Irène Némirosky – Suite francese

Némirosky, Irène (2005). Suite francese (Suite française. trad. di Laura Frausin Guarino). Milano: Adelphi. ISBN: 9788845972577. Pagine 415. 6,99 €.

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Solitamente diffido dei casi letterari. Quando sono pubblicati, li accompagnano commenti entusiastici: “Un capolavoro che si credeva perduto … a lungo ingiustamente dimenticato … che ha cambiato per sempre il nostro modo di vedere la Francia | il romanzo di viaggio | la memorialistica | il romanzo di formazione”. Fate voi. Adelphi, poi è particolarmente versato in questa tecnica di marketing, che consiste nella capacità di montare a neve perfettamente gli albumi dell’ultimo volume edito. Ho sospettato per anni che Adelphi avesse un’intera squadra di redattori intenti a scrivere un ultimo romanzo di Joseph Roth (che, morto nel 1939, non poteva soddisfare la sete di bestseller dell’editore, al di là dei 17 romanzi pubblicati in vita) o, in via subordinata, di qualche altro oscuro scrittore della finis Austriae.

Se non ricordo male, Suite francese uscì in italiano verso fine del 2005. Mi sembra di ricordare che sotto le feste natalizie facesse bella mostra di sé in pile ordinate e odorose sul bancone dell’indimenticata libreria di Milano Libri in via Verdi, e di aver esitato se comprarlo per me o per regalarlo. Vinse la diffidenza.

Che cosa è cambiato ora, per farmelo leggere? Una specie di tormentone in Fedeltà di Marco Missiroli (che ho recensito qui): Suite francese è il libro che sta leggendo Margherita, una delle protagoniste, e i pochi accenni che Missiroli fa sono bastati a farmi venire voglia di leggerlo. Fedeltà, dunque, almeno qualche merito ce l’ha.

Per contro, l’essere citato in un altro libro (che peraltro ne cita molti, e non tutti a proposito) non è in sé un merito. Né, in sé, è un merito neppure l’essere nato in circostanze tragiche: Suite francese è l’insieme – la suite appunto, nell’accezione musicale del termine – dei primi due movimenti di un romanzo in cinque parti che Irène Némirosky stava febbrilmente scrivendo prima di essere arrestata e deportata ad Auschwitz, dove è stata uccisa all’arrivo. Merita, dunque, Suite francese?

Sì, è la mia risposta. Scritto in modo molto tradizionale (per quanto mi consente di giudicare la bella traduzione italiana), con un uso magistrale del discorso indiretto attraverso cui passa lo stream of consciousness dei protagonisti, molto “francese” nella sua delicatezza ma senza quell’ipertrofia dei periodi che caratterizza molti scrittori francesi, racconta con tenerezza e ferocia il primo anno della Seconda guerra mondiale in Francia, grosso modo dal giugno del 1940 al giugno del 1941.

Il tema è la reazione dei francesi all’invasione prima e all’occupazione tedesca poi. Ma – anche se Irène Némirosky ha una tesi – questa tesi non viene mai enunciata espressamente nel romanzo, ma solo nelle note di diario riportate in appendice al volume:

Da qualche anno tutto quello che si fa in Francia nell’ambito di una certa classe sociale ha un solo movente: la paura. È stata la paura a provocare la guerra, la sconfitta e la pace attuale. Il francese di questa casta non odia nessuno; non nutre gelosia né ambizione delusa, né un vero desiderio di vendetta. Ha una fifa blu. Chi gli farà meno male (non nel futuro, non in senso astratto, ma subito e sotto forma di ceffoni e calci nel sedere)? I tedeschi? Gli inglesi? I russi? I tedeschi lo hanno sconfitto, ma la punizione è presto dimenticata e i tedeschi possono difenderlo. Per questo lui è «per i tedeschi». A scuola, l’allievo più debole preferisce l’oppressione di un solo individuo all’indipendenza; il tiranno lo tartassa ma impedisce agli altri di rubargli le biglie, di picchiarlo. Se sfugge al tiranno, si ritrova solo, piantato in asso in mezzo alla mischia. (pos. 6017)

Piuttosto, viene fatta emergere dai pensieri e dalle azioni dei personaggi (è un romanzo corale) di cui narra le vicende. Nel primo romanzo, Temporale di giugno, lo sfondo è rappresentato dall’esodo di massa da Parigi dopo il primo bombardamento della città, nell’attesa dell’arrivo delle truppe tedesche, e fino alla notizia dell’armistizio. Ma l’autrice non dipinge tanto le scene di massa (anche se a tratti lo fa), ma segue le peripezie di alcune famiglie e personaggi: i Péricand (borghesi ricchi, potenti e cattolici tradizionalisti), i Michaud (piccolo-borghesi, ingenui e “sfigati”), il cinico banchiere Corbin, lo scrittore affermato e dannunziano Gabriel Corte (con amante al seguito), l’esteta collezionista Langelet. I personaggi si incontrano e si incrociano. Lo faranno anche nel romanzo successivo, sullo sfondo; e dagli appunti lasciati da Irène Némirosky si comprende che avrebbero continuato a farlo anche nei tre romanzi mancanti: in questo modo si inaugura una tecnica che ci è diventata familiare nelle serie televisive, e che in letteratura costituisce una caratteristica della narrativa di David Mitchell (qui ho recensito Cloud Atlas qui avevo parlato del film che ne è stato tratto – e qui The Thousand Autumns of Jacob de Zoet). In questo modo si va componendo un grande affresco: in tutti la guerra fa emergere il peggio (per lo più, ma a volte anche il meglio), ma non li cambia radicalmente. Li estremizza, per così dire. Anche se vengono in mente alcuni scrittori e alcuni film italiani – in questo momento sto pensando a Una notte del ’43 (una delle Cinque storie ferraresi di Giorgio Bassani) e a La lunga notte del ’43, il bel film dell’esordiente Florestano Vancini (di entrambi ho parlato di sfuggita qui) – l’operazione di Irène Némirosky è di respiro ben più ampio.

Il secondo romanzo, Dolce, si muove su un registro più intimo: siamo in campagna, in un villaggio in cui si acquartierano i tedeschi. E nasce una delicatissima storia di amore tra una giovane signora francese (spostata per convenienza a un fedifrago che non ama, e che ora è prigioniero di guerra) e un ufficiale tedesco con la vocazione della musica. Un amore che proprio per il pudore dei protagonisti (non viene mai consumato, ma “il dono dell’anima […] precede quello del corpo”) ci appare ancora più tragico e impossibile, rivelatore dell’immane violenza che la guerra impone a tutti. Al di sotto le tensioni e le meschinità della provincia francese continuano ad emergere, tra acquiescenze collaborazionistiche, mercato nero e violenza rattenuta. Si accumulano nubi nere, ma il temporale non scoppia. Non ancora. La guarnigione tedesca parte per la Russia.

***

Le consuete citazioni, che fanno riferimento alle posizioni Kindle:

La carità cristiana, la mitezza di secoli di civiltà le cadevano di dosso come vani orpelli rivelando un’anima arida e nuda. Lei e i suoi figli erano soli in un mondo ostile. Doveva nutrire e proteggere i suoi piccoli. Il resto non contava più. (pos. 885)

Purché tutta quella confusione si placasse al più presto! Che si stabilisse un modo di vivere, uno qualsiasi, giacché tutto quel pandemonio, quella guerra, quelle rivoluzioni, quei grandi rivolgimenti della storia potevano esaltare gli uomini, ma le donne… Ah, le donne ne provavano solo fastidio! (pos. 1639)

Come sempre quando lui non la contraddiceva e si dichiarava pienamente d’accordo con lei, Jeanne cambiò subito parere. (pos. 2815)

Gli eventi gravi, fasti o nefasti che siano, non cambiano la natura di un uomo ma permettono di definirla meglio […] (pos. 3007)

Un’esistenza basata su angosce mortali è sopportabile solo a condizione di vivere alla giornata e dirsi, quando scende la sera: «Altre ventiquattr’ore in cui non è successo niente di particolarmente brutto, grazie a Dio! Aspettiamo domani». Tutti coloro che stavano intorno a Jean-Marie la pensavano così o quanto meno agivano come se pensassero così. Si occupavano delle bestie, del fieno, del burro, e non parlavano mai dell’indomani. Guardavano agli anni futuri, piantavano alberi che avrebbero dato i loro frutti a distanza di cinque o sei stagioni; ingrassavano il maiale che avrebbero mangiato di lì a due anni, ma non si soffermavano sull’immediato futuro. (pos. 3181)

E proprio mentre pensava così, il suo cuore, che era meno ragionevole di lei, cominciava a battere con tale violenza da soffocare tutti i rumori esterni, tanto che non sentiva più la voce di Benoît, gli strilli del bambino, il vento sotto la porta, e il tumulto del suo sangue la assordava come quando ci si tuffa sotto un’onda. (pos. 3712)

[…] «proibizione» non significava «impossibilità di superare l’ostacolo», semplicemente «difficoltà nel farlo»; una questione di tatto, di fortuna e di mezzi finanziari. (pos. 4318)

[…] poco interessato alle donne in generale e alla propria moglie in particolare. (pos. 4353)

[…] i pregiudizi sopravvivono alle passioni […] (pos. 4931)

[…] la buona educazione serve appunto a correggere le reazioni istintive della natura umana. (pos. 4937)

Dopo tutto, si giudicano gli altri solo in base al proprio cuore […] (pos. 4958)

Quello che divide o unisce gli individui non è la lingua, non sono le leggi, i costumi, i princìpi, ma il modo di tenere le posate! (pos. 5156)

[…] quell’urgenza di svelare il proprio cuore all’altro… un’urgenza da amante che è già un dono, il primo, il dono dell’anima che precede quello del corpo. (pos. 5295)

Tutto era meglio della musica, perché solo la musica abolisce le differenze di lingua o di abitudini fra due esseri e tocca fibre sensibilissime. (pos. 5461)

Emmanuel Carrére – La vita come un romanzo russo

Carrére, Emmanuel (2009). La vita come un romanzo russo (Un roman russe. trad. di Margherita Botto). Torino: Einaudi. ISBN: 9788858403488. Pagine 276. 7,99 €.

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A me Carrère piace, in genere. L’ho incontrato la prima volta con L’avversario: avevo visto il bel film omonimo di Nicole Garcia, con uno straordinario Daniel Auteuil. Il libro è – ma se ne può discutere – ancora più bello del film.

Poi ho letto Limonov, di cui ho scritto la recensione su questo blog alcuni anni fa (se volete leggerla, è qui). Ne ho letto anche altri, per la verità, ma vi sarete accorti che sono rimasto un po’ indietro con la promessa di recensire tutto quello che via via vado leggendo. Mi riprometto di rimediare.

