Ian McEwan – Sweet Tooth

McEwan, Ian (2012). Sweet Tooth. London: Jonathan Cape. 2012. ISBN 9781448139736. Pagine 338. 14,28 €

Sweet Tooth

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Sono un antico lettore di Ian McEwan. Non mi ricordo come l’ho scoperto, ma ricordo di aver letto In Between the Sheets nel 1979 (ho tirato fuori dalla libreria la mia copia ingiallita, un paperback Picador pagato 7.000 lire in un’epoca in cui, testimonia un biglietto Atac utilizzato come segnalibro, un biglietto dell’autobus costava 400 lire) ed esserne stato turbato. Poi, penso di aver letto quasi tutto quello che ha pubblicato (tranne il primo dei suoi libri per bambini, Rose Blanche, e le sue opere teatrali) e di essermi precipitato a farlo all’uscita del libro. Questo Sweet Tooth non fa eccezione: l’ho prenotato da Amazon e ho cominciato a leggerlo appena me l’hanno scaricato, meno di una settimana fa.

E qui sorge il primo problema: naturalmente ho letto anche il romanzo precedente di McEwan, Solar, e con grande divertimento se è per quello, ma non l’ho recensito. Conto di farlo, come conto di recensire un altro libro che ho letto e non recensito, Operation Mincemeat di Ben Macintyre che – come spiegherò tra breve – è di una qualche rilevanza per il romanzo di McEwan.

Il romanzo di McEwan forse non è uno dei suoi grandi capolavori (la mia predilezione va a Enduring Love e a Black Dogs) ma è molto bello e vi consiglio vivamente di leggerlo.

Ciò premesso, ho una serie di osservazioni da fare. Lascerò per ultima la più rilevante, che ha però il difetto di contenere uno spoiler: lo segnalerò debitamente e chi lo vuole può smettere di leggere (anche se non è un thriller e nemmeno una spy story nel senso usuale del genere).

* * *

Prima osservazione (pedante). Un intero episodio del romanzo (nel capitolo 15) è costruito attorno al Problema di Monty Hall, molto noto e non soltanto agli addetti ai lavori (è un problema di teoria della probabilità). Chi non avesse idea di che cosa stiamo parlando può andare a guardare la pagina che gli dedica Wikipedia. Su questo blog, ne ho parlato ampiamente recensendo Information di Hans Christian von Baeyer. La protagonista del romanzo, Serena Frome, lo illustra così (riporto soltanto l’inizio):

‘This was going the rounds among Cambridge mathematicians when I was there. I don’t think anyone’s written on it yet. It’s about probability and it’s in the form of a question. It comes from an American game show called Let’s Make a Deal. The host a few years ago was a man called Monty Hall. Let’s suppose you’re on Monty’s show as a contestant. Facing you are three closed boxes, one, two and three, and inside one of the boxes, you don’t know which, is a wonderful prize – let’s say a…’ [posizione Kindle 2987]

Qui McEwan (che negli Acknowledgements ringrazia per l’aiuto sull’argomento 2 accademici inglesi, Graeme Mitchison e Karl Friston) è abbastanza prudente da far dire alla sua eroina «I don’t think anyone’s written on it yet.» Ma a me non pare sufficiente. Il problema in questione ha una data di nascita (il 1977, anche se la Lettera al curatore della prestigiosa rivista The American Statistician compare sul numero 1 del 1975, immagino per uno sfasamento tra data di riferimento e data di effettiva pubblicazione abbastanza frequente nelle riviste scientifiche) e un singolo autore (il Dr. Steven Selvin, attualmente professore di biostatistica alla School of Public Health dell’Università di California a Berkeley). Lo stesso Selvin scrive su un suo profilo ufficiale:

A small but surprising “accomplishment” in his classroom teaching career is the “Monty Hall problem”. In 1977, Professor Selvin created a problem using the Monty Hall quiz show to illustrate a specific probability concept. The problem continues to this day to receive unbelievable notoriety, re-publication and internet attention. The “Monty Hall Problem” appears in economic textbooks and periodicals from the New York Times to Parade Magazine, as well as hundreds of internet sites (see http://en.wikipedia.org/wiki/Monty_Hall_problem). Reaction to the Monty Hall problem has created enough letters, emails and other attention to fill two large binders. To paraphrase Andy Warhol, “everyone gets 15 minutes of fame.”

La conversazione che ho trascritto sopra tra Serena e Tom si svolge alla fine del 1973. A me sembra molto improbabile che il problema – un problema così bello ed elegante, credetemi sulla parola, da diventare un meme citato da moltissimi e in moltissime occasioni – potesse circolare a Cambridge, in Inghilterra, 4 anni prima di essere stato ideato e pubblicato da uno statistico operante in California su una rivista prestigiosa come potrebbe essere Nature o Science per un biologo. Se fossi Selvin sarei certamente lusingato di essere anche entrato a far parte di un romanzo di McEwan, ma forse avrei gradito (e forse preteso) un riconoscimento esplicito negli Acknowledgements da parte di McEwan. Magari al posto di quello ai 2, Mitchison e Friston, che non gli hanno evitato la gaffe.

* * *

Alla vigilia di natale del 1973, in piena crisi energetica, Serena torna alla casa paterna in East Anglia (capitolo 17). Il suo cammino è illuminato da una mezza luna. Più tardi la luna è più alta nel cielo. Vediamo insieme:

I took the six thirty, got in just before nine, and walked from the station, crossing the river then following by a clear half-moon the semi-rural path along it, past dark boats tethered to the bank, inhaling air icy and pure, blown in across East Anglia from Siberia. [3338]

The moon was higher now and the touch of frost on the grass was light, even more tasteful than our mother’s efforts with the spray can. [3418]

Freed from Luke’s anecdotes, I went quickly, retracing the route we had come by, and then I cut across the grass, feeling the frost crunch pleasantly underfoot, until I was right by the cloisters, well out of the half-moon’s light, and found in the near darkness a stone protrusion to sit on and turned up the collar of my coat. [3455]

I stepped out onto the moonlit grass and saw my sister and her boyfriend on the path a hundred yards away, and I hurried towards them, keen to apologise. [3470: tutti i corsivi sono miei]

Tutto questo per farvi capire che il riferimento alla lune non è casuale. Un critico letterario potrebbe dire che l’illuminazione della mezza luna è co-protagonista, con Serena, di tutta questa scena algida e notturna. Peccato solo che la luna alla vigilia di Natale del 1973 non splendesse nel cielo inglese: era luna nuova. Una notte illune, direbbe un poeta.

Perché la faccio tanto lunga? Non sono ammesse le licenze letterarie? Vorrei fare, in proposito, 2 osservazioni. Sono opinioni personali e sono certo che molti dei miei pochi lettori non condivideranno:

  1. Anche se la distinzione non è poi così netta, introdurre una distinzione tra letteratura realistica e letteratura di fantasia mi aiuta a spiegare meglio quello che intendo dire. In una prospettiva fantastica, l’autore è libero di inventarsi la topografia della sua storia, Macondo o la Fortezza Bastiani o il Castello di Kafka o New Crobuzon. Ma se stiamo parlando della New York di Paul Auster o della Londra di Dickens ci aspettiamo una topografia aderente alla realtà; e aderente alla realtà io vorrei anche le fasi lunari, in un romanzo realistico, a differenza del tocco di colore che sono disposto ad accettare in un brano lirico o fantastico.
  2. Ma non sarà, poi, che la lettura nell’era dell’iPad comincia a essere un’esperienza diversa? Lo so che, detta così, può sembrare un’osservazione elzeviristica alla Francesco Merlo. Eppure, a me capita abbastanza spesso di andare a cercare un riferimento o un’immagine su Google mentre leggo, per pura curiosità e perché il costo di soddisfarla è minimo. [E se in quello che dico c’è un po’ di verità, allora anche il romanziere, quanto meno il romanziere realistico della tradizione cui mi pare appartenere McEwan, ha qualche dovere in più in materia di fact-checking.] Vi faccio un esempio: stavo leggendo il riferimento alla «lattice steel cavern of the Brighton terminus» [4377] e mi è venuta la curiosità di vedere come fosse la stazione di Brighton. Et voilà:
Brighton

photoeverywhere.co.uk

Naturalmente, un errore tira l’altro. E così, una decina di giorni dopo la vigilia di natale, «[i]t must have been January 3rd or 4th, another of our Friday evenings» [4529] «[t]here was supposed to be a waning half-moon, but it had no chance against the heavy lid of tangerine cloud.» [3625]. E invece, venerdì 4 gennaio (almeno questo McEwan l’ha controllato) la luna aveva oltrepassato il primo quarto (crescente gibbosa), ma era tramontata poco prima delle 9: non l’avrebbero vista comunque i nostri 2 amanti. E poiché a McEwan, in questo contesto narrativo ed emotivo, quello che stava a cuore era «the heavy lid of tangerine cloud», la frase sulla presenza o l’assenza della luna è alla fine solo d’impiccio.

* * *

Basta pedanterie. Il romanzo si svolge, per lo più, tra il 1972 e il 1974, in un periodo di crisi economica, disordine sociale e terrorismo che è quasi il corrispettivo di quello che il nostro paese avrebbe attraversato qualche anno più tardi. A me ha fatto venire voglia di rileggere The Rotters’ Club (La banda dei brocchi) di Jonathan Coe, ambientato nello stesso cupo periodo, ma in una prospettiva tutta diversa (tra l’altro Coe ha 13 anni meno di McEwan).

