volta i dati ufficiali del Registro nazionale dell’Iss relativi all’applicazione delle tecniche di Pma effettuate nel nostro Paese nell’anno 2005.

Al fine di esplicitare gli effetti dei cambiamenti intervenuti a seguito dell’applicazione della legge 40/2004, e per effettuare quindi un confronto tra l’anno 2003 e l’anno 2005, tra la situazione prima e dopo la legge, sono stati analizzati i risultati riferiti alle tecniche a fresco Fivet e Icsi negli anni 2003 e 2005 da cui emergono i seguenti risultati:

  • complessivamente sono stati raccolti i dati di 169 centri contro i 120 del 2003, dai quali risultano 6.235 gravidanze contro le 4.807 del 2003, con una media di gravidanza per centro del 36,9% a fronte del 40,1% del 2003;
  • le pazienti trattate sono state 27.254 nel 2005 contro le 17.125 del 2003;
  • le percentuali di gravidanze ottenute sui prelievi passano dal 24,8% del 2003 al 21,2% del 2005, con una riduzione di 3,6 punti percentuali;
  • applicando la percentuale di gravidanze ottenute sui prelievi nel 2003 ai prelievi eseguiti nel 2005, si evince una perdita ipotetica di 1.041 gravidanze;
  • il numero di trasferimenti effettuati con un solo embrione è passato dal 13.7% del 2003 al 18.7% del 2005, mentre più del 50% dei trasferimenti viene effettuato con tre embrioni contro il 44% del 2003;
  • è aumentata dal 22.7% del 2003 al 24.3% del 2005 la percentuale di parti plurimi (parti gemellari, trigemini e multipli);
  • sono aumentati dal 23.4% nell’anno 2003 al 26.4% nell’anno 2005 gli esiti negativi delle gravidanze, per aborti spontanei, morti intrauterine, gravidanze ectopiche correlate all’obbligo di impianto di tutti gli embrioni previsto dalla legge 40/2004.

Rispetto alla situazione precedente l’entrata in vigore della legge risulta quindi:

  • una diminuzione delle percentuali di gravidanze, con conseguente diminuzione di bambini nati;
  • una più elevata percentuale di trattamenti che non giungono alla fase del trasferimento o con bassa possibilità di successo (trasferimento di un embrione non elettivo);
  • un numero di ovociti inseminati minore a fronte di un numero maggiore di embrioni trasferiti;
  • una più elevata incidenza di parti plurimi, con i conseguenti effetti negativi immediati e futuri per i nati e per la madre;
  • un aumento degli esiti negativi delle gravidanze.

Numeri impressionanti, mi pare. E anche eloquenti.

Quello che mi ha sorpreso, e mi ha tenuto sveglio per un po’, è il modo in cui è proseguito il servizio. La giornalista ha dato la parola a due “esperti”. Uno a favore e uno contro la posizione espressa dal ministro Turco, immaginavo. È una prassi, diremmo noi (gli esperti di radio e televisione dicono “è un format“): non so se è quello che chiamano “panino”, ma ha comunque a che fare con la par condicio e la necessità di contraddittorio. Invece no. Due voci critiche, nessuna a favore.
Il primo esperto è il professor Bruno Dallapiccola, cattolico, presidente di Scienza&Vita, difensore della legge 40. Ha detto in sostanza: “servono dati più disaggregati” (del resto, l’aveva detto anche il ministro nel comunicato stampa, poche righe dopo quelle che ho riportato).

La seconda voce critica – la dottoressa Eleonora Porcu, responsabile del Centro di sterilità dell’ospedale Sant’Orsola Malpighi di Bologna – ha contestato i dati, non con altri dati, ma con la sua esperienza. “Nella mia esperienza – ha detto – le gravidanze non sono diminuite, i parti plurimi non sono aumentati, gli esiti negativi non sono aumentati”. A questo punto, un’ultima battuta della giornalista (“Secondo la dottoressa Porcu andrebbero fissati dei limiti di età”: che vuol dire?) e il servizio finisce.

Che cosa mi ha tolto il sonno? Dov’è il punto?

Il punto è che penso sia importante abituarsi a ragionare in termini documentati e quantitativi. Il servizio del GR1 e la stessa relazione del ministero vanno in questa direzione (d’altra parte, questo delle relazioni al parlamento – i “libri bianchi” – è uso radicato nella tradizione parlamentare anglosassone e sta prendendo piede anche da noi, tant’è vero che è la stessa legge 40 del 2004 a prevederlo, all’articolo 15). Ma l’opinione (del tutto legittima, beninteso) della dottoressa Porcu non ci fa fare progressi in questa direzione, perché contrappone un punto di vista ai dati quantitativi.