Carrère ha il dono di una scrittura limpida, almeno per quello che posso giudicare io che leggo il francese in traduzione. Ma è un autore che può essere irritante: ha – come si dice – un ego smisurato. O forse è narcisista. Parla, in sostanza, sempre di sé. Scrive romanzi, o saggi, o una contaminazione dei due: comunque trova il modo di dare al tutto sempre un’impronta molto personale, autobiografica. Non c’è inquadratura in cui non sia in qualche modo presente: a volte da protagonista, a volte con un cameo di sfuggita (un po’ alla Hitchcock), a volte lasciandoci vedere un microfono o una giraffa come per distrazione (per continuare la metafora cinematografica). Il rischio, va da sé, è quello dell’autocompiacimento.

Da questo punto di vista, questo libro è il più estremo tra quelli di Carrère che ho letto. Mi aveva attratto il riferimento alla Russia (che a me affascina) e al romanzo russo (ma questo è senza dubbio un romanzo francese, anzi un romanzo di Carrère). Anzi, se non sbaglio, da nessuna parte l’autore scrive che questo è un romanzo. La chiama storia, e la conclude scrivendo:

Ho pensato: sono venuto ad allestire una tomba a un uomo la cui morte incerta ha pesato sulla mia vita, e mi ritrovo di fronte a un’altra tomba, di una donna e di un bambino che per me non erano niente, e adesso sono in lutto anche per loro.

Forse è questa, la storia. (pos. 3110)

Ma poi – c’è tutto Carrère in questo – scrive un settimo capitolo, in cui ripercorre gli avvenimenti occorsi dopo i due anni raccontati nel sei capitoli precedenti, e ci toglie ogni dubbio (o almeno intende toglierci ogni dubbio) sul fatto che stiamo parlando non di una storia qualunque, ma di un frammento di autobiografia.

Dico: è questa, la storia, ma non ne sono certo. Né che sia questa, né che tutto ciò costituisca una storia. Ho voluto raccontare due anni della mia vita, Kotel´nič, mio nonno, la lingua russa e Sophie, sperando di catturare qualcosa che mi sfugge e che mi consuma. Ma continua tuttora a sfuggirmi e a consumarmi. (pos. 3113)

Kotel´nič, suo nonno e la lingua russa ci sono, ma (secondo me) non sono il centro del libro. Quanto a Sophie, in un certo senso lo è: deuteragonista, e vittima. Protagonista e carnefice è lo stesso Carrère che prima la mette in mezzo (narrativamente, ma si sospetta anche nella vita reale, fin dalla prima scena, del sogno erotico ambientato in treno) e poi la espone ancora, come vedremo.

Si usano spesso, metaforicamente, quando si parla di autocompiacimento, termini che fanno riferimento alla masturbazione. Lo si fa nel linguaggio corrente (“Sono pippe mentali”), e lo si fa pure in ambiti meno colloquiali, come in una recensione. Ma qui (e in altre opere di Carrère) non si tratta di una metafora. La masturbazione è forse il vero centro del romanzo: il verbo masturbare/masturbarsi, in diverse coniugazioni, compare nel romanzo dieci volte (questo è facile da fare con un ebook). I temi e le situazioni collegati al concetto sono molto più frequenti. L’episodio centrale del libro è il racconto erotico che Carrère pubblica su Le monde per un gioco con Sophie, la sua compagna dell’epoca, con la speranza di una complicità che ravvivi il loro rapporto, e che invece (prevedibilmente, verrebbe da dire) conduce alla sua fine. Anche perché poi, per la verità, è Carrère stesso a non reggere, a cadere dal gioco perverso nell’agitazione, nella gelosia, nell’agitazione scomposta.

Un inciso: non è invenzione. Carrère ha effettivamente pubblicato quel racconto, «L’Usage du “Monde”», sull’edizione datata 22 luglio 2002 (ma uscita in edicola il 20). Se siete curiosi, lo trovate online qui.

Non sono un moralista (lo so, suona un po’ come “non sono un razzista ma…”) ma leggere quelle pagine mi ha fatto sentire molto a disagio, per usare un termine forse troppo debole. Forse sarebbe più appropriato dire che quelle pagine mi hanno fatto sentire proprio male. Certo, se volete l’empatia per i personaggi di un romanzo è una parte di quella suspension of disbelief che al romanzesco e al narrativo è connaturata. Ma a me è risultato molto difficile non mettermi nei panni della povera Sophie. Mentre Carrère – almeno così è sembrato a me – continua a puntare lo sguardo su sé stesso, un po’ per giustificarsi (se non assolversi), un po’ per raccontarci che in fin dei conti la vittima è lui!

Il peggio che succede a Sophia, ben prima del giochetto erotico finito malamente, è che Carrère si considera superiore a Sophie per censo e cultura e la fa sentire non alla sua altezza. E che Sophie non ha la forza o l’ardire di mandarlo a quel paese (lo farà più tardi, ma non lo fa ancora, e forse non lo fa nemmeno per questo, che è il capo d’accusa più pesante che gli avrebbe dovuto imputare).

Alla nascita, dice lei, ho avuto tutto: la cultura, la disinvoltura sociale, la padronanza dei codici […] (pos. 575)

Ho fatto fatica a finire il libro lo confesso. E ho smesso di annotare i brani che mi erano piaciuti. Per questo le citazioni a un certo punto si interrompono:

Nella maggior parte dei documentari si finge che la troupe non esista. Bisognerebbe fare esattamente il contrario […] (pos. 433)

Ricordo una frase in particolare, a mio parere un capolavoro di economia descrittiva: le montagne, dice il narratore, sono cosí alte che per quanto alzi gli occhi, non vedi mai gli uccelli stagliarsi sullo sfondo del cielo. (pos. 541)

Ma non c’è solo questo nella passione per i peli sotto le ascelle, c’è anche, come dire?, una sorta di effetto metonimico, come quando si dice vela per dire barca, l’impressione che tu vada a spasso con due piccole fiche supplementari, due piccole fiche che la buona creanza autorizza a mostrare in pubblico benché facciano irresistibilmente pensare, o perlomeno a me fanno irresistibilmente pensare, a quella che hai tra le gambe. (pos. 1370)

Dan Brown – Origin

Brown, Dan (2017). Origin. Londra: Transworld. ISBN: 9781473543348. Pagine 456. 6,19 €.

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Ma non mi vergogno a leggere Dan Brown? Sì, mi vergogno, ma ci ricasco tutte le volte, come un adolescente con gli atti impuri commessi in solitudine, nonostante le sinistre profezie della cecità in questa vita e dell’inferno per l’eternità.

Dan Brown non è un grande scrittore, e neppure uno scrittore medio. Però – oltre a toccare temi à la page in grado di incuriosire un pubblico moderatamente colto e informato e a stupire, facendolo sembrare colto e informato, il resto dei lettori – è una gran guida di viaggio, ben documentato sui luoghi che ci fa visitare.

Confesso – tanto per restare nel clima penitenziale – di aver letto, oltre al Codice Da Vinci (che offriva l’alibi della curiosità per un fenomeno di costume, dato che tutti parlavano del libro e, un paio d’anni dopo, del brutto film che ne era stato tratto), anche Digital Fortress (in italiano Crypto, con l’alibi questa volta del mio interesse per la crittografia: ma se volete leggere un bel libro in tema, leggete piuttosto Criptonomicon di Neal Stephenson, se riuscite ancora a scovarlo nell’edizione italiana di Rizzoli) e Inferno (qui la scusa erano Dante e una mamma professoressa e dantista, che se avesse fatto invece la dentista oggi sarei più ricco. Inferno l’ho recensito qui). Dato che Dan Brown ha scritto in tutto sette romanzi, ne ho letti più della metà.

Non vi racconto niente della trama: è pur sempre un thriller, o meglio un romanzo a chiave, pieno di colpi di scena più o meno prevedibili. Sotto il profilo turistico, parliamo di Spagna. Se non mi ricordo male: si parte dal monastero di Montserrat:

Poi il museo Guggenheim di Bilbao:

https://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/d/de/Guggenheim-bilbao-jan05.jpg
https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Guggenheim-bilbao-jan05.jpg
Photograph taken by User: MykReeve [CC BY-SA 3.0]

C’è una puntata a Budapest e una alla cattedrale e al palazzo reale di Madrid. Ma il nostro autore non poteva farsi scappare la Barcellona di Gaudì. Prima fa andare il protagonista alla Pedrera:

E poi, naturalmente alla Sagrada Familia:

Dulcis in fundo, la Basílica de la Santa Cruz del Valle de los Caídos…

***

Pochissime le citazioni che meritano di essere ricordate:

‘Men plan, and God laughs.’ (p. 225)

In other words, Darwin’s theory described the survival of the fittest, but not the arrival of the fittest. (p. 386)

‘The price of greatness … is responsibility.’ (p. 412: è una citazione di Churchill)

Noi

Noi (Us), 2019, di Jordan Peele, con Lupita Nyong’o, Winston Duke, Elisabeth Moss.

Lupita Nyong'o in Us (2019)
imdb.com

Una cagata pazzesca (quando ce vò, ce vò). Girato male, sceneggiato male, tradotto male, doppiato male. Dialoghi inverosimili. Tutti i peggiori luoghi comuni del genere. Solo Lupita Nyong’o si salva, tra gli attori; gli altri dei cani, per quello che si può giudicare dall’irritante doppiaggio. La cosa migliore del film è la colonna sonora. State alla larga.

Ma allora perché sono andato a vederlo?

Questo è il punto: perché ingannato dalle recensioni. Pensate che me l’ero addirittura segnato, e aspettavo con ansia l’uscita italiana, dopo aver letto questa recensione sul Guardian dell’11 marzo 2019 (“Us review – Jordan Peele’s brash and brilliant beach holiday horror“, di Peter Bradshaw):

Peele’s follow-up to Get Out is a superb doppelganger satire of the American dream, with Lupita Nyong’o delivering a magnificent performance.

An almost erotic surge of dread powers this brash and spectacular new horror-comedy from Jordan Peele, right from its ineffably creepy opening. It’s a satirical doppelganger nightmare of the American way, a horrified double-take in the mirror of certainty, a realisation that the corroborative image of happiness and prosperity you hoped to see has turned its back, like something by Magritte.

Questo l’inizio, ma va avanti così per tutto il resto dell’articolo, che non riporto perché pieno di spoiler (ve l’ho già detto, di stare alla larga, ma non siete obbligati a credere al mio giudizio).