* * *

Proprio nelle pagine finali, Ian McEwan capovolge la metafora abituale a proposito delle spalle dei giganti – cui abbiamo dedicato attenzione qui e qui, ma anche qui e qui – e fa scrivere a Tom, a proposito del declino britannico: «Our moment was thirty years ago. In our decline we live in the shadow of giants.» [4653]

* * *

Finora abbiamo (quasi) scherzato. Qui viene il cuore della mia recensione, che però è uno spoiler per chi volesse leggere il romanzo come una storia di spionaggio. Quindi lo scrivo bello grande.

SPOILER

Il romanzo si chiude con un colpo di scena nel capitolo finale, come ogni spy story che si rispetti. Si scopre, nell’ultima lettera di Tom a Serena, che il romanzo che abbiamo appena finito di leggere, scritto in prima persona da Serena, che ne è cioè l’io narrante, è stato in realtà scritto da Tom, che nel romanzo è uno scrittore alle prime armi (e tanto per non lasciarci dubbi sulla sovrapponibilità Tom/Ian nel testo del romanzo sono contenuti alcuni racconti di Tom che sono in realtà prove giovanili di Ian). Fin qui nulla di particolarmente sconvolgente o rivoluzionario: un romanzo a forma di rosa in cui i petali più interni sono rappresentati dalla narrazione in prima persona di Serena, che rinviano alla storia scritta fittiziamente da Tom (strato intermedio) ma realmente da Ian (petali esterni).

Non può sfuggire, almeno a me che l’ho appena riletto, il lieve senso di vertigine che questa struttura ci dà, che è poi lo stesso che ci regala Calvino alla conclusione di Se una notte d’inverno un viaggiatore:

Ora siete marito e moglie, Lettore e Lettrice. Un grande letto matrimoniale accoglie le vostre letture parallele.
Ludmilla chiude il suo libro, spegne la sua luce, abbandona il capo sul guanciale, dice: – Spegni anche tu. Non sei stanco di leggere?
E tu: – Ancora un momento. Sto per finire Se una notte d’inverno un viaggiatore di Italo Calvino. [4782]

Ma il punto che – mi pare – preme a Ian McEwan è il capovolgimento, nel rivelatore capitolo finale, tra lo spionaggio della spia di mestiere (Serena) e lo spionaggio del romanziere (Tom). Sono abbastanza convinto che al cuore di questa riflessione, dell’affinità tra spionaggio e romanzo, o meglio tra spia di professione e professione di scrittore, ci sia la consapevolezza che lo scrittore deve, senza darlo a vedere, essere capace si sottrarre ai suoi personaggi, o meglio alle persone reali che ne costituiscono potenzialmente  il modello, abbastanza informazioni da consentire la creazione ex nihilo dei personaggi e per di più di soppiatto, in modo da non guastarne la naturalezza. E che questa riflessione abbia origine dalla lettura della ricostruzione che  Ben Macintyre fa di Operation Mincemeat, una vicenda di spionaggio culminata nel 1943. Ma lasciamo raccontare a Tom/Ian e poi commentiamo:

[L]et me tell you my favourite spy story. MI5 had a hand in it, as well as Six. 1943. The struggle was starker and more consequential than it is now. In April that year the decomposing body of an officer of the Royal Marines washed up on the coast of Andalucia. Attached to the dead man’s wrist by a chain was a briefcase containing documents referring to plans for the invasion of southern Europe through Greece and Sardinia. The local authorities contacted the British attaché, who at first seemed to take little interest in the corpse or its luggage. Then he appeared to change his mind and worked frantically to get both returned. Too late. The Spanish were neutral in the war, but generally more favourable to the Nazi cause. The German intelligence community was on to the matter, the documents in the briefcase found their way to Berlin. German High Command studied the contents of the briefcase, learned of the Allies’ intentions and altered their defences accordingly. But as you probably know from The Man Who Never Was, the body and the plans were fake, a plant devised by British intelligence. The officer was actually a Welsh tramp, retrieved from a morgue and, with thorough attention to detail, dressed up in a fictional identity, complete with love letters and tickets to a London show. The Allied invasion of southern Europe came through the more obvious route, Sicily, which was poorly defended. At least some of Hitler’s divisions were guarding the wrong portals.
Operation Mincemeat was one of scores of wartime deception exercises, but my theory is that what produced its particular brilliance and success was the manner of its inception. The original idea came from a novel published in 1937 called The Milliner’s Hat Mystery. The young naval commander who spotted the episode would one day be a famous novelist himself. He was Ian Fleming, and he included the idea along with other ruses in a memo which appeared before a secret committee chaired by an Oxford don, who wrote detective novels. Providing an identity, a background and a plausible life to a cadaver was done with novelistic flair. The naval attaché who orchestrated the reception of the drowned officer in Spain was also a novelist. Who says that poetry makes nothing happen? Mincemeat succeeded because invention, the imagination, drove the intelligence. [4636-4647]

Ecco nelle sue tappe principali la sequenza di intervento romanzesco/azione di spionaggio ricostruita da McEwan (e da Macintyre, che McEwan non può citare senza commettere un anacronismo, dal momento che la sua “definitiva” ricostruzione storica è stata pubblicata nel 2010):

  1. Sir Basil Home Thomson, agente segreto britannico, ufficiale di polizia, direttore di carcere, amministratore coloniale della Nuova Guinea e scrittore, pubblica nel 1937 un romanzo, della serie dell’Ispettore Richardson, in cui a un morto viene erroneamente attribuita una diversa identità, sulla base delle carte e dei documenti falsi trovati (ma in precedenza impiantati) sul cadavere.
  2. Il romanzo non ha alcun successo, ma viene letto da un giovane ufficiale della marina inglese che amava la serie: Ian Fleming, il futuro “padre” di James Bond.
  3. Allo scoppio della guerra, Fleming manda ai suoi superiori un memo riservato in cui suggerisce 51 azioni di controinformazione per ingannare i servizi segreti tedeschi.
  4. Il suggerimento n. 28 è il seguente:
    A suggestion (not a very nice one). The following suggestion is used in a book by Basil Thomson: a corpse dressed as an airman, with dispatches in his pockets, could be dropped on the coast, supposedly from a parachute that had failed. I understand there is no difficulty in obtaining corpses at the Naval Hospital, but, of course, it would have to be a fresh one.
  5. L’azione viene realizzata nel 1943, in forma leggermente diversa, e ha successo.
  6. Nel 1950, Duff Cooper, diplomatico britannico che aveva occupato posti di responsabilità durante la guerra, pubblica un romanzo di spionaggio, Operation Heartbreak; al centro della trama, un cadavere galleggiante sulle coste spagnole con documenti tesi a ingannare i tedeschi.
  7. Benché Cooper abbia probabilmente inventato autonomamente la trama, i servizi inglesi decidono di correre ai ripari e autorizzano Ewen Montagu, che aveva guidato l’operazione Mincemeat, a raccontarne i tratti principali in The Man Who Never Was (il testo citato da Tom/Ian a Serena).
  8. Dopo l’apertura degli archivi del controspionaggio per prescrizione dei termini, Ben Macintyre ricostruisce Operation Mincemeat.

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Come di consueto, le mie annotazioni. Riferimenti numerici all’edizione Kindle.

[…] thinking in circles […] [1023]

And feeling clever, I’ve always thought, is just a sigh away from being cheerful. [1246]

[…] it had been raining heavily and the place had a canine smell of damp jeans and hair. [1616]

Let me put it another way. In this work the line between what people imagine and what’s actually the case can get very blurred. In fact that line is a big grey space, big enough to get lost in. You imagine things – and you can make them come true. The ghosts become real. [1975]

He has been doggedly faithful throughout his marriage. His fidelity now seems like one more aspect of the general constriction and failure in his life. His marriage is over, there can be no going back, for how can he live with her now? How can he trust a woman who has stolen from him and lied? It’s over. But here is the chance of an affair. An affair with madness. If she needs help, then this is what he can offer. [2320]

What is missing now is the love, or the guilty memory of love, or the need for it, and that is a liberation. She has become another woman, devious, deceitful, unkind, even cruel, and he is about to make love to her. [2332]

It’s a matter of dishonour, and when it gets out, which it’s bound to, this will be the one act you’ll be remembered for. Everything else you achieved will be irrelevant. Your reputation will rest only on this, because ultimately reality is social, it’s among others that we have to live and their judgements matter. Even, or especially, when we’re dead. [2514]

Looking at pictures with a stranger is an unobtrusive form of mutual exploration and mild seduction. [2574]

No single element of an imagined world or any of its characters should be allowed to dissolve on authorial whim. The invented had to be as solid and as self-consistent as the actual. This was a contract founded on mutual trust. [2835: è importante che McEwan lo dica perché, nonostante la struttura del romanzo, mantiene fede a questo impegno nella sostanza]

Love doesn’t grow at a steady rate, but advances in surges, bolts, wild leaps, and this was one of those. [2956]

Then I kept my thoughts off the worst possibilities by dreaming up a Poisson distribution. [4342]

He said I had to understand, any institution, any organisation eventually becomes a dominion, self-contained, competitive, driven by its own logic and bent on survival and on extending its territory. It was as inexorable and blind as a chemical process. [4456]

I didn’t want to get drunk, not at five in the afternoon. I didn’t want to be sober either. I didn’t want anything, even oblivion.
But beyond existence and oblivion there’s no third place to be. [4467]

I could feel a comfortable bed around me, but who and where I was lay beyond my grasp. It lasted only a few seconds, this episode of pure existence, the mental equivalent of the blank page. Inevitably, the narrative seeped back, with the near details arriving first – the room, the hotel, the city, Greatorex, you; next, the larger facts of my life – my name, my general circumstances. [4487]

Italo Calvino – Se una notte d’inverno un viaggiatore

Calvino, Italo (1979). Se una notte d’inverno un viaggiatore. Torino: Einaudi. 2012. ISBN 9788852027352. Pagine 304. 6,99 €

Se una notte d'inverno un viaggiatore

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Sto mantenendo fede a un quasi-impegno, preso recensendo pochi giorni fa Cloud Atlas di David Mitchell: ho dunque riletto il classico di Calvino, che avevo letto alla sua uscita nel 1979. Naturalmente in 33 anni la mia sensibilità è cambiata, ho fatto molte altre letture e anche il romanzo di Italo Calvino è invecchiato.