Secondo me, ci sono due piani distinti di discussione: uno riguarda lo statuto dei dati statistici; il secondo, la loro interpretazione e valutazione. Confondere i due piani ingenera confusione.

Sono il primo ad affrontare i dati statistici con spirito critico. Ma la misurazione statistica di un fenomeno può essere utilmente e lecitamente criticata in due modi:

  • affermando che la misura è sbagliata (per impianto metodologico, per insufficienza del campione, per scarsa copertura …): ho fatto oppure ho fatto fare una misurazione diversa e migliore e voglio presentare e discutere i miei dati;
  • riconoscendo che la misura è corretta, ma contestando le conclusioni che ne sono tratte (perché, ad esempio, è sbagliata la logica dell’inferenza).

La dottoressa Porcu non fa né l’una né l’altra cosa, ma contrappone alla misurazione quantitativa… che cosa? altri dati, raccolti nel suo ospedale? se è così, perché non li presenta? e, in ogni caso, dobbiamo pensare che i dati di un solo centro siano più rappresentativi di quelli di tutti i centri italiani di procreazione medicalmente assistita (il registro nazionale delle strutture autorizzate all’applicazione delle tecniche di procreazione medicalmente assistita è istituito dalla legge 40, articolo 11)? la sua esperienza, che per quanto ampia sarà sempre episodica e aneddotica?

D’altro canto, la dottoressa Porcu non contesta neppure l’interpretazione dei dati del ministro della salute: perché per contestare l’interpretazione dovrebbe implicitamente riconoscere la validità dei dati.

A questo punto, penso che la responsabilità più grossa sia della giornalista e, più in generale, della linea editoriale dei GR della Rai. L’ascoltatore viene lasciato con la sensazione che ci siano due punti di vista contrapposti, due giudizi di valore diversi, sulla legge 40/2004 (chi la considera buona – la destra e i cattolici – e che cattiva – i laici e una parte del centro-sinistra). E questo è senz’altro vero.

Ma non era questa la notizia. La notizia era che una misurazione statistica condotta a norma di legge dall’istituto pubblico che i cittadini finanziano con le loro tasse “fa vedere” che la legge 40 produce effetti negativi. Questa informazione non ci è stata data in modo soddisfacente. Non ci è stato detto che potevamo andarci a leggere i dati e farci un’idea del loro significato analitico. Non ci è stato detto se sono dati di buona qualità (essendo di fonte pubblica, dobbiamo presumere di sì, fino a prova contraria? sono stati asseverati da qualche esperto esterno, ad esempio internazionale? si è levata qualche voce critica sulla misurazione statistica?). Non ci è stato detto se ci sono altre fonti d’informazione quantitativa.

Peggio, ci è stata data un’informazione fuorviante, perché lo spessore puramente aneddotico delle argomentazioni della dottoressa Porcu, una volta messe sullo stesso piano della relazione del Ministero della salute e dell’Istituto superiore di sanità, ha abbassato anche la relazione al livello di un punto di vista.

Che fare? Andiamo a leggere la relazione e formiamoci un giudizio critico informato da soli.

Wisława Szymborska

Wisława Szymborska, poetessa polacca e Premio Nobel per la letteratura nel 1996, ha compiuto il 2 luglio 84 anni (è nata nel 1923 vicino a Poznań).

Una delle sue poesie più famose (e più belle) è questa:

Nulla due volte accade
né accadrà. Per tal ragione
si nasce senza esperienza,
si muore senza assuefazione.

Anche agli alunni più ottusi
della scuola del pianeta
di ripeter non è dato
le stagioni del passato.

Non c’è giorno che ritorni,
non due notti uguali uguali,
né due baci somiglianti,
né due sguardi tali e quali.

Ieri, quando il tuo nome
qualcuno ha pronunciato,
mi è parso che una rosa
sbocciasse sul selciato.

Oggi, che stiamo insieme,
ho rivolto gli occhi altrove.
Una rosa? Ma cos’è?
Forse pietra, o forse fiore?

Perchè tu, malvagia ora,
dài paura e incertezza?
Ci sei – perciò devi passare.
Passerai – e qui sta la bellezza.

Cercheremo un’armonia,
sorridenti tra le braccia,
anche se siamo diversi
come due gocce d’acqua.