Vabbè, gli inglesi, appassionati del genere horror dai tempi di Mary Shelley…

Ma la critica americana non è da meno. Eccovi (anche qui evito gli spoiler) David Sims su The Atlantic del 19 marzo 2019 (“Jordan Peele’s ‘Us’ Is Worth Seeing Again and Again“):

In the opening sequence of Us, Jordan Peele gives the audience what it might be expecting after months of hype for his follow-up to Get Out: a perfectly taut piece of virtuoso horror filmmaking.

[…]

In its dread-suffused opening moments, Us is utterly serious. But as the plot moves forward, the film becomes more complicated, more outrageous, and in a lot of ways, more daringly funny and topical than its predecessor. Us is a glorious symphony of fear, to be sure, but it’s also an ambitious sci-fi allegory and a pitch-black comedy of the haves and have-nots.

[…]

Peele has such a gift for generating terror through blocking and simple camera movements that he never has to rely on lame jump scares to rack up the tension.

[…]

The movie is so rife with ideas that it should inspire multiple trips to the theater for its most devoted fans, because it ends not on a definitive answer but on a trenchant question for viewers to ponder on their way out. Us is a thrill ride, a somber parable, and a potential first chapter in a vast, encyclopedic sci-fi story; talented as ever, Peele has found a way to cram all of that into a gleeful blast of a film.

OK, gli americani sono propensi all’iperbole, si sa.

Vediamo allora la critica nostrana. Paolo Mereghetti sul Corriere della sera del 31 marzo 2019 (“«Noi», horror di Jordan Peele: uno specchio delle nostre paure”):

Se horror deve essere che lo sia fino in fondo, senza preoccuparsi troppo della logica e della razionalità. È un avvertimento che andrebbe tenuto presente prima di vedere Noi, il nuovo film di Jordan Peele che dopo l’esordio con Scappa – Get Out torna a misurarsi con gli incubi che si annidano nell’immaginario made in Usa. E che sono naturalmente legati al colore della pelle dei suoi abitanti (Peele è nero ed era diventato popolare imitando Obama in tv) ma che poi si allargano per scavare dentro paure più profonde e indefinite.
Senza dimenticare che nonostante Noi sia stato lanciato con l’etichetta del film horror, non è certo uno di quei titoli truculenti che vanno per la maggiore, con musiche tonitruanti e continui salti sulla poltrona, ma piuttosto un sottile gioco di allusioni e di svelamenti, con un po’ di sangue (più che altro sui vestiti) e molta tensione.

[…]

Il precedente Scappa – Get Out prendeva di petto le certezze della classe bianca e democratica per insinuare il dubbio che dietro certe apparenze si nascondessero ancora pregiudizi e anche peggio. Con Noi (il cui titolo originale — Us — gioca maggiormente sull’ambiguità tra il pronome personale e la sigla degli Stati Uniti) sembra divertirsi ad allargare il suo gioco al massacro, ricordandoci che dentro a ognuno di noi, bianco o nero poco importa, potrebbe esistere un doppio vendicativo e omicida. Disposto a tutto per ottenere il suo posto nel mondo.

Che dire di fronte a questa unanimità? Tre possibili conclusioni, in larga parte alternative:

  1. Non ci capisco niente di cinema. Anni di cineforum, libri e cineteca nazionale buttati al vento.
  2. I recensori si influenzano a vicenda e si basano in parte sulla reputazione del regista, e in parte sulle prime critiche che escono (non ho la voglia né la pazienza di ricostruire la storia delle recensioni, che parte negli Stati Uniti: comunque su IMDb nel momento in cui scrivo Noi ha un metascore di 81/100 sulla base di 55 recensioni).
  3. I recensori, almeno quelli dei quotidiani e delle riviste mainstream, non stroncano mai veramente nessuno, perché in caso contrario Hollywood gli taglierebbe la pubblicità e affonderebbe la testata.

Aridàtece il Goffredo Fofi dei Quaderni piacentini, che nel 1971 recensiva così Il conformista di Bernardo Bertolucci (lo trovate qui, grazie alla meritoria messa online della Biblioteca Gino Bianco):

Abbiamo di fronte un nuovo jou-jou della nostra borghesia. Il dubbio ci viene confermato da questo film, come anche dalle dichiarazioni più recenti di Bertolucci, nelle quali, oltre alla confusione dei propositi, sembra tuttavia chiaro l’essenziale: ricavarsi uno spazio di successo personale tra l’apparato (tv e cinema spettacolare), l’alibi (squalificatissimo) della tessera del partito e dei futuri circuiti alternativi e il plauso della «critica» vecchia e la compiacenza di una critica sedicente nuova e linguistica.

Richard Powers – The Time of Our Singing

Powers, Richard (2004). The Time of Our Singing. New York: Farrar, Straus and Giroux. ISBN: 9780374706418. Pagine 632. 9,67 €.

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Romanzo ambizioso, ma non del tutto riuscito. Impegnato e impegnativo (632 pagine, di cui molte non sarebbero sopravvissute a un editor sufficientemente spietato). Eppure interessante, non privo di meriti, con alcune pagine memorabili.

C’è una versione italiana, tradotta da Giulio Caraci e pubblicata da Mondadori nel 2007 (Il tempo di una canzone, traduzione insensata e più avanti capirete perché).

L’impressione è che Richard Powers ci abbia voluto mettere un po’ tutto quello che lo appassiona: un po’ come faccio io in queste pagine, soltanto che io non pretendo di essere un romanziere e le mie elucubrazioni sono messe a disposizione di chi vuole leggere senza pretesa di retribuzione né in danaro né in fama.

Richard Powers, che oggi ha 62 anni e quando ha pubblicato il romanzo ne aveva meno di 50, è laureato in fisica, appassionato di canto e musica (secondo Wikipedia suona violoncello, chitarra, sassofono e clarinetto) e ha insegnato inglese all’università.

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Phoebe [CC BY-SA 4.0]

Il romanzo racconta – con la voce narrante di Joey, il secondogenito – una storia familiare. E fin qui nulla di straordinario. Anzi, l’inserirsi in un filone così tradizionale, quello della saga familiare, in qualche modo nuoce al libro, sia perché ne sminuisce l’originalità (same old same old), sia perché costringe l’autore ad attenersi ai canoni di quella forma, raccontando gli eventi in modo lineare e completo (e questo gli costa pagine e pagine che forse si sarebbero potuto risparmiare con un po’ più di coraggio nel forzare la forma della saga).

La famiglia, però, è una famiglia sui generis. Non soltanto nel senso universalmente noto dell’incipit di Anna Karenina (“Tutte le famiglie felici si assomigliano fra loro, ogni famiglia infelice è infelice a suo modo”), che fa sì che il lettore non sia interessato a leggere la storia di una famiglia felice, e dunque il narratore non sia incentivato a raccontarla. La ragion d’essere stessa del romanzo è l’eccezionalità di questa famiglia.

David Strom (un fisico ebreo fuggito dalla Germania – la sua famiglia sterminata nella Shoah) e Delia Daley (un’aspirante cantante, figlia più grande di una famiglia della borghesia nera di Philadelphia – il padre è un medico) si incontrano il giorno di pasqua del 1939 a Washington, al concerto di Marian Anderson, cui era stato impedito di cantare nella Constitution Hall perché afro-americana. Musica, fisica relativistica, problema razziale: ecco i tre temi del romanzo (ed ecco perché il titolo originale è un titolo a chiave, mentre la traduzione italiana è semplicemente banale).

https://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/4/40/MarianAndersonLincolnMemorial.png
By U.S. Information Agency – NARA image 306-NT-965B-4 / ARC 595378
Public Domain, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=2517831

Delia e Davis si sposano, nonostante l’opposizione della famiglia di lei e benché i matrimoni misti siano vietati in gran parte degli Stati, e generano tre figli di straordinario talento: il maggiore, Jonah, diventerà un tenore di fama internazionale, ma nel 1992 resterà vittima dei disordini seguiti alla sentenza di assoluzione dei 4 poliziotti che avevano massacrato di botte Rodney King (63 morti, 2.383 feriti, oltre 12.000 arresti); Joseph detto Joey, la voce narrante, diventerà pianista e accompagnerà a lungo il fratello in tournée, prima di diverntare insegnante di musica nella scuola della sorella a Oakland; Ruth, anche lei dotata di talento e bella voce, entrerà nelle Black Panthers con il marito, poi ucciso dalla polizia.

Dei tre temi, quello della musica è quello cui è dedicato nel romanzo lo spazio maggiore, per lo meno sotto il profilo quantitativo. Ma nonostante la straordinaria capacità di catturare l’esperienza musicale con le parole (per questo un recensore ha accostato questo romanzo di Powers al Doctor Faustus di Thomas Mann), ho trovato questo aspetto il più debole. Certo, è memorabile il racconto delle serate musicali a casa Strom quando i bambini sono piccoli (i genitori hanno deciso di occuparsi personalmente della loro istruzione, fino a quando Einstein – nientemeno – li convince a mandarli a una scuola musicale): il gioco delle crazed quotations, in cui i cinque improvvisano contrappunti improvvisati mescolando tutti i generi musicali, più che un riferimento alla mixité della famiglia, è una celebrazione della libertà creativa e dell’improvvisazione. Questo primo passo si rispecchia in quello sul saggio scolastico che, verso la fine del libro, Joey presenta a Jonah in visita alla scuola di Oakland dove insegna. Powers cita, a un certo punto, il Concerto d’Aranjuez di Joaquín Rodrigo (che io personalmente aborro) e Sketches of Spain di Miles Davis e Gil Evans (una delle cose che amo meno di Miles Davis), ma a me viene in mente soprattutto il quodlibet alla fine delle Variazioni Goldberg di Bach, che mischiano al tema le melodie popolari Ich bin so lange nicht bei dir g’west, ruck her e Kraut und Rüben haben mich vertrieben (Non sono stato con te per così tanto tempo, vieni qui e Cavoli e rape rosse mi hanno disturbato).

Glenn Gould, piano

Peccato che in mezzo a questo due momenti memorabili ci siano decine di pagine in cui Powers, per il tramite del narratore e testimone Joey, descrive minuziosamente gli exploit musicali di Jonah…

E le lungaggini del romanzo non sono solo queste, come dicevo: ci sono intere vicende ed episodi che si sarebbero potuti tralasciare senza che il racconto ne soffrisse: cito per tutti – ma ce ne sono anche altri – la storia d’amore infantile tra Jonah e Kimberly Monera.