Ma andiamo in ordine. Quando il romanzo uscì, nel 1979, c’era molta attesa e, se non ricordo male, serpeggiò anche un po’ di delusione. Calvino era già considerato un autore italiano molto importante, ma non era ancora il “mostro sacro” che sarebbe diventato con le Lezioni americane e la morte prematura. Soprattutto, nonostante Il castello dei destini incrociati e Le città invisibili (che con Se una notte d’inverno un viaggiatore costituiscono la sua trilogia combinatoria), Calvino era all’epoca noto al grande pubblico – e io all’epoca ne facevo parte – soprattutto per l’altra trilogia, quella composta da Il visconte dimezzato, Il barone rampante e Il cavaliere inesistente, che si leggeva a scuola. Di mio, poi, avevo letto e amato Marcovaldo, le opere fantascientifiche (Le cosmicomiche o Ti con zero) e la raccolta delle Fiabe italiane, che avevo letto alla mia sorellina.

Circle Limit

Non ricordo, per la verità, se avessi già letto, nel 1979 Il castello dei destini incrociati e Le città invisibili. Ma certamente non avevo letto Queneau, nemmeno Esercizi di stile e Zazie nel metro, né Georges Perec (La vita, istruzioni per l’uso fu pubblicata in italiano, se non ricordo male, soltanto nel 1984). E certamente nulla sapevo dell’OuLiPo (l’Ouvroir de Littérature Potentielle, l’Officina di letteratura potenziale) di cui Calvino faceva parte. Comunque sia, e proprio per questo, Se una notte d’inverno un viaggiatore mi colpì allora come un romanzo di sfolgorante fantasia, mentre oggi non posso evitare di notare i suoi dettagli strutturali. Insomma, se nel 1979 leggere Se una notte d’inverno un viaggiatore fu come immergersi in un’opera di Escher, nel 2012 è stato più un guardare ammirato le impalcature a vista del Centre Pompidou.

Centre Pompidou

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C’è un’altra cosa da dire. Se una notte d’inverno un viaggiatore è anche un meta-romanzo (o, come avrebbe detto il Calvino delle Lezioni americane, un iper-romanzo) … – Abbiate un po’ di pazienza, qui mi serve una lunga citazione dalla 5ª lezione, quella sulla molteplicità:

Tra i valori che vorrei fossero tramandati al prossimo millennio c’è soprattutto questo: d’una letteratura che abbia fatto proprio il gusto dell’ordine mentale e della esattezza, l’intelligenza della poesia e nello stesso tempo della scienza e della filosofia, come quella del Valéry saggista e prosatore. (E se ricordo Valéry in un contesto in cui dominano i nomi di romanzieri, è anche perché, lui che romanziere non era, anzi, grazie a una sua famosa battuta, passava per il liquidatore della narrativa tradizionale, era un critico che sapeva capire i romanzi come nessuno, proprio definendone la specificità in quanto romanzi.)
Nella narrativa se dovessi dire chi ha realizzato perfettamente l’ideale estetico di Valéry d’esattezza nell’immaginazione e nel linguaggio, costruendo opere che rispondono alla rigorosa geometria del cristallo e all’astrazione d’un ragionamento deduttivo, direi senza esitazione Jorge Luis Borges. Le ragioni della mia predilezione per Borges non si fermano qui; cercherò di enumerarne le principali: perché ogni suo testo contiene un modello dell’universo o d’un attributo dell’universo: l’infinito, l’innumerabile, il tempo, eterno o compresente o ciclico; perché sono sempre testi contenuti in poche pagine, con una esemplare economia d’espressione; perché spesso i suoi racconti adottano la forma esteriore d’un qualche genere della letteratura popolare, forme collaudate da un lungo uso, che ne fa quasi delle strutture mitiche. Per esempio il suo più vertiginoso saggio sul tempo, El jardín de los senderos que se bifurcan (Il giardino dei sentieri che si biforcano), si presenta come un racconto di spionaggio, che include un racconto logico-metafisico, che include a sua volta la descrizione d’uno sterminato romanzo cinese, il tutto concentrato in una dozzina di pagine.
Le ipotesi che Borges enuncia in questo racconto, ognuna contenuta (e quasi nascosta) in poche righe, sono: un’idea di tempo puntuale, quasi un assoluto presente soggettivo «… reflexioné que todas las cosas le suceden a uno precisamente, precisamente ahora. Siglos de siglos y sólo en el presente ocurren los hechos; innumerables hombres en el aire, en la tierra y el mar y todo lo que realmente pasa me pasa a mi…» [… riflettei che ogni cosa, a ognuno accade precisamente, precisamente ora. Secoli e secoli, e solo nel presente accadono i fatti; innumerevoli uomini nell’aria, sulla terra o sul mare, e tutto ciò che realmente accade, accade a me…]; poi una idea di tempo determinato dalla volontà, in cui il futuro si presenti irrevocabile come il passato; e infine l’idea centrale del racconto: un tempo plurimo e ramificato in cui ogni presente si biforca in due futuri, in modo di formare «una red creciente y vertiginosa de tiempos divergentes, convergentes y paralelos» [una rete crescente e vertiginosa di tempi divergenti, convergenti e paralleli]. Questa idea d’infiniti universi contemporanei in cui tutte le possibilità vengono realizzate in tutte le combinazioni possibili non è una digressione del racconto ma la condizione stessa perché il protagonista si senta autorizzato a compiere il delitto assurdo e abominevole che la sua missione spionistica gli impone, sicuro che ciò avviene solo in uno degli universi ma non negli altri, anzi, che commettendo l’assassinio qui e ora, egli e la sua vittima possano riconoscersi amici e fratelli in altri universi.
Il modello della rete dei possibili può dunque essere concentrato nelle poche pagine d’un racconto di Borges, come può fare da struttura portante a romanzi lunghi o lunghissimi, dove la densità di concentrazione si riproduce nelle singole parti. Ma direi che oggi la regola dello «scrivere breve» viene confermata anche dai romanzi lunghi, che presentano una struttura accumulativa, modulare, combinatoria.
Queste considerazioni sono alla base della mia proposta di quello che chiamo «l’iper-romanzo» e di cui ho cercato di dare un esempio con Se una notte d’inverno un viaggiatore. Il mio intento era di dare l’essenza del romanzesco concentrandola in dieci inizi di romanzi, che sviluppano nei modi più diversi un nucleo comune, e che agiscono su una cornice che li determina e ne è determinata. Lo stesso principio di campionatura della molteplicità potenziale del narrabile è alla base d’un altro mio libro, Il castello dei destini incrociati, che vuol essere una specie di macchina per moltiplicare le narrazioni partendo da elementi figurali dai molti significati possibili come un mazzo di tarocchi. Il mio temperamento mi porta allo «scrivere breve» e queste strutture mi permettono d’unire la concentrazione nell’invenzione e nell’espressione con il senso delle potenzialità infinite.
Un altro esempio di ciò che chiamo «iper-romanzo» è La vie mode d’emploi di Georges Perec, romanzo molto lungo ma costruito da molte storie che si intersecano (non per niente il suo sottotitolo è Romans al plurale), facendo rivivere il piacere dei grandi cicli alla Balzac. Credo che questo libro, uscito a Parigi nel 1978, quattro anni prima che l’autore morisse a soli 46 anni, sia l’ultimo vero avvenimento nella storia del romanzo. E questo per molti motivi: il disegno sterminato e insieme compiuto, la novità della resa letteraria, il compendio d’una tradizione narrativa e la summa enciclopedica di saperi che danno forma a un’immagine del mondo, il senso dell’oggi che è anche fatto di accumulazione del passato e di vertigine del vuoto, la compresenza continua d’ironia e angoscia, insomma il modo in cui il perseguimento d’un progetto strutturale e l’imponderabile della poesia diventano una cosa sola.
Il puzzle dà al romanzo il tema dell’intreccio e il modello formale. Altro modello è lo spaccato d’un tipico caseggiato parigino, in cui si svolge tutta l’azione, un capitolo per stanza, cinque piani d’appartamenti di cui s’enumerano i mobili e le suppellettili e si narrano i passaggi di proprietà e le vite degli abitanti, nonché di ascendenti e discendenti. Lo schema dell’edificio si presenta come un «biquadrato» di dieci quadrati per dieci: una scacchiera in cui Perec passa da una casella (ossia stanza, ossia capitolo) all’altra col salto del cavallo, secondo un certo ordine che permette di toccare successivamente tutte le caselle. (Sono cento i capitoli? No, sono novantanove, questo libro ultracompiuto lascia intenzionalmente un piccolo spiraglio all’incompiutezza.)
Questo è per così dire il contenitore. Quanto al contenuto, Perec ha steso delle liste di temi, divisi per categorie, e ha deciso che in ogni capitolo dovesse figurare, anche se appena accennato, un tema d’ogni categoria, in modo da variare sempre le combinazioni, secondo procedimenti matematici che non sono in grado di definire ma sulla cui esattezza non ho dubbi. (Ho frequentato Perec durante i nove anni che ha dedicato alla stesura del romanzo, ma conosco solo alcune delle sue regole segrete.) Queste categorie tematiche sono nientemeno che 42 e comprendono citazioni letterarie, località geografiche, date storiche, mobili, oggetti, stili, colori, cibi, animali, piante, minerali e non so quante altre, così come non so come ha fatto a rispettare queste regole anche nei capitoli più brevi e sintetici.
Per sfuggire all’arbitrarietà dell’esistenza, Perec come il suo protagonista ha bisogno d’imporsi delle regole rigorose (anche se queste regole sono a loro volta arbitrarie). Ma il miracolo è che questa poetica che si direbbe artificiosa e meccanica dà come risultato una libertà e una ricchezza inventiva inesauribili. Questo perché essa viene a coincidere con quella che è stata, fin dal tempo del suo primo romanzo, Les choses (1965), la passione di Perec per i cataloghi: enumerazioni d’oggetti definiti ognuno nella sua specificità e appartenenza a un’epoca, a uno stile, a una società, e così menus di pasti, programmi di concerti, tabelle dietetiche, bibliografie vere o immaginarie.
Il demone del collezionismo aleggia continuamente nelle pagine di Perec, e la collezione più «sua» tra le tante che questo libro evoca direi che è quella di unica, cioè di oggetti di cui esiste un solo esemplare. Ma collezionista lui non era, nella vita, se non di parole, di cognizioni, di ricordi; l’esattezza terminologica era la sua forma di possesso; Perec raccoglieva e nominava ciò che fa l’unicità d’ogni fatto e persona e cosa. Nessuno è più immune di Perec dalla piaga peggiore della scrittura d’oggi: la genericità.
Vorrei insistere sul fatto che per Perec il costruire il romanzo sulla base di regole fisse, di «contraintes» non soffocava la libertà narrativa, ma la stimolava. Non per niente Perec è stato il più inventivo dei partecipanti all’Oulipo (Ouvroir de littérature potentielle) fondato dal suo maestro Raymond Queneau. Queneau che già molti anni prima, ai tempi della sua polemica con la «scrittura automatica» dei surrealisti scriveva:
Une autre bien fausse idée qui a également cours actuellement, c’est l’équivalence que l’on établit entre inspiration, exploration du subconscient et libération, entre hasard, automatisme et liberté. Or, cette inspiration qui consiste à obéir aveuglément à toute impulsion est en réalité un esclavage. Le classique qui écrit sa tragédie en observant un certain nombre de règles qu’il connaît est plus libre que le poète qui écrit ce qui lui passe par la tête et qui est l’esclave d’autres règles qu’il ignore.
[Un’altra falsissima idea che pure ha corso attualmente è l’equivalenza che si stabilisce tra ispirazione, esplorazione del subconscio e liberazione; tra caso, automatismo e libertà. Ora, questa ispirazione che consiste nell’ubbidire ciecamente a ogni impulso è in realtà una schiavitù. Il classico che scrive la sua tragedia osservando un certo numero di regole che conosce è più libero del poeta che scrive quel che gli passa per la testa ed è schiavo di altre regole che ignora] (Segni, cifre e lettere).
Sono giunto al termine di questa mia apologia del romanzo come grande rete. Qualcuno potrà obiettare che più l’opera tende alla moltiplicazione dei possibili più s’allontana da quell’unicum che è il self di chi scrive, la sincerità interiore, la scoperta della propria verità. Al contrario, rispondo, chi siamo noi, chi è ciascuno di noi se non una combinatoria d’esperienze, d’informazioni, di letture, d’immaginazioni? Ogni vita è un’enciclopedia, una biblioteca, un inventario d’oggetti, un campionario di stili, dove tutto può essere continuamente rimescolato e riordinato in tutti i modi possibili.
Ma forse la risposta che mi sta più a cuore dare è un’altra: magari fosse possibile un’opera concepita al di fuori del self, un’opera che ci permettesse d’uscire dalla prospettiva limitata d’un io individuale, non solo per entrare in altri io simili al nostro, ma per far parlare ciò che non ha parola, l’uccello che si posa sulla grondaia, l’albero in primavera e l’albero in autunno, la pietra, il cemento, la plastica…
Non era forse questo il punto d’arrivo cui tendeva Ovidio nel raccontare la continuità delle forme, il punto d’arrivo cui tendeva Lucrezio nell’identificarsi con la natura comune a tutte le cose? [pp. 115-120]