Ratatouille

È un piatto della cucina provenzale, segnatamente nizzarda, diffuso anche nell’Italia nord-occidentale.

Si fa “facendo andare” a fuoco lento in una terrina peperoni, cipolle, zucchine, melanzane e pomodori (facoltativi), con olio d’oliva, vino bianco e profumi (aglio, basilico, capperi, sale e pepe). La difficoltà è nei tempi diversi di cottura delle verdure. Buonissimo con piatti di carne e con il riso.

Etimologia divertente, che mescola due parole francesi, ratouiller (scuotere) e tatouiller (mescolare). Quest’ultima verrebbe dal latino tudicula, un aggeggio per spremere le olive. È anche una conchiglia.

Tra un po’ la ratatouille diventerà famosissima perché è il titolo del prossimo film Disney-Pixar. Ecco il trailer:

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Sizìgia

In astronomia, posizione di congiunzione (novilunio) o di opposizione (plenilunio) della Luna, che in ogni lunazione viene a trovarsi per due volte sulla stessa linea del Sole e della Terra.

Marea sizigiale, quella di massima ampiezza, che si verifica dopo il novilunio e il plenilunio.

Dal greco συν  (con) e ζυγον (giogo) (fin qui il Vocabolario Treccani).

Ne scrivo perché, stupidamente, fino a stamattina ho detto “marea sigiziale” senza nemmeno pensarci!

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The Commitments

The Commitments, 1991, di Alan Parker.

Rivisto dopo molti anni, non lo ricordavo così divertente. A suo tempo l’avevo visto al cinema, in italiano; la versione originale, con quegli splendidi accenti dublinesi, è ancora più godibile.

La Dublino raccontata nel film non c’è più: l’Irlanda è la grande storia di successo economico delle politiche regionali comunitarie e dà punti a tutti per crescita (e, pare, anche per qualità della crescita).

Ancor meno c’è la Dublino che ha conosciuto il vostro Boris, che 40 anni fa, quasi esattamente in questi giorni, salì per la prima volta su un aereo (un BAC 1-11, se lo volete sapere) e andò per la prima volta all’estero (se non contiamo San Marino, Vaticano e Canton Ticino): un mese, a Dublino, per imparare l’inglese, a scuola la mattina in un collegio di preti (vicinissimo allo stadio di Lansdowne Road), in famiglia il resto del tempo, per di più con un italiano (coetaneo di un’altra sezione) che non sopportavo. Curiosamente la famiglia irlandese dove stavo aveva un figlio solo, un antipaticissimo Kevin. Ero molto spaesato, all’inizio. Tutto era diverso. C’erano tantissimi bambini. La gente sull’autobus si faceva il segno di croce davanti a tutte le chiese. Non capivo bene che cosa mangiavo, si pasteggiava con il latte. Non mi ricordo il nome del quartiere, mi ricordo che era al capolinea dell’autobus 16A (forse). C’erano tutte queste casette uguali, a due piani, bifamiliari. Tutte le stanze avevano i tappeti. Il bagno era sul pianerottolo a metà scala. I ritmi erano diversi: si stava a scuola al mattino, ma poi c’era chiaro fino alle 10 e si mangiava alle 6 e quindi c’erano un pomeriggio e un “dopo-cena”. Fin dal primo giorno avevamo conosciuto questa masnada di ragazzine: noi avevamo pochi soldi in tasca, ma comunque più di loro; e poi erano nostri, ne disponevamo a nostro piacere. Al centro di tutto – mi sembrava allora – c’era la musica. Kevin amava i Kinks, che io conoscevo poco. In classifica, era primo All You Need is Love, dei Beatles. La scuola organizzava una volta alla settimana delle serate danzanti, dove venivano le famose ragazzine. Qualche volta si andava con Kevin (che spariva subito: gli servivo evidentemente come lasciapassare) in qualche club del centro, specie di scantinati dove si pagava una specie di tessera e si ballava al suono dei dischi, raramente con gruppi dal vivo. Una canzone trovavo struggente (per ovvi motivi): A Whiter Shade of Pale dei Procol Harum (non sapevo abbastanza inglese per capire che le parole erano assurde, ma sapevo abbastanza latino per sapere che il nome del gruppo era sbagliato!). Ma la canzone che mi impressionava di più e che mi avrebbe segnato per il resto della vita era See Emily Play dei Pink Floyd: nessuno sapeva niente di questo gruppo e a nessuno piaceva. Noi in Italia pensavamo che gli inglesi (e gli irlandesi loro equiparati) fossero più avanti di noi, dei veri esperti; e invece compravano canzonette, tipo Yummy Yummy Yummy I Got Love in my Tummy, e nessuno condivideva le diatribe puriste di noi milanesi.