Il secondo tema del romanzo è la razza. Forse il tema principale. Certamente quello più interessante per chi – come me e la maggioranza degli europei – è stato indotto a pensare che tra l’emancipazione dalla schiavitù dopo la guerra civile e Lincoln e l’elezione di Barack Obama come primo presidente afro-americano nel 2008 ci sia stato un percorso tutto sommato lineare, anche se interrotto da un bel po’ di “incidenti di percorso” (linciaggi, assassini, disordini – gravi, certo, ma semplici battute d’arresto nell’inesorabile cammino del progresso). Come ci ha ricordato anche Green Book (di cui abbiamo parlato qui), è andata tutt’altro che così. E Powers ricorda doverosamente (ma, ancora una volta, minuziosamente) gli eventi che hanno punteggiato la storia del conflitto razziale negli Stati Uniti: dall’episodio del concerto di Marian Anderson (di cui abbiamo già parlato), al linciaggio di Emmett Till, ai disordini di Watts, Newark e Detroit; al pestaggio di Rodney King e agli scontri di Los Angeles ; alle marce su Washington di Martin Luther King nel 1963 (I have a dream) e di Louis Farrakhan nel 1995.

Verrebbe da sbottare: “ma se avessi voluto leggere un libro di storia, me lo sarei comprato, invece di acquistare un romanzo”. Ma sarebbe ingiusto, perché Powers fa un lavoro onesto e scrupoloso per inserire questo sfondo storico nel suo racconto, anche se non sempre con successo. E a volte riesce a offrirci un punto di vista originale, che stimola a riconsiderare cose che davamo per scontate: ad esempio, non mi era mai passato per la mente che le bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki potessero essere lette come atti di razzismo. Eppure è proprio su questo che il padre di Delia, il dottor William Daley, rompe con David Strom e tutta la famiglia della figlia, con una lettera che dice, tra l’altro:

I have no trouble in accepting the first explosion. It seems to me politically necessary, scientifically triumphant, and morally expedient. But this second blast is little more than barbaric. What civilized people could defend such action? We have taken tens of thousands more lives, without even giving that country a chance to absorb the fact of what hit it. And for what? Merely, it seems, to project a final superiority, the same world dominance I thought we were fighting this war to end …

[…]

This country must know what it’s in danger of pursuing. Surely it sees how this act will look to history. Would this country have been willing to drop this bomb on Germany, on the country of your beloved Bach and Beethoven? Would we have used it to annihilate a European capital? Or was this mass civilian death meant, from the beginning, to be used only against the darker races?

[…]

I had in mind a different victor, a different peace, one that would put an end to supremacy forever. We were fighting against fascism, genocide, all the evils of power. Now we’ve leveled two cities of bewildered brown civilians … You may not understand my racializing these blasts. (pp. 415-416).

Uno dei leitmotiv del romanzo è in un proverbio yiddish citato più volte – la prima quando David e Delia s’incontrano:

“The bird and the fish can fall in love. But where they gonna build their nest?” (p. 630)

Per tutto il libro, la domanda non trova una risposta soddisfacente, e il tentativo di David e Delia di dare ai loro figli un’esistenza al di là della razza si scontra più volte con il fallimento, con la frustrazione e con la morte (della stessa Delia, di Robert Rider il marito di Ruth, di Jonah). Soltanto alla fine il piccolo Robert, figlio minore di Ruth, abbozza una risposta:

“The bird and the fish can make a bish. The fish and the bird can make a fird.”

[…] “The bird can make a nest on the water.” (p. 631)

Il terzo tema, quello che a me appassiona di più, come testimonia un libro che ho letto di recente (Einstein’s Clocks, Poincare’s Maps: Empires of Time, che ho recensito qui), è quello del tempo nella fisica. David è uno scienziato – come Richard Powers – ed è ossessionato dal tempo, o meglio dalla sua illusorietà. Le cose che David Strom ci fa intuire, a volte parlando con la moglie e soprattutto con i figli, a volte in un apparente delirio, fino in punto di morte.

“Do you know what time is?” His voice is so soft, I think I’m making it up. “Time is our way of keeping everything from happening at once.”

I reply as he taught me, long ago, the year my voice broke. “You know what time is? Time is just one damn thing after another. (p. 95)

Sotto troverete molte altre citazioni. Alcune veramente illuminanti.

L’attenzione al tempo struttura anche il romanzo, nei frequenti flashback che interrompono la narrazione lineare di Joseph. E, infine, everything happens at once, quando nell’illusione del tempo, il cerchio si chiude intorno a David e Delia nel 1939 e a Robert nel 1995.

***

Avevo pensato di strutturare le molte citazioni dal romanzo che vi propongo intorno ai tre temi della musica, della razza e del tempo. Ma poi mi sono accorto che molte delle citazioni trattano insieme più di un tema (e, inoltre, il lavoro di riclassificazione è una fatica improba, rispetto all’ordine di pagina).

“A near Polack. A counterfactual Polack.”

“A Polack in one of many alternate universes?” (p. 7)

[…] the soul’s eye color. (p. 14)

[…] halfway between food and feces. (p. 19: a proposito dell’odore del vomito)

The world was not a madrigal. The world was a howl. (p. 50)

Music itself, like its own rhythms, played out in time. A piece was what it was only because of all the pieces written before and after it. Every song sang the moment that brought it into being. Music talked endlessly to itself. (p. 58)

Three-quarters of all American Negroes have white blood—and very few of them as a matter of choice. (p. 72: ne ho parlato qui recensendo Who We Are and How We Got Here: Ancient DNA and the New Science of the Human Past)

“Growing disorder: This is how we must tell time. Lunch is not only never free; it gets, every day, a little more expensive. This is the only sure rule in our cosmos. Every other fact, you will one day exchange. But bet against the Second Law, and you are doomed. The name isn’t strong enough. Not second anything. Not a law of nature. It is nature.” (p. 88)

Like loose lips sink ships, a law I will never quite get until long after all my ships have sailed. (pp. 88-89)

Music, as his hero Leibniz says, is an exercise in occult mathematics by a soul that doesn’t even know it’s counting. (p. 91)

“We have no access to the past. All our past is contained in the present. We have nothing but records. Nothing but the next set of histories.” (p. 92)

Happy, or at least busy, […] (p. 109)

“Okay?” our father echoes. Empirical reductionist. Okay has no measurement. Okay is a meter stick that shrinks with the speed of the measurer. (p. 130)

“Every twin has his own tempo. The universe has as many metronomes as it has moving things.” (pp. 151-152)

Mechanical stairs, to lift us up to Overlook without moving. Visual telephones on your wrist. Floating buildings. Pellets that change into any food you want—just add water. Dial-up music, everywhere on demand. This brick and iron city is something I’ll remember in old age, with the same head-wagging smile of bewilderment my father resorts to, here in this foreign country, in this false now. (p. 152)

“That, too, is true! But only because our reason was created at very slow speeds.” (p. 235)

Learning each other was steady work, but no harder than the work of being. (p. 286)

His sons will not be his. Every census will divide them. Every numbering. (p. 344)

Start a little fish, end a little fish, only eaten. (p. 389)

“The ones without talent can’t be taught. The ones with talent need not to be taught.” (p. 410)

“You must learn to listen,” he says. If particles, forces, and fields obey the curve that binds the flow of numbers, then they must sound like harmonies in time. “You think with your eyes; this is your problem. No one can see four independent variables mapping out a surface in five or more dimensions. But the tuned ear can hear chords.” (p. 411)

“[…] They are taking shortcuts in the steps of their deductions. They do not see the case, but only make bets on the basis of what they think likelihood tells them. Category. This is how thought proceeds. We cannot alter that. But we must change their categories.” (p. 422)

Music had always been his celebration of the unlikelihood of escape, his Kaddish for those who’d suffered the fate meant for him. (pp. 461-462)

[…] the kind of motorized bed that can be set to every position except comfortable. (p. 466)

The bird and the fish can fall in love, but their only working nest will be the grave. (p. 470)

‘There’s another wavelength everyplace you point your telescope.’ (p. 471)

All things that are possible must exist. […] Whatever the numbers permitted must happen, somewhen. (p. 476)

They called him “effortless,” Europe’s highest compliment. (p. 497)

There are only four profound measures in the piece; the rest is mostly note spinning. (p. 501: a proposito della sonata a 4 mani di Mozart, K 381)

Time is how we know which way the world runs: ever downward, from crazed to numb. (p. 513)

And later, when Einstein comes by the house for music night, playing his violin with the other physicist musicians, he needs give only the slightest push to shame my parents into sending their boy away. “This child has a gift. You don’t hear how big. You are too close. It’s unforgivable that you do nothing for him.” (p. 522)

For if prophecy is just the sound of memory rejoining the fixed record, memory must already hold all prophecies yet to come home. (p. 525)

How much work it took to find the effortless. (p. 530)

Everything I knew about singing was wrong. Fortunately, I knew nothing. (p. 531)

Soloists play without music all the time. But if they lose themselves, they can swim up alongside their own fingers, and no one but the fellow in row four with the pocket score is the wiser. With ensembles, each mind’s memory map must be identical. Lose yourself and there’s no return. Written music is like nothing in the world—an index of time. The idea is so bizarre, it’s almost miraculous: fixed instructions on how to recreate the simultaneous. (p. 537)

[…] at-one-ment […] (p. 537)

“All music is contemporary” (p. 539)

“The man didn’t die from complications, Joey. He died from simplifications. Simplified to death.” (p. 559)

They wanted a place with as many categories as there were cases. (p. 562)

“All music’s religious music. All the good parts anyway.” (p. 573)

Their identity? Identical to what? Only thing you’re identical to is yourself, and that only on good days. (p. 600)

I have seen the future, and it is mongrel. (p. 624)

Border – Creature di confine

Border – Creature di confine (Gräns), 2018, di Ali Abbasi, con Eva Melander, Eero Milonoff, Jörgen Thorsson.

Eero Milonoff and Eva Melander in Gräns (2018)
imdb.com

Diciamolo sùbito, è un film molto bello, originale, fa riflettere senza essere didascalico. Vi consiglio vivamente di andarlo a vedere.

Ma cominciamo con una divagazione.

Dio si muove per vie misteriose, secondo la tradizione e un inno scritto dall’inglese William Cowper nel 1773.

God moves in a mysterious way
His wonders to perform;
He plants His footsteps in the sea
And rides upon the storm.