Ecco: se accettiamo l’ipotesi (che d’altronde fa lo stesso Calvino) che Se una notte d’inverno un viaggiatore sia un meta-romanzo/iper-romanzo, allora non è rilevante soltanto la circostanza che all’epoca non avessi letto certi altri libri di Calvino o di autori oulipisti che mi avrebbero aiutato a capire meglio la struttura del romanzo, ma anche che non avessi letto qualcuno dei romanzi di cui più o meno trasparentemente Calvino fa la parodia (nel senso bachiano del termine: «Parodia indica la trascrizione di un brano musicale con la sostituzione dell’orchestrazione e/o del testo cantato. Celebre parodia è il Salmo 51 BWV 1083 di Johann Sebastian Bach, che riutilizza la musica dello Stabat Mater di Pergolesi. In questo genere di parodia, non vi è alcun intento satirico, anzi, si tratta, in genere, di testimonianze di sincera ammirazione fra autori.» – da Wikipedia). È il caso, ad esempio, dello stile hard-boiled del belga Bertrand Vandervelde o della prosa pasternakiana di Ukko Athi o dei trasparenti debiti nei confronti de La signora di Shanghai del brano “In una rete di linee che s’intersecano” di Silas Flannery.

Ma oltre a essere cresciuto (almeno per volume di letture) e invecchiato io, è invecchiato anche il romanzo di Calvino? Direi di sì, anche oggettivamente, cioè anche dopo aver sottratto – nella misura del possibile – gli effetti del mio invecchiamento e delle mie letture.Ma è invecchiato male? In una certa misura sì, soprattutto nelle parti iniziali, dove il gioco del Lettore e della Lettrice è troppo scoperto e troppo didascalico. Via via che si procede e la trama si infittisce, cresce anche il romanzo, come se – per usare una frase trita e piuttosto imprecisa – in Calvino l’arte prevalesse alla fine sull’intento programmatico e didascalico.

L’ultima questione che mi resta da chiarire è se davvero ci sia una parentela tra Se una notte d’inverno un viaggiatore e Cloud Atlas. Se c’è è molto tenue. In primo luogo perché, come ho scritto nella recensione a quest’ultimo, «a differenza che in Calvino […]  in cui ognuna delle storie si interrompe e il romanzo-cornice si sviluppa linearmente, in Mitchell e nella Weltanschauung di questo suo romanzo la ciclicità, e dunque la permanenza delle pulsioni umane, è assolutamente essenziale.» In secondo luogo, posso aggiungere ora, in Calvino prevale l’esercizio di stile sulla necessità di raccontare una storia dotata di un qualche senso (anche se, e per fortuna, qualche volta la storia prende il sopravvento e conduce a un racconto o a un mini-romanzo sostanzialmente compiuto), mentre in Mitchell è la storia narrata a “chiamare a sé” lo stile più adatto per raccontarlo (non senza un po’ di compiacimento virtuosistico).

Questo ci porta diritto a un altro aspetto in cui Se una notte d’inverno un viaggiatore mostra l’usura del tempo: ed è legato agli sviluppi che hanno avuto in questi anni la complessità delle trame e il modo di narrare. Secondo me, cioè, si applica anche alla letteratura, il processo che Steven Johnson ha raccontato nel suo Everything Bad Is Good for You: How Today’s Popular Culture Is Actually Making Us Smarter (Tutto quello che fa male ti fa bene) a proposito della televisione (cito, per pura pigrizia, la sintesi di Wikipedia):

Earlier television, Johnson says, simplified narrative and human relationships, while modern trends not only in reality shows but in “multiple threading” in scripted programs such as The Sopranos improve the audience’s cognitive skills. He suggests too that modern television and films have reduced the number of “flashing arrows”, narrative clues to help the audience understand the plot, and require audiences to do more cognitive work paying attention to background detail and information if they wish to follow what they are viewing.

* * *

Di seguito alcune mie annotazioni, che non siete obbligati a leggere. Riferimenti numerici all’edizione Kindle.

Ma prima una piccola notazione impertinente: Calvino scrive valige, non valigie [1236]

[…] (la parola «isoscele» per averla una volta associata al pube d’Irina si carica per me d’una sensualità tale che non posso pronunciarla senza battere i denti). [2214]

Così apprendo che in una boîte di Place Clichy Sibylle fa un numero coi caimani; lì per lì la cosa m’ha fatto un così brutto effetto che non ho chiesto altri particolari. Sapevo che lavorava nei locali notturni, ma questa di prodursi in pubblico con un coccodrillo mi pare sia l’ultima cosa che un padre possa augurarsi come avvenire dell’unica figlia femmina; almeno per uno come me che ha avuto un’educazione protestante. [2589]

Si legge da soli anche quando si è in due. [3085: ma è poi vero? non lo penso]

[…] tutto quel che lui tocca se non è già falso lo diventa. [3157]

(Cominciare. Sei tu che l’hai detto, Lettrice. Ma come stabilire il momento esatto in cui comincia una storia? Tutto è sempre cominciato già da prima, la prima riga della prima pagina d’ogni romanzo rimanda a qualcosa che è già successo fuori dal libro. Oppure la vera storia è quella che comincia dieci o cento pagine più avanti e tutto ciò che precede è solo un prologo. Le vite degli individui della specie umana formano un intreccio continuo, in cui ogni tentativo d’isolare un pezzo di vissuto che abbia un senso separatamente dal resto – per esempio, l’incontro di due persone che diventerà decisivo per entrambi – deve tener conto che ciascuno dei due porta con sé un tessuto di fatti ambienti altre persone, e che dall’incontro deriveranno a loro volta altre storie che si separeranno dalla loro storia comune.) [3180]

[…] l’esplorazione dell’immensità degli spazi carezzabili e reciprocamente carezzevoli, […] [3195]

Sono un uomo con molti nemici a cui devo continuamente sfuggire. Se credono di raggiungermi colpiranno soltanto una superficie di vetro su cui appare e si dilegua un riflesso tra i tanti della mia ubiqua presenza. [3322]

I lettori sono i miei vampiri. [3432]

Vorrei poter scrivere un libro che fosse solo un incipit, che mantenesse per tutta la sua durata la potenzialità dell’inizio, l’attesa ancora senza oggetto. Ma come potrebb’essere costruito, un libro simile? S’interromperebbe dopo il primo capoverso? Prolungherebbe indefinitamente i preliminari? Incastrerebbe un inizio di narrazione nell’altro, come le Mille e una notte? [3533]

Il libro è sbriciolato, dissolto, non più ricomponibile, come una duna di sabbia soffiata via dal vento. [4209]

Tony Scott – In memoriam

Avatar di borislimpopoSbagliando s'impera

Miriam si sveglia a mezzanotte (The Hunger), 1983, di Tony Scott, con Catherine Deneuve, David Bowie e Susan Sarandon.