Ero felice? Non lo so, penso di no. Ero soprattutto quietamente perplesso. Anche orgoglioso di cavarmela da solo. Alla festa finale conobbi Gwen, era bionda e assomigliava a Jean Shrimpton. Ballammo abbracciati A Whiter Shade of Pale. Ci scrivemmo tutto l’anno (i miei pretendevano traducessi loro le lettere e mi fecero promettere che non l’avrei cercata l’anno dopo: naturalmente la vidi già la prima sera e ci lasciammo subito).

Ma l’anno dopo ero già un altro.

Io sono il Tenebroso

Vargas, Fred (1997). Io sono il Tenebroso (Sans feu ni lieu). Torino; Einaudi. 2006.

Confermo l’impressione positiva dei libri letti in precedenza (L’uomo a rovescio e Chi è morto alzi la mano): soprattutto per la brillantezza dei dialoghi e la “normalità” (sempre un po’ obliqua, naturalmente) dei crimini. Certo, alla lunga, i vezzi dell’autrice vengono a galla; ma non mi disturbano, per il momento.

È un po’ più fastidioso che Einaudi non stia pubblicando tutti i romanzi della Vargas (la leggenda dice che ne scrive uno all’anno, durante le ferie), e quindi ci privi – almeno a noi collezionisti, anzi completists, come si dice in inglese – del piacere di conoscere i personaggi dalla loro comparsa e nel loro sviluppo. E dato che evidentemente la Vargas costruisce le storie a partire dai personaggi, e non viceversa, questo mi sembra particolarmente grave. Ad esempio, avevamo conosciuto i 3 storici e il vecchio Vandoosler in Chi è morto alzi la mano: ma questo Louis-Ludwig Kehlweiler da dove viene fuori? Come ha conosciuto gli abitanti della topaia? Perché convive con il rospo Bufo?

Mi risulta (deduco da Wikipedia italiana e francese) questa sequenza:

  • 1986 – Les Jeux de l’amour et de la mort (forse non è un giallo e non appartiene alla serie, non ho ulteriori notizie; non è stato tradotto in italiano)
  • 1994 – Ceux qui vont mourir te saluent (scritto nel 1987; non è stato tradotto in italiano; ambientato nell’antica Roma)
  • 1995 – Chi è morto alzi la mano (Debout les morts) (tradotto e pubblicato da Einaudi)
  • 1996 – L’Homme aux cercles bleus (scritto in realtà nel 1990; non è stato tradotto in italiano; segna la comparsa di Jean-Baptiste Adamsberg, protagonista di molti dei romanzi successivi)
  • 1996 – Un peu plus loin sur la droite (non è stato tradotto in italiano; è qui che compare Louis-Ludwig Kehlweiler e collabora con gli abitanti della topaia)
  • 1997 – Io sono il Tenebroso (Sans feu ni lieu) (tradotto e pubblicato da Einaudi)
  • 1999 – L’uomo a rovescio (L’Homme à l’envers) (tradotto e pubblicato da Einaudi)
  • 2000 – Les quatre fleuves (è un graphic novel in collaborazione con Raphael Baudoin; con Adamsberg)
  • 2001 – Parti in fretta e non tornare (Pars vite et reviens tard) (tradotto e pubblicato da Einaudi; con Adamsberg)
  • 2001 – Petit traité de toutes vérités sur l’existence (non è un romanzo)
  • 2002 – Coule la Seine (raccolta di 3 racconti con Adamsberg)
  • 2003 – Critique de l’anxiété pure (non è un romanzo)
  • 2003 – Salut et liberté (non è un romanzo)
  • 2004 – Sotto i venti di Nettuno (Sous les vents de Neptune) (tradotto e pubblicato da Einaudi; con Adamsberg)
  • 2004 – La Vérité sur Cesare Battisti (non è un romanzo)
  • 2006 – Nei boschi eterni (Dans les bois éternels) (tradotto e pubblicato da Einaudi; con Adamsberg)

Dato che sono un pignolo, continua a infastidirmi la traduzione di Maurizia Balmelli: qui “medievista” è finalmente corretto in “medievalista”, ma un albero, l’ailanto, viene storpiato in “alianto”.

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