Congregational singing (Michael Mahoney) Grace Community Church – Sun Valley, California Text: William Cowper / K. Jason French

Anche la luna e le donne lo fanno, secondo gli U2:

She’s the wave
She turns the tide
She sees the man inside the child, yeah
It’s alright, it’s alright, it’s alright
She moves in mysterious ways

Anche il marketing si muove per vie altrettanto misteriose: altrimenti, come spiegare che un titolo in svedese (Gräns, che significa “confine”, come persino la mia limitata conoscenza del tedesco Grenz e un minimo di intuito mi permettono di inferire) è stato tradotto nell’inglese Border, non solo in Italia, ma sugli schermi di quasi tutto il mondo? Comprese Francia e Germania, di solito così gelose della loro lingua (ma esclusi portoghese, basco, turco, malese, russo, bielorusso e ucraino, secondo Wikipedia)? Forse per mantenere quel modicum di ambiguità consentito dalla polisemia (il tedesco Grenz, e quindi forse anche lo svedese Gräns, significano sia “confine” sia “frontiera”, come l’inglese border)?

Tina, infatti, lavora ai controlli di frontiera, alla dogana di un porto. Ha un’abilità straordinaria: ha fiuto. Letteralmente. Fiutando l’aria individua le persone che cercano di far entrare illegalmente in Svezia cose proibite, dall’alcool a una scheda di memoria piena di immagini di pedofilia…

Di più non posso raccontarvi perché – anche se il film non è un thriller – ve ne guasterei la visione.

La frontiera di cui si parla, però (e questo ve lo posso dire), non è soltanto la linea di demarcazione tra Stati: è anche quella che utilizziamo per separare le categorie che strutturano il nostro modo di pensare, e soprattutto quelle che hanno a che vedere con l’identità.

Chi è come noi, e chi è diverso da noi? Che cosa concorre a definirlo?

L’aspetto fisico, innanzitutto. E poi certe regolarità di comportamento, come le abitudini alimentari. Troviamo disgustoso che un umano si nutra di insetti vivi e di lombrichi; e ancora più disgustoso che gli piacciano, che li mangi con evidente delizia. Ma lo troviamo normale, e dunque non ci disgusta, che lo faccia un formichiere o un uccello. Quanto all’aspetto fisico, applichiamo agli animali e agli umani canoni di bellezza diversi: un umano che si discosta da questi canoni è brutto, se se ne discosta poco (chi di noi non lo ha detto o pensato vedendo una ragazza o un ragazzo brutto? quanto del bullismo che dilaga soprattutto tra gli adolescenti – a scuola per esempio – si fonda su un giudizio estetico? è brutto/a, è grasso/a, è brufoloso/a?). e se se ne discosta molto è un mostro (e le parole sono pietre: un mostro sotto l’aspetto fisico lo è certo, almeno implicitamente, per un automatismo mentale, anche sotto quello morale). Dentro o dietro a questo giudizio c’è insicurezza sulla nostra identità: io non sono così, vero? E la sicurezza ce l’offre il gruppo dei pari, o sarebbe meglio dire, degli eguali. Mi omologo (pensiamo ancora agli adolescenti) negli outfit, nella musica che sento, nelle opinioni (cento anni fa il fascismo, cinquanta anni fa il comunismo, oggi…) e il gruppo mi considera uno dei suoi membri; non lo faccio, perché non voglio (raramente) o non posso (quasi sempre) e allora non sono soltanto escluso, ma anche (spesso) attivamente perseguitato.

Non lo facciamo con gli animali: loro sono abbastanza diversi da non mettere in questione la nostra identità. Se e quando li perseguitiamo è perché li percepiamo come sporchi (i piccioni, i topi, gli scarafaggi, le mosche) o dannosi (a suo tempo i lupi e gli orsi, ma anche le donnole e le volpi). A volte li troviamo anche brutti, ma come specie o sottospecie (gli gnu, i mandrilli, certe razze di cani): ma non ci viene in mente di dire di un singolo esemplare di scimpanzé “ma quanto è brutto quello”; né di una coppia di bonobo intenti a copulare “che abitudini disgustose” (anche se una mia collega, una ventina di anni fa, lo disse vedendo una coppia di lontre di mare che lo facevano all’Oceanário di Lisbona).

E già, dimenticavo. Tra le abitudini, oltre a quelle alimentari, ci sono quelle sessuali: i nostri tabù in materia sono ancora più forti. Il sesso si fa tra maschio e femmina, adulti, fuori dalla vista di spettatori anche casuali (quante tende alle nostre finestre!), e secondo i promotori del Congresso mondiale delle famiglie esclusivamente a fini riproduttivi. Tutto il resto è perversione, anzi fa schifo (“Schifosi!”, è il commento delle comari benpensanti). È la forza del tabù sessuale che indusse quella mia collega, per quanto laureata e dirigente in un istituto di ricerca, a stigmatizzare i giochi erotici delle lontre di mare.

La frontiera tra uomini e animali è quindi abbastanza netta. Poco problematica, quanto meno (anche se le immagini di Border sono lì a mostrarci che – tra addomesticarli e allontanarli dalla nostra vista in un loro regno selvaggio – un diverso rapporto con gli animali è possibile). E se ci fosse una terra di mezzo che ci mette in difficoltà, rispetto alla quale non sappiamo come comportarci? Se esistessero dei “quasi umani”, mitici o reali? I Neanderthal con cui i nostri antenati Homo sapiens si mescolarono, riproducendosi, anche se alla fine ne causarono l’estinzione? O le antiche popolazioni europee che le migrazioni degli Yamnaya soppiantarono (ne abbiamo parlato qui)?

Border, senza essere didascalico, ci fa riflettere su questo, presentandoci tutte le possibili “strategie” a nostra disposizione, che abbiamo applicato e applichiamo ai selvaggi, ai nativi, ai pellirosse, ai musi gialli, ai negri, agli ebrei, ai rom: ieri che colonizzavamo le loro terre e oggi che paventiamo un’invasione. Strategie che vanno dallo sterminio, all’istituzionalizzazione (galere, campi o manicomi, non importa poi tanto, come insegna Foucault), all’assimilazione forzata (dalla mutilazione alla stiratura dei capelli, all’imposizione di vestiti “decenti” e della “posizione del missionario”…). Ci invita (anche qui senza forzature) a chiederci dove passano questi confini, e se sono proprio necessari, e a quale scopo. Ed evita la scorciatoia “buonista” di farci pensare che i diversi sono, per il solo fatto di essere diversi, anche benevoli o comunque irresponsabili delle loro azioni.

Non dà risposte. E infatti io, che il film l’ho visto ieri sera, sono ancora qui a pormi le domande. Mi spiego meglio: non solo non ho tutte le risposte, non ho ancora neppure tutte le domande. E questo – credetemi – in un libro, in un film, in uno spettacolo teatrale, per me è un segno certo di grandezza.

Lazzaro felice

Lazzaro felice, 2018, di Alice Rohrwacher, con Alba Rohrwacher, David Bennent, Sergi López.

Lazzaro felice (2018)
imdb.com

Film strampalato e autocompiaciuto, che non mi è garbato per niente.

Favoletta balorda, il cui messaggio è “meglio il medioevo artificiosamente mantenuto da una nobildonna cattiva (la matrigna di Biancaneve) a danno di una bizzarra famiglia contadina allargata (i sette nani) che l’emarginazione urbana dei giorni nostri (in cui i cattivi sono – e te pareva! – le banche)”.

Al posto di Biancaneve c’è Lazzaro del titolo, l’ultimo dei contadini, sempre pronto a dare una mano a tutti e a farsi carico dei lavori più gravosi, un sempliciotto che (per fare onore al nome, suppongo) resuscita, una, forse due volte. Forse è anche immortale. Forse è un dio minore. Forse un personaggio del folklore, come lo stolto in cristo della tradizione russa (penso al Boris Godunov di Puškin e di Musorgskij), cui l’impertinente Salomon Volkov equipara lo stesso Šostakovič («Gli jurodivye erano noti per il loro modo di parlare bofonchiando, le frasi corte, nervose, balbettanti, con parole ripetute. Nel Boris Godunov di Puškin, il folle santo insiste: “Dammi, dammi un copeco”. In questo c’era tutto Šostakovič: chiunque gli avesse mai parlato conosceva il suo modo di “impigliarsi” in una parola o in una frase, ripetendola più volte. Gli psicologi hanno notato che questo è caratteristico della creatività dei bambini, confronto che si addice a Šostakovič». Volkov, Salomon. Stalin e Šostakovič. Lo straordinario rapporto tra il feroce dittatore e il grande musicista. Milano: Garzanti. 2006. Le incertezze, le ripetizioni e i balbettii di Šostakovič sono ben rappresentati in Europe Central).

Lazzaro richiama anche piuttosto esplicitamente (il film è pieno di omaggi e citazioni, a proposito e sproposito) il Totò il buono protagonista di Miracolo a Milano. Ma, secondo me, Cesare Zavattini si rivolta nella sua tomba nell’amata Luzzara.

La cosa migliore del film sono i fantastici paesaggi della Tuscia.

Antonio Scurati – M Il figlio del secolo

Scurati, Antonio (2018). M Il figlio del secolo. Milano: Bompiani. ISBN: 9788858780268. Pagine 747. 14,99 €.

amazon.it

Nella versione digitale di Kindle sviluppa 747 pagine: un romanzo jumbo, quindi. Per di più, sulla sua pagina di amazon.it c’è un inquietante sottotitolo: “Il romanzo di Mussolini Vol. 1”. Dobbiamo quindi aspettarci una seconda e forse una terza puntata? e magari un prequel, per gli anni prima del 1919 (di quel 23 marzo 1919, data della fondazione dei fasci di combattimento, di cui domani ricorre il centenario), quando il romanzo comincia? Non so se sarò dei vostri, per quanto posseduto dal demone del completismo (il Vocabolario Treccani registra il neologismo “completista” nel 2008, definendolo come “chi affronta ciò di cui si occupa in modo completo, non parziale” e per estensione, aggiungo io, chi quando ha cominciato a leggere un insieme di romanzi o a seguire una serie televisiva è incapace di smettere: un esempio della mia sindrome la trovate qui, per esempio).

Di Scurati ho letto soltanto due romanzi: Il rumore sordo della battaglia (che non mi aveva convinto) e Una storia romantica, che invece mi era piaciuto molto (e che ho recensito qui).

Questo M Il figlio del secolo ha in comune con Una storia romantica il carattere post-moderno: Scurati si produce in una mimesi quasi perfetta del linguaggio giornalistico e letterario dell’epoca dei fatti (come direbbe Guccini), un pastiche (vero o simulato, non lo so) che rende difficile distinguere la penna di Scurati dai documenti (tratti dalla stampa, dai rapporti di polizia, da lettere e documenti) che fanno da contrappunto ai capitoli.