Un film visto molti anni fa, e ora rivisto in originale (c’è il DVD in edicola).

Non è un capolavoro, ma è un film cult. Si rivede volentieri, e ci si rende conto di quanto siano debitori a questo film – per le atmosfere, le scenografie e in generale l’ambientazione – film successivi come Intervista con il vampiro.

Sono proprio quelle riprese nel film di Neil Jordan le cose che mostrano più l’usura: le luci sempre sparate, le atmosfere sempre polverose, le tende che svolazzano, il lusso sfrenato nel cuore di New York… La stessa scena della seduzione lesbico-vampiresca, che tanto scalpore aveva suscitato all’epoca, mi è sembrata piuttosto datata. Sarà che abbiamo visto ben altro.

Invece è folgorante il montaggio, soprattutto nella scena iniziale. Ed è incredibile…

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Jesse Bering – Why Is the Penis Shaped Like That?: And Other Reflections on Being Human

Bering, Jesse (2012). Why Is the Penis Shaped Like That?: And Other Reflections on Being Human. New York: Scientific American/Farrar, Straus and Giroux. 2012. ISBN 9781429955102. Pagine 319. 8,78 €

Why is the Penis

jessebering.com

Due critiche principali a questo libro:

  1. Si tratta sostanzialmente di una raccolta di articoli già apparsi sulla rubrica che Jesse Bering (sì, afferma di essere un discendente del noto esploratore artico Vitus Jonassen Bering) tiene su Scientific American. Niente di male, naturalmente (anche se confesso di non amare questo tipo di raccolte: ma è una questione di gusto personale), a patto che tu abbia un buon editor. Questo prezioso aiuto a Bering è mancato, sicché il connettivo tra i capitoli è pressoché inesistente e alcuni sono decisamente meno riusciti di altri. In più, ho avuto la spiacevole impressione che la casa editrice avesse imposto una traguardo minimo in termini di numero di pagine e che questo abbia indotto a Bering a inserire capitoli che hanno ben poco a che fare con la tematica principale del libro (un’esplorazione della sessualità umana da una prospettiva di psicologia evoluzionistica). Per esempio, non ho proprio capito che c’azzecchi (per parafrasare Tonino Di Pietro) il capitolo Planting Roots with my Dead Mother, che – senza alcuna analisi scientifica – propone un nuovo tipo di cimitero alberato (proposta peraltro non particolarmente originale, come testimonia L’albero ed io, vecchia canzone di Francesco Guccini).

    Quando il mio ultimo giorno verrà dopo il mio ultimo sguardo sul mondo,
    non voglio pietra su questo mio corpo, perché pesante mi sembrerà. Cercate un albero giovane e forte, quello sarà il posto mio;
    voglio tornare anche dopo la morte sotto quel cielo che chiaman di Dio.

    Ed in inverno nel lungo riposo, ancora vivo, alla pianta vicino,
    come dormendo, starò fiducioso nel mio risveglio in un qualche mattino.
    E a primavera, fra mille richiami, ancora vivi saremo di nuovo
    e innalzerò le mie dita di rami verso quel cielo così misterioso.

    Ed in estate, se il vento raccoglie l’invito fatto da ogni gemma fiorita,
    sventoleremo bandiere di foglie e canteremo canzoni di vita.
    E così, assieme, vivremo in eterno qua sulla terra, l’albero e io
    sempre svettanti, in estate e in inverno contro quel cielo che dicon di Dio.

  2. Il tono di Bering, che vuole essere scherzoso, a volte è un po’ irritante. Per sua sfortuna, proprio in questi giorni è dilagata (insomma, sto esagerando…) una polemica su Science writing: lite and wrong sul blog di Jerry Coyne e, qualche giorno prima con Jonah Lehrer, Malcolm Gladwell and our thirst for non-threatening answers sul blog di Eric Garland. Coyne distingue, in bella sostanza, opere come The Better Angels of Our Nature, effettivi contribuiti alla comprensione pubblica della scienza, dai libri di “science-lite” che offrono analisi e soluzioni superficiali a problemi sociali o resoconti approssimativi di ricerche scientifiche. Forse Bering non è del tutto light, ma fatevi un’idea da soli:

Se volete leggere altre recensioni ho preparato una pagina su Storify.

* * *

Come al solito, le mie annotazioni, che non siete obbligati a leggere. Riferimenti numerici all’edizione Kindle.

According to a 2009 report in Medical Hypotheses by the anatomist Stany Lobo and his colleagues, each testicle continuously migrates in its own orbit as a way of maximizing the available scrotal surface area that is subjected to heat dissipation and cooling. Like ambient heat generated by individual solar panels, when it comes to spermatic temperatures, the whole is greater than the sum of its parts. With a keen enough eye, presumably one could master the art of “reading” testicle alignment, using the scrotum as a makeshift room thermometer. But that’s just me speculating. [163]

Evolution does not occur by design. The best way to think about most adaptations is in terms of cost/benefit ratios. I suspect that the foreskin provided protection of the glans and what you see is the result of a statistical compromise of sorts. [445]

[…] 76 percent of a sample of 235 female undergraduates from Australia reported having removed their pubic hair at some point in their lives. Sixty-one percent currently did so, and half of this sample said that they routinely removed all traces of their pubic hair. The current trend for men appears to be no different. [746]

Gerard David, a prolific religious iconographer based in Bruges, Belgium, was merely painting a scene of starvation cannibalism. [765]

Gerard David

oceansbridge.com

Better this evolutionary account than pimples by intelligent design, in any event. What a heartless God indeed that would wind up the clock so that our sebaceous glands might overindulge in sebum production precisely at the time in human development when we’d become most acutely aware of our appearance. [874]

[…] hindsight is twenty-twenty […] [2695]

In many courtrooms across the Western world, for instance, defendants and witnesses must place their hand on the Bible and volunteer to respond to the religious oath “Do you swear to tell the truth, the whole truth, and nothing but the truth, so help you God?” And in the ancient Hebrew world, there was the similar “oath by the thigh”—where “thigh” was the polite term for one’s dangling bits—since touching the sex organs before giving testimony was said to invoke one’s family spirits (who had a vested interest in the seeds sprung from these particular loins) and ensured that the witness wouldn’t perjure himself. [2779]

“I love Humanity; but I hate people.” [2792: è una citazione di Edna St. Vincent Millay]

[…] there’s no such thing as a failed experiment—only data. [3290]

Vohs and Schooler write: “If exposure to deterministic messages increases the likelihood of unethical actions, then identifying approaches for insulating the public against this danger becomes imperative.”
Perhaps you missed it on your first reading too, but the authors are making an extraordinary suggestion. They seem to be claiming that the public “can’t handle the truth” and that we should somehow be protecting them (lying to them?) about the true causes of human social behaviors. [3355]

The self is only a deluded creature that thinks it is participating in a moral game when in fact it is just an emotionally invested audience member. [3372]

David Mitchell – Cloud Atlas

Mitchell, David (2004). Cloud Atlas. London: Hodder & Stoughton. 2008. ISBN 9781844568819. Pagine 545. 6,04 €

Cloud Atlas

wikipedia.org

Di David Mitchell ho parlato non molto tempo fa, per parlare dell’unico suo romanzo che avevo letto, The Thousand Autumns of Jacob de Zoet, che mi era piaciuto moltissimo. Mi ripromettevo, ovviamente, di leggera altre opere di Mitchell, e soprattutto questo Cloud Atlas che è il suo romanzo più famoso. Avrei però lasciato passare più tempo (non mi mancano, per fortuna, né le cose da leggere né la voglia di farlo), non fosse che è imminente l’uscita del film tratto dal romanzo. Mia moglie aveva letto un post che invitava a leggere subito il romanzo e anch’io l’ho fatto subito dopo.

Nel frattempo è uscito il trailer del film dei fratelli due Wachowski (quelli di Matrix, per capirsi). Non guardatelo, se pensate vi possa impoverire il gusto della lettura.

Il talento di Mitchell è fuori dal comune: questo si capiva anche nei Mille autunni di Jacob de Zoet, ma qui siamo al limite, e forse al di là del virtuosismo. Il romanzo è costruito su 6 storie che si dispiegano fino a un certo punto, per poi interrompersi e cedere il passo alla successiva. soltanto la sesta storia si sviluppa integralmente. Conclusa la sesta storia si torna (e si conclude) la quinta, e così via fino alla conclusione della prima e dell’intero romanzo. Ogni storia si svolge in un periodo diverso, dal 1850 al lontano futuro, ed è scritta in uno stile e in un linguaggio differente. Alcuni fili tengono insieme le storie, dall’artificio abbastanza ovvio per cui i personaggi di una storia temporalmente successiva vengono in possesso del “testo” della precedente, a collegamenti più sottili come la “voglia” a forma di cometa sulla spalla dei protagonisti, al riferimento (polisemico) all’atlante delle nuvole del titolo, a una riflessione filosofica (e tensione morale) che è il vero connettivo del romanzo.

È un gioco abbastanza facile e piuttosto sterile cercare le somiglianze di famiglia del romanzo di Mitchell. Ma per quanto sterile e forse trito, è pur sempre un gioco, e si è mai visto che io mi perda un’occasione per giocare?

La prima cosa che viene in mente è Se una notte d’inverno un viaggiatore di Italo Calvino, per l’inanellarsi delle storie. Ma qui, a differenza che in Calvino (che ho letto quando uscì, nell’estate del 1979, ad Acquafredda di Maratea, ma che non ricordo bene e dovrei rileggere) in cui ognuna delle storie si interrompe e il romanzo-cornice si sviluppa linearmente, in Mitchell e nella Weltanschauung di questo suo romanzo la ciclicità, e dunque la permanenza delle pulsioni umane, è assolutamente essenziale.

Quest’ultimo aspetto è anche collegato a una simbologia ricorrente nei vari episodi, quella dell’ascesa e della discesa, dal senso abbastanza trasparente.

Un altro tema importante e ricorrente, come abbiamo accennato, è quello della voglia a forma di cometa che suggerisce che i protagonisti siano reincarnazioni l’uno dell’altro e che i temi della Storia (e delle storie che ne sono gli avatar contingenti) si ripetano, anche se in configurazioni sempre mutevoli, che impediscono di realizzare una mappa statica, un atlante delle nuvole. Ha detto lo stesso Mitchell, in un’intervista alla BBC:

All of the [leading] characters are reincarnations of the same soul […] identified by a birthmark. […] The “cloud” refers to the ever-changing manifestations of the “atlas”, which is the fixed human nature. […] The book’s theme is predacity […] individuals prey on individuals, groups on groups, nations on nations.

Non penso di essere il primo a dirlo, ma il tema della “voglia” come rinvio alla reincarnazione è il connettivo utilizzato nel capolavoro di Mishima Yukio, Il mare della fertilità, in cui il protagonista Honda Shigekuni insegue per tutta la vita (e per tutta la tetralogia) le reincarnazioni di Matsugae Kiyoaki, con le sue 3 voglie sul fianco. Lo stesso Mishima, che terminò la tetralogia il giorno stesso del suo suicidio, lascia aperto il dubbio se la reincarnazione sia realtà o illusione. [Che Mishima si sia suicidato ritualmente (seppuku) il giorno del mio diciottesimo compleanno è soltanto una coincidenza e io non ho nessuna “voglia”.]

Ma più che Calvino e Mishima, a me Cloud Atlas ha fatto pensare a Chapter 24, una canzone di Syd Barrett (a sua volta ispirata agli I-Ching, direi) che compare sul primo album dei Pink Floyd, The Piper at the Gates of Dawn.

All movement is accomplished in six stages,
and the seventh brings return.
The seven is the number of the young light.
It forms when darkness is increased by one.
Change return success.
Going and coming without error.
Action brings good fortune…
Sunset.

The time is with the month of winter solstice,
when the change is due to come.
Thunder in the Earth, the course of Heaven.
Things cannot be destroyed once and for all.
Change return success.
Going and coming without error.
Action brings good fortune…
Sunset.
Sunrise.

All movement is accomplished in six stages,
and the seventh brings return.
The seven is the number of the young light.
It forms when darkness is increased by one.
Change return success.
Going and coming without error.
Action brings good fortune…
Sunset.
Sunrise.

Se volete leggere altre recensioni oltre alla mia, vi rimando alla pagine dedicata al romanzo da the complete review , che trovate qui. Ho anche preparato una pagina di recensioni su Storify.

* * *

Fine della recensione. Di seguito le mie annotazioni, che non siete obbligati a leggere. Riferimenti numerici all’edizione Kindle.

That love loves fidelity, she riposted, is a myth woven by men from their insecurities. [1182]

[…] pretty frightful at 1st sight, still worse at the 2nd. [1410]

Several dead bottles of Trappist beer later, I asked Elgar about the Pomp & Circumstance Marches. ‘Oh, I needed the money, dear boy. But don’t tell anyone. The King might want my baronetcy back.’ Ayrs went into laughter-spasms at this! ‘I always say, Ted, to get the crowd to cry Hosanna, you must first ride into town on an ass. Backwards, ideally, whilst telling the masses the tall stories they want to hear.’ [1415]

I’ve never loved anyone except myself and have no intention of starting now […] [1453]

Anything is true if enough people believe it is. [1668]

[…] every scientific term you use represents two thousand readers putting down the magazine […] [1691]

[…] every conscience has an off-switch hidden somewhere. [1734]

“‘Power.” What do we mean? “The ability to determine another man’s luck.” [2232]

Yet how is it some men attain mastery over others while the vast majority live and die as minions, as livestock? The answer is a holy trinity. First: God-given gifts of charisma. Second: the discipline to nurture these gifts to maturity, for though humanity’s topsoil is fertile with talent, only one seed in ten thousand will ever flower – for want of discipline.’ Grimaldi glimpses Fay Li steer the troublesome Luisa Rey to a circle where Spiro Agnew holds court. The reporter is prettier in the flesh than her photograph: So that’s how she noosed Sixsmith. He catches Bill Smoke’s eye. ‘Third: the will to power. This is the enigma at the core of the various destinies of men. What drives some to accrue power where the majority of their compatriots lose, mishandle, or eschew power? Is it addiction? Wealth? Survival? Natural selection? I propose these are all pretexts and results, not the root cause. The only answer can be, “There is no ‘Why’. This is our nature.” “Who” and “What” run deeper than “Why.” [2236]

‘A piece of advice, Richter, on how to succeed in the security business. Would you like to hear this piece of advice, son?’
‘I would, sir.’
‘The dumbest dog can sit and watch. What takes brains is knowing when to look away. […]’ [2467]

Normandy: Cornwall with something to eat. [2899]

“‘Unlimited power in the hands of limited people always leads to cruelty.”’ [3117: è una citazione di Solženicyn]

If that sounds unlikely, Hae-Joo said, I should remember that many major events in the history of science were the results of similar serendipitous accidents. [3951]

‘What if the differences between social strata stem not from genomics or inherent xcellence or even dollars, but differences in knowledge?’
The professor asked, would this not mean that the whole Pyramid is built on shifting sands? [3981]

Prejudice is permafrost. [3994]

All revolutions are the sheerest fantasy until they happen; then they become historical inevitabilities. [6005]

Every nowhere is somewhere. [6065]

My fifth Declaration proposes how the law was subverted. It is a cycle as old as tribalism. In the beginning there is ignorance. Ignorance engenders fear. Fear engenders hatred, and hatred engenders violence. Violence breeds further violence until the only law is whatever is willed by the most powerful. What is willed by the Juche is the creation, subjugation and tidy xtermination of a vast tribe of duped slaves. [6337]

How lazily ‘xperts’ dismiss what they don’t understand! [6374]

Seneca’s warning to Nero: No matter how many of us you kill, you will never kill your successor. [6419]

Amateurs talk strategy, professionals talk logistics. [6555]

‘We – by whom I mean anyone over sixty – commit two offences just by existing. One is Lack of Velocity. We drive too slowly, walk too slowly, talk too slowly. The world will do business with dictators, perverts and drug barons of all stripes, but being slowed down, it cannot abide. Our second offence is being Everyman’s memento mori. [6564]

‘The most singular difference between happiness and joy is that happiness is a solid, and joy a liquid’ [6601: è una citazione di J. D. Salinger]

It’s true, reading too many novels makes you go blind. [6610]

(Know thine Enemy trumps Know thyself.) [6687]

[…] Chelsea Hotel in Washington Square […] [6732: curioso errore, non so se di Mitchell o di Timbo Cavendish. C’è un altro errore alla posizione 8343, quando Frobisher attribuisce a Franz Schubert un incidente alla mano intervenuto suonando, che è invece accaduto a Robert Schumann]

[…] from insider to liability. [7381]

Eva. Because her name is a synonym for temptation: what treads nearer to the core of man? Because her soul swims in her eyes. Because I dream of creeping through the velvet folds to her room, where I let myself in, hum her a tune so – so – so softly, she stands with her naked feet on mine, her ear to my heart and we waltz like string-puppets. After that kiss, she says, ‘Vous embrassez comme un poisson rouge!’ and in moonlit mirrors we fall in love with our youth and beauty. Because all my life, sophisticated, idiotic women have taken it upon themselves to understand me, to cure me, but Eva knows I’m terra incognita, and explores me unhurriedly, like you did. Because she’s lean as a boy. Because her scent is almonds, meadow-grass. Because if I smile at her ambition to be an Egyptologist she kicks my shin under the table. Because she makes me think about something other than myself. Because even when serious she shines. Because she prefers travelogues to Sir Walter Scott, prefers Billy Mayerl to Mozart and couldn’t tell C-major from a sergeant-major. Because I, only I, see her smile a fraction before it reaches her face. Because Emperor Robert is not a good man – his best part is commandeered by his unperformed music – but she gives me that rarest smile, anyway. Because we listened to nightjars. Because her laughter spurts through a blow-hole in the top of her head and sprays all over the morning. Because a man like me has no business with this substance ‘beauty’, yet here she is, in these soundproofed chambers of my heart. [8130-8140]

Reputation is everything. [8168]

Reputation is king of the public sphere, not private. [8181]

Not quite déjà vu, more jamais vu. [8205]

To wit: history admits no rules; only outcomes.
What precipitates outcomes? Vicious acts & virtuous acts.
What precipitates acts? Belief. [9023]

Yet what is any ocean but a multitude of drops? [9046: le parole conclusive, e la chiave, di tutto il romanzo]

Loriano Macchiavelli – Strage

Macchiavelli , Loriano (1990). Strage. Torino: Einaudi. 2010. ISBN 9788858402535. Pagine 594. 6,99 €

Strage

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Libro consigliato da un amico, lettore raffinato e intensivo, in genere affidabile. Quindi, l’ho immediatamente comprato e mi sono messo a leggere la sera stessa, interrompendo tutte le altre letture. D’altra parte, lo afferma anche il distico in rima baciata:

Amico fidato,
Romanzo acquistato.