D’altronde, le intenzioni dell’autore sono apertamente dichiarate fin dall’inizio:

Fatti e personaggi di questo romanzo documentario non sono frutto della fantasia dell’autore. Al contrario, ogni singolo accadimento, personaggio, dialogo o discorso qui narrato è storicamente documentato e/o autorevolmente testimoniato da più di una fonte. Detto ciò, resta pur vero che la storia è un’invenzione cui la realtà arreca i propri materiali. Non arbitraria, però. (pos. 35)

Leggendo il romanzo non si può evitare una domanda (oltre a quella cui tenta di rispondere chiunque legga un romanzo, soprattutto se poi ha la pretesa di recensirlo: è un romanzo riuscito?): potrebbe succedere di nuovo? la resistibile ascesa del signor M poteva essere contrastata? quali interessi e potentati l’hanno favorita? dove e come hanno sbagliato i suoi oppositori?

Penso che sia una domanda lecita, anzi doverosa. Non ho letto se non un paio di recensioni, e per di più fuggevolmente e di sbieco, ma mi pare che se la pongano tutti. La risposta non può essere univoca, comprensibilmente. Ma a me restano due impressioni: la prima, è che Mussolini fosse un mediocre, ma un mediocre astuto, con fiuto da vendere, con una grande dose di opportunismo. Proprio questo, la capacità di non legarsi a nessuna ideologia e a nessun obiettivo imprescindibile (nonostante la roboante retorica) ne ha favorito l’ascesa, l’ha fatto sentire a molti “uno di noi”, un figlio del popolo oltre che un figlio del secolo. Un “noi” più vicino al “corpaccione” di cui ha scritto così efficacemente Giuseppe De Rita (anche se in quegli anni era un corpaccione piccolo-borghese con aspirazioni di promozione sociale, e non un “ceto medio” in senso contemporaneo) che alle divisioni di classe, che pure c’erano, e ben forti. D’accordo, da un certo punto in poi il nascente fascismo ha avuto il sostegno economico e propagandistico del blocco agrario e industriale. Certo, hanno fatto molto la voglia di ordine (law and order, ma senza rule of law, secondo le peggiori tradizioni italiane) dopo il biennio rosso e la paura dell’avvento del socialismo o della rivoluzione bolscevica. Ma il dubbio più angosciante – con gli occhi rivolti al presente – resta questo: come ha fatto la sinistra di allora, che pure aveva vinto le elezioni (democraticamente, secondo il metro di quello che era la democrazia imperfetta di allora) ha perdere il potere, a partire dalle zone in cui era apparentemente più forte? sono sufficienti le violenze squadristiche a spiegarlo? e perché le violenze squadristiche non hanno suscitato nessuna reazione efficace da parte di coloro che non erano né fascisti, né parte del blocco agrario e industriale, né convinti socialisti? merito delle propaganda (che però non aveva né i mezzi né gli strumenti né la capacità di penetrazione universale che ha ora)? responsabilità della stampa (praticamente l’unico mezzo di comunicazione di massa del tempo)? insipienza e complicità della politica (o più precisamente dei partiti e delle itituzioni)?

Non ho tutte le risposte, e le poche che ho me le tengo per me. Ma – dite quello che volete – ci sono delle rassomiglianze con la situazione attuale che fanno venire i brividi. Ne scrive a lungo – dovrete avere la pazienza di leggerlo tutto – l’articolo di Adriano Sofri pubblicato su Il Foglio l’8 ottobre 2018, “L’ombra del Ventennio“. Ne cito un passo che, secondo me, aiuta a capire come ci fosse allora, e ci sia ora, un capovolgimento di prospettiva che inquieta:

Se il fascismo, nonostante la pretesa totalitaria, fosse attraversato da contraddizioni, renitenze di corpi rivali e sopravvivenze “liberali”. O se il fascismo, nonostante contraddizioni renitenze e sopravvivenze fosse un regime totalitario. Ecco una citazione di Melis da un’intervista sul suo libro: “Lungi dall’essere marmoreo e impenetrabile [lo Stato fascista] era invece poroso; e nei suoi pori, dentro i singoli istituti, si manifestavano gli interessi (economici, sociali, collettivi ma anche spesso individuali). In ciò lo Stato fascista, pure dittatoriale e persecutorio verso le libertà, non differiva molto dagli Stati del suo tempo, anche dalle democrazie”. Non vi viene voglia di un ritorno brechtiano? “In ciò lo Stato fascista, pur non differendo molto dagli Stati del suo tempo, anche dalle democrazie, era dittatoriale e persecutorio verso le libertà”?

Impiego questo termine, totalitario, consapevole di una sua peculiare ambiguità e anzi proprio per questo. L’ambiguità è costitutiva e paradossale se si ricordi che l’aggettivo totalitario, arrivato a noi sulla scia della riflessione sull’orrore in cui precipitò in Europa la prima metà del secolo scorso, era pronunciato dai fascisti nella più positiva delle accezioni: il totalitarismo era ciò cui la rivoluzione fascista aspirava. In quella nozione c’era soprattutto il sequestro della persona e la sua consegna al corpo sociale disciplinato e al suo capo, la politica “totale”. Succede così anche con la parola Dittatura – qui non erano solo i fascismi a vedervi un riparo alla democrazia, ma il comunismo sentiva il bisogno di fare titolare della dittatura il proletariato. Succede così anche con le parole Razzismo, Razzista. Parole sacre, obbligate al gergo fascista. Il razzismo “totale” era la meta cui tendere. Venuti dopo Auschwitz (molto dopo, pensa con fastidio qualcuno) noi stiamo attenti a dire “Non sono razzista, ma…” (ancora per un poco, almeno). I pochissimi buonisti di allora – “pietisti”, li chiamavano, con lo stesso disprezzo di oggi – che ottant’anni fa si attentassero ad attenuare la persecuzione di un ebreo – anche il più illustre, il più patriottico, il più fascista perfino – doveva esordire dicendo: “Sono razzista, ma…”. Si teme un abuso del sospetto o dell’accusa di razzismo, oggi. Allora si accusava spietatamente qualcuno insinuando: “Non è razzista!”

Quanto alla seconda domanda d’obbligo, se si tratti di un romanzo riuscito, temo di dover rispondere negativamente. Non solo per la sua lunghezza (e mi vengono i brividi pensando alle altre due puntate), ma proprio per il modo in cui è scritto. Se il nostro gusto si è evoluto rispetto a una scrittura roboante e involuta ci sarà ben un motivo: la retorica da comunicato del capo di stato maggiore (“i resti di quello che fu uno dei più potenti eserciti del mondo risalgono in disordine e senza speranza le valli, che avevano disceso con orgogliosa sicurezza”) ci fa venire l’orticaria, per un eccesso di esposizione fin dalle scuole elementari, che ci ha iper-sensibilizzato. Scurati ha fatto una scelta, legittima, che non discuto. Ma costringe il lettore a una fatica che non trova sempre, anzi che trova raramente una ricompensa. Lo stesso vale per il ripetersi di alcune situazioni. Non penso tanto al racconto delle azioni (“efferate”, va da sé) delle squadracce fasciste, che rispondono alla logica di narrare un’escalation, forse resistibile, quanto al ripetersi delle squallide avventure erotiche del nostro M.

***

Ecco come al solito alcune citazioni dal testo. Come vedrete, Scurati avrebbe potuto scrivere un po’ di meno, e curare stile e scrittura un po’ di più. In questo almeno, nella polemica che ha contrapposto Ernesto Galli Della Loggia a Scurati – di cui potete leggere qui la risposta – la critica del primo non è infondata. Per di più, Scurati ha il vezzo, irritante, di scrivere nelle date gli anni per esteso (“millenovecentosedici” invece di “1916”, e questo in un romanzo di 838 pagine nell’edizione a stampa, e per di più pubblicato da Bompiani. Per chi non lo sapesse Valentino Bompiani, per risparmiare pagine carta e inchiostro nel suo Dizionario Bompiani delle opere e dei personaggi di tutti i tempi e di tutte le letterature, aveva sostituito “ò” a “ho” e così via (“Sarà forse un’altra leggenda – ma porta il copyright di Valentino – il risparmio di un centinaio di pagine dovuto alla soppressione dell’acca nelle forme composte del verbo avere e la sua sostituzione con un accento («ò detto e «à fatto», si legge ancora oggi nei preziosi volumi datati 1987)”. Ajello, Nello. “Il dizionario dei romanzi“. la Repubblica. 27 dicembre 2004)

Loro non promettono niente e manterranno la promessa. (pos. 839)

Io ardisco non ordisco. (pos. 852: D’Annunzio, naturalmente)

Si chiama Ulisse Igliori, sottotenente della fanteria, mutilato della Grande guerra, internato per dieci mesi a Mauthausen, decorato con medaglia d’oro al valore per l’eroismo dimostrato il 16 maggio millenovecentosedici nell’assalto alle postazioni austriache di monte Maronia dove i nemici lo raccolsero smembrato ma ancora vivo sopra un mucchio di cadaveri sanguinanti. L’eroe monco, futuro fondatore dell’A.S. Roma […] (pos. 1296: sapevàtelo!)

Se lo potrò, verrò a Tabiano. (pos. 2296: giusto perché a Tabiano da bambino ci sono andato per anni, alle terme, per fare le inalazioni con l’acqua termale)

[…] lottando contro i campi […] (pos. 2485: bel refuso, erano crampi…)

[…] giorno di San Michele, protettore di porte e rocche. (pos. 3097)

[…] esplosivo requisito in delle cassette per la frutta. (pos. 3027: corsivo mio. Questo non è un refuso, temo, ma scrittura sciatta)

Qualcuno vocifera che quando una bomba esplode nella folla, chiunque l’abbia armata, chiunque ne sia stato falciato, l’ultima vittima è sempre la sinistra proletaria. (pos. 4262)

Gli obiettivi sono sempre gli stessi, l’odio è quasi sempre privo di fantasia. (pos. 4548)

Siamo umani e nulla di ciò che è umano ci è estraneo. (pos. 4952: citazione da un discorso di M, che evidentemente conosceva il suo Heautontimorùmenos)

[…] la muta latrante dei cani della guerra. (pos. 4965)

Spesso penso al passato come a una terra straniera. (pos. 5525: Scurati si diverte con le citazioni, peraltro attribuendole a M)

Per Giacomo Matteotti e Velia Titta, sua moglie, la lontananza è come il vento. Spegne i fuochi piccoli e accende quelli grandi. (pos. 5582: il gioco sta diventando stucchevole)

L’hanno portata al mare, a Salsomaggiore […] (pos. 5824: questa poi, Salsomaggiore al mare?)

Lo ha scritto in un messaggio riservato a Mussolini da Ginevra anche Vilfredo Pareto, il grande studioso: “O ora o mai più.” (pos. 6170)

È una bella serata estiva, l’auto sportiva sfreccia sui cubetti di porfido del pavé di Milano e la vita è meravigliosa. (pos. 6192: corsivo mio. Sono lastroni rettangolari, come sa chi a Milano ci sia anche solo passto. E dire che Scurati ci vive e abita dai tempi dell’università, come racconta qui)

“Ora o mai più.” Glie lo ha scritto in una lettera riservata anche il grande Pareto da Ginevra. Poi, però, l’insigne studioso ha anche aggiunto: “Gli italiani amano le grandi parole e i fatti piccoli.” (pos. 6382: ma non ce l’aveva già detto poche pagine prima?)

Peter Galison – Einstein’s Clocks, Poincare’s Maps: Empires of Time

Galison, Peter (2003). Einstein’s Clocks, Poincare’s Maps: Empires of Time. New York: W. W. Norton. ISBN: 9780393243864. Pagine 400. 10,76 €.

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Forse perché non ho mai amato particolarmente la fisica, negletta nel mio sconfinato amore per le scienze, ho fatto fatica, soprattutto all’inizio.

Naturalmente sapevo chi è Einstein anche prima di leggere questo libro: ho anche letto a suo tempo la sua esposizione divulgativa La relatività nella brutta edizione Newton Compton (a mia discolpa: ero un liceale squattrinato) e mi sembrava addirittura di averla compresa. Di Poincaré avevo una conoscenza che dire vaga è poco: francese, certo; ottocentesco (e qui già mi sbagliavo almano un po’, perché era vivo quando Einstein aveva pubblicato il suo famoso articolo del 1905 e aveva fatto in tempo a discuterne); ma quale contributo aveva dato alla matematica e alla fisica? Non facile, la risposta a quest’ultima domanda, perché Poincaré era uomo dal multiforme ingegno e, tra l’altro, benissimo introdotto anche nelle vicende di “politica della scienza” e politica tout court che riguardavano il suo paese, la Francia.

Insomma, certamente per i miei limiti, ma forse anche per il modo in cui Galison affronta il suo tema, all’inizio non capivo bene dove l’autore volesse andare a parare. È vero che nel capitolo iniziale – intitolato Synchrony – si afferma:

This book is about that clock-coordinating procedure. Simple as it seems, our subject, the coordination of clocks, is at once lofty abstraction and industrial concreteness. (p. 13)

Questa affermazione, per quanto netta, a me ha confuso piuttosto che orientare. Anche perché i capitoli successivi procedono secondo una logica che diventa chiara soltanto al procedere della lettura.

Siamo abituati, nella vita quotidiana di oggi, a dare per scontata la misurazione del tempo. Ho abbastanza anni per ricordare che l’orologio della prima comunione era un (elegantissimo e piatto) orologio meccanico: un capolavoro di ingegneria miniaturizzata. Ma ricordo che mi dissero che era un buon orologio, perché “perdeva” (o “guadagnava”, non ricordo) un minuto ogni due o tre giorni. Sul quadrante c’era scritto qualche cosa come “15 rubini”, e mio padre mi aveva spiegato che si trattava di veri rubini, ancorché minuscoli, con la funzione di perni per minimizzare l’attrito e migliorare la precisione meccanica.

Qualche anno dopo arrivò il Bulova Accutron: ce l’avevano alcuni miei compagni (ricchi) delle medie. L’Accutron sostituiva il bilanciere con un diapason, con due vantaggi che concorrevano a diminuire le fonti d’errore meccanico: spariva il movimento meccanico oscillatorio del bilanciere (un elemento di errore meccanico in meno), e la frequenza della vibrazione che governava le lancette era molto più elevata (360 Hz invece di 5-10). 360 Hz è una frequenza udibile: se consideriamo l’accordatura standard, in cui il la centrale (la4) è accordato a 440 Hz, stiamo parlando di una nota di poco sotto al fa#4. Insomma, se ti addormentavi con un Accutron al polso sotto l’orecchio, ti svegliavi un po’ rintronato – almeno così dicevamo dei fortunati compagni di scuola che ce l’avevano (questo non mi impedisce di averne sempre desiderato uno, e di desiderarlo ancora adesso). Naturalmente, era anche il primo orologio elettronico: serviva una batteria, che durava circa un anno, per far vibrare il diapason. Diapason e bobine erano visibili sul quadrante. Era un gioiello d’ingegneria, molto più preciso anche dei migliori cronografi meccanici: circa un minuto al mese.

Qualche anno dopo – ma andavo ancora al liceo – lessi che un cristallo di quarzo, grazie alle sue caratteristiche piezolettriche (sottoposto a compressione meccanica produce una differenza di potenziale; e viceversa, sottoposto a tensione elettrica si deforma meccnicamente), avrebbe sostituito il diapason, vibrando a una frequenza molto maggiore (tipicamente, 32.768 Hz, circa 100 volte più del diapason dell’Accutron e inudibile all’orecchio umano) e raggiungendo una precisione molto più elavata (assoluta, diceva l’articolo, esagerando). Ne ero affascinato. Poco prima di natale del 1969 (pochi mesi dopo lo sbarco di Armstrong sulla luna) una casa giapponese a me sconosciuta, la Seiko, lanciò il
di modello 35 SQ Astron: vantava una precisione di 5 secondi al mese e costava una fortuna (450.000 yen, pari a 1.250 dollari dell’epoca: come una Toyota Corolla di allora, secondo Wikipedia). Era un orologio panciuto, molto più dei cronografi svizzeri, e funzionava male: dopo 100 esemplari, la Seiko smise di produrlo.

Ma in pochi anni arrivano gli orologi al quarzo (in realtà adesso si usa la ceramica) con cassa di plastica e display digitale (a LED prima, e a cristalli liquidi poi): nel 1975, la Texas Instruments ne vendeva uno a 20 dollari. Furono accolti con incredibile entusiasmo, e non solo da me. Per un po’ si pensò che avrebbero condannato all’estinzione gli orologi analogici e al fallimento le prestigiose case svizzere. Nulla di tutto questo, anche se i ragazzi oggi non sanno più leggere il quadrante tradizionale e, se è per quello, non usano più l’orologoio ma leggono l’ora sul cellulare. Douglas Adams prende in giro questa mania in una pagina famosa di The Hitchhiker’s Guide to the Galaxy.

Far out in the uncharted backwaters of the unfashionable end of the Western Spiral arm of the Galaxy lies a small unregarded yellow sun. Orbiting this at a distance of roughly ninety-eight million miles is an utterly insignificant little blue-green planet whose ape-descended life forms are so amazingly primitive that they still think digital watches are a pretty neat idea. […]
This planet has – or rather had – a problem, which was this: most of the people living on it were unhappy for pretty much of the time. Many solutions were suggested for this problem, but most of these were largely concerned with the movement of small green pieces of paper, which was odd because on the whole it wasn’t the small green pieces of paper that were unhappy.
And so the problem remained; lots of people were mean, and most of them were miserable, even the ones with digital watches.

Ho divagato, tanto per cambiare. Quello su cui volevo attirare l’attenzione è che diamo ormai per scontata la misurazione del tempo e la sincronia. Da questo dipendono un sacco di altre cose che diamo per scontate: dal navigatore GPS al web, allo stesso telefono. Ma questo è un fenomeno relativamente moderno.

Misurare il tempo localmente è la cosa più semplice del mondo. Quando il sole raggiunge il punto più alto della sua traiettoria apparente, quello è mezzogiorno, in quel posto (un gioco che si può fare ancora adesso, e che i miei figli ricorderanno, è quello di piantare un bastone in verticale e segnare il percorso dell’ombra: quando è al suo minimo, è il mezzogiorno locale, anche se l’orologio segna, metti, le 13:22). Se in un altro posto il mezzogiorno locale è alla stessa ora, si dice che sono sullo stesso meridiano (che si chiama appunto così perché è il luogo dei punti in cui il mezzogiorno è contemporaneo). Ma se l’ora locale in un altro posto è diversa, posso calcolare la differenza tra le longitudini dei due posti, basandomi sul fatto che la traiettoria apparente del sole ci mette 24 ore a tornare al punto di partenza. Se la differenza è (supponiamo) di 3 ore, i due posti hanno una differenza di longitudine di 45°. Ma come faccio a sapere che ora è in un altro posto, distante dal mio? È il tema di un altro bel libro – Longitude di Dava Sobel – che ho letto qualche anno fa: se andate all’osservatorio di Greenwich potete ammirare gli orologi realizzati da John Harrison per risolvere il problema di determinare la longitudine delle navi in mare, e in particolare il modello “tascabile”, di soli 12 cm, costruito con matriali in grado di risolvere i problemi dell’ossidazione e dei movimenti dell’imbarcazione, diventati famosi anche per i non addetti ai lavori proprio grazie a quel libro. L’idea di Harrison era che se regolo l’orologio, alla partenza, sull’ora di Liverpool e lo mantengo preciso, quando sono in mare posso calcaolare il mezzogiorno locale con la strumentazione ottica di bordo e tradurre lo scarto tra mezzogiorno locale e ora di Liverpool in gradi di longitudine.

Va bene, direte voi: dato che la realizzazione di Harrison è del 1753, che problema ci poteva essere nella seconda metà dell’Ottocento? Tanto per comiciare, gli orologi, nonostante i perfezionamenti, non erano abbastanza precisi. E le misurazioni a bordo, su una tolda che rulla e beccheggia, erano tutt’altro che agevoli. Galison cita, per tutti, il tentativo fatto nell’estate del 1849 per misurare la distanza tra Liverpool e Cambridge nel Massachussets: sette viaggi nei due versi, ognuno con 12 cronometri a bordo. Di nuovo nel 1851, sette viaggi in un verso e due nell’altro, 37 cronometri, 93 misurazioni: niente da fare. Con i tentativi di misurazione astronomica, una strategia iniziata ancora prima di Harrison, non andò meglio.

Al problema tecnico se ne aggiungeva uno pratico: con i mezzi di comunicazione dell’epoca, era ritenuto più importante conoscere l’effettivo mezzogiorno locale che sincronizzarsi su un’ora regionale o nazionale.

Ma poi arrivano i treni. All’inizio il problema della sincronizzazione non si pone: comanda il tempo della stazione principale. Quello di Parigi per la linea Parigi-Brest, quello di New York per la New York-Hartford. Nelle stazioni si avevano almeno due ore diverse (quella locale e quello del terminale della linea). Al moltiplicarsi delle linee si moltiplicano i problemi.