Invece, l’ho trovato una delusione. Provo ad abbozzare un minimo d’analisi critica, anche per fare chiarezza a me stesso.

Il primo punto, per me, è che trovo la scrittura di Macchiavelli troppo piatta, convenzionale, di genere. Sembra a volte di leggere un Giallo Mondadori o un Segretissimo: anche per le scene di sesso e violenza. Capisco che ammettendolo mi sono rivelato da solo per l’esteta che sono, esponendomi alle critiche di chi mi dice (l’hanno detto l’amico fidato di cui sopra e un’amica che ho incontrato a cena) che questo è un libro di fantapolitica sulla strage di Bologna e quindi va letto cercandoci qualche spunto di avvicinamento alla verità “politica” o “politico-culturale” di quella strage, e non le belle lettere. Non sono per nulla d’accordo. Se era quello l’intento del libro, allora Macchiavelli averebbe dovuto scrivere un saggio (avendone le capacità e il respiro). Un romanzo, secondo me, deve avere anche una ragion d’essere artistica. Esempi ce ne sono: in questo blog ho citato più d’una volta Nelle mani giuste di Giancarlo De Cataldo.

Secondo punto: ma qual è poi la tesi di Macchiavelli? Che i mandanti della strage erano mafia+eversione di destra+banda della Magliana+massoneria+Andreotti? Che le cause prossime (e le responsabilità penali) sono difficili da sbrogliare? Che Dalla Chiesa era un santo peccatore? Mah, si può dire di tutti gli episodi dal 1969 in avanti (almeno per quello che ne so e ne ricordo io). Anzi, non è che la valigia esplosiva della strage di Bologna era la terza bomba di piazza Fontana di cui s’erano perse le tracce?

A riprova del fatto che il romanzo mi ha lasciato freddo, non ho sentito la necessità di appuntarmi nemmeno una frase.

Paolo Sorrentino – Hanno tutti ragione + Tony Pagoda e i suoi amici

Sorrentino, Paolo (2010). Hanno tutti ragione. Milano: Feltrinelli. 2010. ISBN 9788807018091. Pagine 319. 18,00 €

Hanno tutti ragione

lafeltrinelli.it

Sorrentino, Paolo (2012). Tony Pagoda e i suoi amici. Milano: Feltrinelli. 2012. ISBN 9788807018879. Pagine 159. 9,99 €

Tony Pagoda e i suoi amici

amazon.com

Di Paolo Sorrentino, prima del 21 marzo 2010, sapevo soltanto che era un regista apprezzato e sulla strada di diventare famoso. Avevo visto, per la verità, un solo suo film, che però mi era piaciuto molto, soprattutto per la l’interpretazione quasi perfetta di Toni Servillo: Le conseguenze dell’amore del 2004. Non avevo visto i film successivi (L’amico di famiglia del 2006 e Il Divo del 2008), ma soprattutto non avevo visto il primo lungometraggio, L’uomo in più del 2001 (spiegherò tra un minuto perché è importante).

Poi ho visto la puntata del 21 marzo 2010 di Che tempo che fa, dove Paolo Sorrentino faceva pubblicità al suo primo romanzo. Al di là delle iperboli a profusione del solito Fabio Fazio, per il quale nulla è mai meno che straordinario, sono rimasto colpito dall’ironia sottilmente napoletana di questo Paolo Sorrentino, un quarantenne che dimostra più anni di quelli anagrafici, soprattutto per due guance da trombettista in disarmo.

Qui sotto vi faccio vedere un piccolo stralcio dell’intervista, ma se volete (ri)vederla tutta la trovate qui.

Tony Pagoda, il protagonista del romanzo, è un cantante melodico napoletano che si è ritirato dalle scene, vivendo per 18 anni nella giungla amazzonica, dopo un successo strepitoso che lo aveva portato a cantare davanti a Frank Sinatra al Met, ma anche dopo che la vita gli era crollata addosso. Il personaggio, con il nome di Tony Pisapia, era nato nel film L’uomo in più, dove era interpretato da Toni Servillo.

La vicenda, però, è ben poco importante. In realtà, l’interesse del libro è nel linguaggio e nello stile aforistico ed epigrammatico di Tony, che parla come un oracolo. Molta napoletanità, ma napoletanità moderna e non folcloristica.

Alla lunga, almeno a me. la cosa un po’ stanca. È innegabile, però, che la voce di Sorrentino (o di Pagoda) sia una voce fresca e originale nel panorama delle patrie lettere.

Tony Pagoda e i suoi amici non è un romanzo, ma una raccolta di articoli/racconti già comparsi su periodici. Alcuni sono molto belli, ma non tutti sono allo stesso livello. Né sono al livello di Hanno tutti ragione.

* * *

Difficile scegliere citazioni da libri che, come ho detto, procedono per aforismi. Mi accorgo ora che di Hanno tutti ragione, che ho letto oltre 2 anni fa e nell’edizione cartacea, non mi ero appuntato nessun passo. Qualche sprazzo, invece, da Tony Pagoda e i suoi amici (il riferimento è come di consueto alle posizioni sul Kindle):

Lasciala perdere. Ti fa accumulare la merda nella testa con una tale lentezza che il giorno che capisci che vuoi divorziare avrai compiuto novantasei anni. [52]

Perché quando ti butti in vetrina finisci sempre a gennaio col cartello dei saldi bene in vista. E con i saldi è sempre la stessa storia. Finisci per pensare che era roba che valeva poco anche quando la vendevano a prezzo pieno. [192]

Ma il pubblico non glielo ha mai chiesto veramente, è una sua supposizione. Non può essere altrimenti, perché il pubblico non chiede mai niente. Il pubblico, cioè la gente, ci ha un sacco di cazzi propri a cui pensare e non ha proprio il tempo di mettersi a chiedere a quelli che vanno in televisione cosa devono fare. [213]

Ma pare che sia la modernità. Si cattura a brandelli. Di fretta. Un pezzo di film, la strofa di una canzoncina, poche righe di un articolo, niente per intero, le frasi tutte sconnesse, incomplete, tutti pronti a ciò che viene dopo, nella speranza che quel dopo sia più rilevante, invece è rilevante solo ciò che viene dopo ancora e così via, fino a essere depositati lentamente dentro una bara. [362]

Uno fa finta che il mondo era meglio prima, ma non è vero, è un alibi, eri tu che eri meglio prima. [1030]

Si diceva che Roma è morta. Questo è il motivo per cui, stringi stringi, è il posto migliore del mondo in cui vivere. Per sentirsi vivi, non bisogna forse ossessivamente relazionarsi alla morte? [1210]

Le decisioni rapide sono peculiarità dell’anziano moderno per ovvie ragioni: lo stringato tempo rimanente di vita. [1327]

La zoppicante scalata del costrutto, prima. [1783: degna di Hegel]

Abbiamo teso centinaia di agguati, tutti architettati dentro una comicità da dilettanti. Nient’altro, poiché professionismo e narcisismo coincidono. Sono degenerazioni dell’animo umano. Aberrazioni per chi ha riflettuto. Non noi. [1869: «professionismo e narcisismo coincidono», considerazione profondissima]

Vogliamo migliorare il mondo, creare più equità, si anela a che tutti stiano bene e non muoiano di fame negli angoli della sconcezza. Va bene. Ma perché? Perché una volta che hanno mangiato, tutti possano avere la possibilità di ridere. Il comunismo è una grossa risata collettiva. Tutti insieme. [1886]

Una volta chiese a Totò: “Come si trova a lavorare con Pasolini?” e Totò rispose: “Noi attori siamo come i tassisti. Andiamo dove vuole il cliente”. [2033]

Ma persino Sorrentino mi cade su un epocale… [2010]

Giancarlo De Cataldo – Io sono il Libanese

De Cataldo, Giancarlo (2012). Io sono il Libanese. Torino: Einaudi. 2012. ISBN 9788858406335. Pagine 131. 6,99 €

Io sono il Libanese

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Sono un lettore appassionato di Giancarlo De Cataldo. Mi era molto piaciuto, alla sua uscita, Romanzo criminale (nessuna recensione, perché questo blog non era nato). Ancora di più mi è piaciuto Nelle mani giuste., che ne era in più d’un senso il seguito; mi era sembrato potente e coraggioso (affiorava il tema della trattativa tra Stato e mafia, ed è un romanzo pubblicato 5 anni fa). Purtroppo quella resta, secondo me, la sua prova migliore. La forma della paura mi era sembrato un romanzo minore, dettato da esigenze dell’industria culturale (non so se nel frattempo ne abbiano tratto il film di cui il libro, più che un romanzo, sembrava la sceneggiatura). I traditori vedeva il ritorno di Giancarlo De Cataldo alle grandi ambizioni, ma non ai grandi risultati artistici. [Ho letto anche In giustizia – che non è un romanzo ma una riflessione sulla professione del giudice – in una versione e-book non Kindle, e il risultato è che non riesco più a trovarne traccia e, poiché non l’ho recensito subito, ne ho perso anche il ricordo: il che non mi sembra il sintomo che si tratti di una riflessione indimenticabile…]

Insomma, dovrei dire piuttosto: sono un lettore seriale e compulsivo, ma non corrisposto, di Giancarlo De Cataldo.