E poi arriva il telegrafo: ma con il nuovo problema arriva una speranza di soluzione: si possono sincronizzare le ore trasmettendo un segnale tra due luoghi? Forse, ma emergono due ostacoli di diversa natura.

Il primo è geopolitico; chi detta le regole? I francesi accampavano un diritto di primogenitura: nel 1791, in piena rivoluzione, l’Accademia francese delle scienze aveva definito il metro come 1/10.000.000 della distanza tra polo ed equatore misurata sul meridiano di Parigi; nel 1795 la Francia l’aveva adottato ufficialmente come misura di lunghezza e le armate napoleoniche l’avevano diffuso in punta di baionetta (non resisto a questa bella espressione). Il 20 maggio 1875 a Parigi (Poincaré c’era) 17 paesi avevano solennemente firmato la Convensione del metro e istituito l’Ufficio internazionale dei pesi e delle misure con sede a Sévres, vicino a Parigi. Ovvio che volessero anche che il meridiano 0 fosse quello di Parigi. Misero in piedi una serie di spedizioni geografico-telegrafiche per misurare le distanze da Parigi basandosi sull’ora locale, quella di Parigi e la (supposta) istantaneità della trasmissione. Ma i cavi sottomarini erano per lo più britannici, e la Francia perse alla fine la battaglia con Greenwich.

Il secondo è tecnologico e scientifico. Se è vero che per le linee aeree la velocità di propagazione dell’onda elettromagnetica è quella della luce, “per le linee in cavo la velocità è inferiore in quanto aumenta la costante dielettrica del materiale. […] Ad esempio se la costante dielettrica relativa è 4, la velocità di propagazione diventa la metà: 150.000 km/s.” (cfr. Velocità  della corrente). Quindi, la sperata simultaneità non c’è. Il tempo, alla fine, è una questione di convenzione, di convenienza. Questa è la conclusione di Poincaré e, al fondo, anche quella di Einstein, anche se i due non si compresero mai fino in fondo.

Il libro è molto più ricco del mio racconto. Ma l’ho fatta fin troppo lunga, e lascio parlare le citazioni dal testo.

To Willard Van Orman Quine, one of the most influential American philosophers of the twentieth century, all knowledge was ultimately revisable […] (p. 25)

Poincaré emphasized that there are free choices in representing the world, choices fixed not by something completely exterior, but rather fixed by the simplicity and convenience of our knowledge. (p. 77)

In a curt, insistent sentence printed in 1891, he lay down a new formulation of his view of geometric axioms: “They are conventions.” “Is Euclidean geometry true? It has no meaning. We might as well ask if the metric system is true, and if the old weights and measures are false; if Cartesian co-ordinates are true and polar co-ordinates false. One geometry cannot be more true than another; it can only be more convenient. Now, Euclidean geometry is, and will remain, the most convenient.” (p. 82)

Joseph Conrad’s version of the events in his 1907 work The Secret Agent remains the canvas on which these events have been seen: a dark sketch of dupes, manipulators, and careerists from which no one emerges unsullied. In Conrad’s world the conniving First Secretary of a Foreign Power insisted on an attack that would frighten the class enemies beyond murder: “The demonstration must be against learning—science. The attack must have all the shocking senselessness of gratuitous blasphemy.” It must strike at the mysterious scientific heart of material prosperity. “‘Yes,’ he continued with a contemptuous smile. ‘The blowing up of the first meridian is bound to raise a howl of execration.’” (p. 159)

Convenience, convention, continuity with the past. (p. 165: termini ricorrenti negli scritti di Poincaré)

Cornu insisted that it was the day, the natural unit of time, that should be decimalized—not the wholly artificial hour. If the day were the base, then a hundredth of the day would be just about a quarter of an hour, and a hundred-thousandth of a day would equal 0.86 old-style seconds. That would be a gratifying unit of time because it corresponded so closely to the typical adult heartbeat, our “natural” small temporal unit. (p. 170)

“In reality, measurable duration is a variable, chosen from among all the variables present in the study of movements, because it lends itself particularly well to the expression of simple laws of movement.” (p. 189: la citazione è di Calinon)

We choose these rules, Poincaré insisted in oft-cited words, not because they are true, but because they are convenient. (p. 190)

Objective reality was nothing other than the commonly held relationships among the phenomena of the world. There was no otherworldly plane of existence for Poincaré. The importance of scientific knowledge lay in the persistence of particular true relations, not in a back-of-the-curtain reality of Platonic forms or ungraspable noumena. (p. 212)

[…] confusing conception and perception […] (p. 238: la citazione è di Karl Pearson)

Einstein began to forge an approach to physics that emphasized principles and eschewed detailed model building. (p. 239)

Einstein: The principle is logically not necessary: it would be necessary only if it would be made such by experience. But it is made only probable by experience. (p. 268)

For Poincaré, too, principles were made probable by experience, but principles were precisely what was expedient; they could be held against the grain of experience only at the cost of immense inconvenience. (p. 268)

For Einstein, principles were more than definitions, they were pillars, supports of the structure of knowledge. And this despite the circumstance that our knowledge of principles could never be certain; our hold on them was necessarily provisional, only probable, never forced by logic or experience. (p. 268)

For all these purposes relativistic time coordination was deep in the machine. According to relativity, satellites that were orbiting the earth at 12,500 miles per hour ran their clocks slow (relative to the earth) by 7 millionths of a second per day. Even general relativity (Einstein’s theory of gravity) had to be programmed into the system. Eleven thousand miles in space, where the satellites orbited, general relativity predicted that the weaker gravitational field would leave the satellite clocks running fast (relative to the earth’s surface) by 45 millionths of a second per day. Together, these two corrections add up to a staggering correction of 38 millionths (that is, 38,000 billionths) of a second per day in a GPS system that had to be accurate to within 50 billionths of a second each day. (p. 288)

[Poincaré] was fascinated by Kant’s emphasis on structures through which experience becomes possible […] (p. 316)

True relations, not truth by itself. Visible surfaces, not obscure depths. (p. 316)

Like Poincaré, Einstein believed that laws must be simple, not for our convenience but because (as Einstein put it) “nature is the realization of the simplest conceivable mathematical ideas.” The form of the theory therefore had to exhibit in its detailed form the reality of the phenomena: “In a certain sense,” Einstein later insisted, “I hold it true that pure thought can grasp reality, as the ancients dreamed.”19 Einstein believed that a proper theory would match the phenomena in austerity. In that depth lay a contemplative theology. Not the religiosity of a personal, vengeful, or judgmental God, but a mostly hidden God of an underlying natural order: “The scientist is possessed by the sense of universal causation. The future to him is every whit as necessary and determined as the past. . . . His religious feeling takes the form of a rapturous amazement at the harmony of natural law which reveals an intelligence of such superiority.” Sometimes it was given to the physicist to advance by the provisional application of heuristic devices; these could tide the theory over until further development was possible. Such a provisional use of formal principles played a role in thermodynamics, in quantum theory, and in relativity. But Einstein insisted over and over that, insofar as they could, scientists fashioned theories that seized some bit of the underlying, simple, and harmonious natural order. Since Einstein believed that the phenomena did not distinguish true from apparent time, neither, he insisted, should the theory. (p. 318)

To find a more recent mixture of abstraction and concreteness of this kind, we can look to the mid-twentieth-century explosion of “information sciences”: cybernetics, computer science, cognitive science. (p. 321)

Distributed, coordinated precision time was more than money for Favarger, it was each person’s access to orderliness, interior and exterior—to freedom from time anarchy. (p. 323)

On the flip side was the antipositivist movement popular in the 1960s and 1970s. Thoughts structured things. Antipositivists aimed to reverse the older generation’s epistemic order; they saw programmes, paradigms, and conceptual schemes as coming first, and they held these to have completely reshaped experiments and instruments. (p. 324)

We find metaphysics in machines, and machines in metaphysics. Modernity, just in time. (p. 328)

Il colpevole – The Guilty

Il colpevole – The Guilty (The Guilty), 2018, di Gustav Möller, con Jakob Cedergren.

Jakob Cedergren in Den skyldige (2018)
imdb.com

Minimalista e claustrofobico.

Fuori dell’ordinario: non avevo mai visto un film come questo (e, anche se non tantissimi, di film ne ho visto più d’uno).

Un thriller che funziona egregiamente, anche se non si esce mai da due stanze del posto di polizia dove si risponde alle chiamate del 112. Non vi inganni il fotogramma che si vede in basso a destra della locandina qui sopra: è l’ultima inquadratura del film, Asger Holm è sulla porta e lo schermo diventa nero per i titoli di coda prima che lo spettatore sappia se esce o no.

Jakob Cedergren, un attore svedese che ho visto qui per la prima volta (ma ha al suo attivo 47 film, secondo IMDb), è straordinario. Il film si regge sulle sue emozioni, sulle sue smorfie, sul tono della sua voce, sui movimenti delle mani, soprattutto sulla sua faccia che cambia con la tensione e la stachezza e che si imperla di sudore, occupando gran parte delle inquadrature in primissimo piano.

Il secondo protagonista del film è il telefono. Anzi i due telefoni: quello a cuffia con microfono che usa per rispondere alle chiamate di lavoro e il cellulare (un incongruo modello ripiegabile stile Startac, in un film contemporaneo), che non dovrebbe usare in servizio e con cui parla con il buddy Rashid.

Degli altri attori sentiamo soltanto la voce amplificata al telefono: i titoli di coda e IMDb li elencano scrupolosamente, ma per lo spettatore italiano che vede il film doppiato è evidentemente impossibile esprimere un giudizio sensato

La vicenda alla base del thriller la apprendiamo e comprendiamo via via atttraverso il filtro delle telefonate. Anche tutto il resto, tutto quello che c’è sullo sfondo (perché Asger è al 112, che cosa lo aspetta il giorno dopo, i rapporti che Rashid e con la sua compagna, …) ci giunge ellitticamente e per accenni, attraverso le telefonate.

Al di là del thriller , protagonista del film è l’empatia. Lo dice lo stesso regista, in un’intervista di Stefan Dobroiu pubblicata il 5 giugno 2018 su Cineuropa (Gustav Möller • Regista di The Guilty – “Sono un forte sostenitore dei limiti per stimolare la creatività”)

L’empatia è sicuramente un tema forte nel film. È venuto dalla nostra ricerca, parlando con i centralinisti e gli agenti di polizia. Penso che il film affronti la questione di mantenere l’empatia quando il tuo lavoro ti richiede di essere professionale e distanziato, mentre affronti gli orrori e le tenebre della nostra società. Volevamo dare al pubblico la stessa visione del mondo del nostro protagonista Asger e, in questo modo, far sì che arrivasse alle sue stesse conclusioni.