Io sono il Libanese è – lo si capisce già dal titolo – un prequel (una volta si diceva antefatto, ma suonava meno à la page) di Romanzo criminale. Già questo dovrebbe insospettire (e io mi sono insospettito, ma la compulsione ha prevalso). Il libanese è ancora un pischello, la vicenda si svolge tra la fine del 1976 e l’inizio del 1977, ci sono le femministe e le gonne a fiori, e anche i collettivi, ma il Settantasette cupo ed esaltante è del tutto al di fuori dal romanzo e dalle corde di De Cataldo.

In realtà quello che mi viene da scrivere – con un pizzico di perfidia, ma molta verità – è che questo libro è un musicarello in prosa. E poiché la canzone in questione è una delle preferite di DM, eccola qui, nella versione del 1971:

E quella del quarantennale:

Potrei anche finirla qui, se non mi fosse rimasto un dubbio, di quelli che non gliene importa niente a nessuno, ma io mi ci arrovello (d’altro canto, diceva Albert Einstein: «I have no special talent. I am only passionately curious.»).

Scrive De Cataldo:

Sulle tegole spioventi, a mezzo metro sotto di lui, una gabbiana vigilava gli incerti passi del suo pulcino. Bianco spettro contro l’orizzonte, comparve il maschio, starnazzando minaccioso. [1656]

La domanda che mi turba il sonno: Ma all’inizio del 1977, a Roma, c’era già stata l’invasione di gabbiani reali (Larus cachinnans) che sperimentiamo ora?

Larus cachinnans

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David Byrne – Bicycle Diaries

Byrne, David (2009). Bicycle Diaries. London: Penguin. 2010. ISBN 9781101347942. Pagine 328. 18,71 $

Bicycle Diaries

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Darei per scontato che tutti, o almeno tutti i miei lettori, sappiano chi è David Byrne. Chi non lo sapesse vada a leggere la biografia di questo mio coetaneo scozzese trapiantato a New York su Wikipedia. E poi provi a immaginare il piacevole shock che provammo noi, 35 anni fa, quando sentimmo questo brano:

David Byrne è ancora un ottimo musicista, anche se i Talking Heads non esistono più da tempo. Qualche anno fa, il 20 luglio 2009, è venuto alla cavea dell’Auditorium di Roma a presentare lo spettacolo Songs of David Byrne e Brian Eno (superfluo dire che io c’ero). Dato che David Byrne consente l’uso di macchine fotografiche e telecamere durante i suoi concerti, c’è una bella documentazione di quella tournée italiana su YouTube:

Questo libro documenta un’altra attività di David Byrne, quella di ciclista, a Manhattan e nelle città in cui va per lavoro o diletto (portando con sé una bicicletta pieghevole). E poiché la bicicletta è un mezzo che consente di guardare, vedere e pensare a proprio agio, e poiché ha studiato (un po’) architettura, il libro – senza essere impegnativo – è interessante.

* * *

Anche perché il libro l’ho letto un paio d’anni fa, anche se lo recensisco soltanto ora, e perché non è strutturato se non sulla base delle città descritte e percorse in bici, la cosa più onesta che posso fare mi sembra quella di inanellare le citazioni che mi ero appuntato durante la lettura.

Non inalberatevi subito e andate avanti a leggere: alcune delle riflessioni di David Byrne, ve l’assicuro, sono veramente profonde e stimolanti. Il riferimento è come di consueto alle posizioni sul Kindle:

“He Got What He Wanted but Lost What He Had” [273: è una citazione di Little Richard]

They are beautifully spartan and purely functional—in their austerity they are in perfect keeping with nineteenth-century architect Louis Sullivan’s dictum “form follows function.” He claimed, “It is the pervading law of all things organic and inorganic, of all things physical and metaphysical.” The implication was that this was not just a style or aesthetic guideline. This was a moral code. This was how God, the supreme architect, works. [385]

The two biggest self-deceptions of all are that life has a “meaning” and that each of us is unique. [930]

In the morning I decide to bike out to Tierra Santa (the Holy Land) in hopes of some photo opportunities. It’s a theme park located close to the river out past the domestic airport that advertises “a day in Jerusalem in Buenos Aires.” I find that it is closed today, but from outside the gate I can see “Calvary” with its three crosses poking out of the top of an artificial desert hill. [1250]

It’s often said that proximity doesn’t matter so much now—that we have virtual offices and online communities and social networks, so it doesn’t matter where we are physically. But I’m skeptical. I think online communities tend to group like with like, which is fine and perfect for some tasks, but sometimes inspiration comes from accidental meetings and encounters with people outside one’s own demographic, and that’s less likely if you only communicate with your “friends.” [1608]

One wonders if the things that people do to relax—after work and after-hours—is a mirror of their inner state, and therefore a way to see unspoken hopes, fears, and desires. Views and expressions kept bottled up in public, in the daytime, and kept hidden in typical political discourse. Nightlife might be a truer and deeper view into specific historical and political moments than the usual maneuverings of politicians and oligarchs that make it into the record. Or at least they might be a parallel world, another side of the coin. [1632]

The palace in the end became a miasma of schemes, intrigues, paranoia, and backstabbing. [1879: a proposito del palazzo di Marcos a Manila]

Impermanence is an accepted part of life in the tropics. There’s a permanence embodied in the continuity of patterns and relationships, but not in physical buildings or things. [2027]

Any kind of taxonomy might be as good or valid as any other, though we might not know for sure until some time in the future when a scientific paper “discovers” that hexagonal or bulbous shapes, or similar colors or textures are functions that in some way determine content, in the way that the form of a DNA molecule defines and is its function. Form doesn’t follow function in that case—form is function. I wonder to myself if genetics might be on the verge of some such wider revelation, beyond our understanding of DNA, based on molecular structures that are common across life-forms and species. Temple Grandin, in her book Animals in Translation, proposes that all animals with a white patch of fur on their bodies are less likely to be shy than their cousins. On the surface such an idea might seem completely irrational. As if my hair color could be an indication or even a determinant of my personality. But if such ideas can be proven then we’re not that far from pointy things and bulbous things as legitimate classifications. [2411]

I suspect that to imagine, and thus to create, one has to envision something that doesn’t exist yet. Fictionalizing is thus very close to lying—it’s imagining the existence of something that isn’t literally true, and writing or speaking about it as if it is real. Most fiction aims to tell us a story in a way that leads us to believe it is happening or has happened. The motivations behind storytelling and lying are different, but the creative process behind them is the same. [2828]

The city is a 3-D manifestation of the social, and personal—and I’m suggesting that, in turn, a city, its physical being, reinforces those ethics and re-creates them in successive generations and in those who have immigrated to the city. Cities self-perpetuate the mind-set that made them. [3064]

Here are more of Peñalosa’s thoughts, from a piece he wrote called “The Politics of Happiness”:

One common measure of how clean a mountain stream is is to look for trout. If you find the trout, the habitat is healthy. It’s the same way with children in a city. Children are a kind of indicator species. If we can build a successful city for children, we will have a successful city for all people…
All this pedestrian infrastructure shows respect for human dignity. We’re telling people, “You are important—not because you’re rich or because you have a Ph.D., but because you are human.” If people are treated as special, as sacred even, they behave that way. This creates a different kind of society. [3534]

* * *

Qualche altra recensione (in inglese) la trovate a partire dalla pagina del sito di David Byrne dedicata al libro.

Italo Calvino – Perché leggere i classici

Calvino, Italo (1991). Perché leggere i classici. Milano: Mondadori. 2010. ISBN 9788852015915. Pagine 332. 2,99 €

Perché leggere i classici

bookrepublic.it

Ho letto questa raccolta postuma di saggi di Italo Calvino (o meglio, l’ho “riletta”, perché i classici si rileggono sempre, non si leggono mai una prima volta) perché Maria Popova ne ha parlato lo scorso 6 luglio 2012 in un post intitolato Italo Calvino’s 14 Definitions of What Makes a Classic.

Il testo che dà il titolo alla raccolta (che fu pubblicata dopo la morte dell’autore dalla moglie) merita da solo la piccola spesa (l’ebook costa meno di 3 euro, ma anche l’edizione Oscar in brossura costa 9,50 e amazon.it la offre a 8,62).

Ricordavo di avere letto questo testo di Calvino, anche se penso di poter escludere di averlo fatto in occasione della sua pubblicazione originaria (sotto il titolo «Italiani, vi esorto ai classici» su L’Espresso del 28 giugno 1981), dal momento che all’epoca non acquistavo né ero un lettore assiduo del pur glorioso settimanale.

Seguirò l’esempio di Maria Popova e metterò soltanto le 14 regole proposte da Calvino, ma vi dico subito che i commenti e le notazioni che seguono ciascuno dei punti sono assolutamente da leggere. Conto di farvi venire voglia di correre a leggere.

  1. I classici sono quei libri di cui si sente dire di solito: «Sto rileggendo…» e mai «Sto leggendo…»
  2. Si dicono classici quei libri che costituiscono una ricchezza per chi li ha letti e amati; ma costituiscono una ricchezza non minore per chi si riserba la fortuna di leggerli per la prima volta nelle condizioni migliori per gustarli.
  3. I classici sono libri che esercitano un’influenza particolare sia quando s’impongono come indimenticabili, sia quando si nascondono nelle pieghe della memoria mimetizzandosi da inconscio collettivo o individuale.
  4. D’un classico ogni rilettura è una lettura di scoperta come la prima.
  5. D’un classico ogni prima lettura è in realtà una rilettura.
  6. Un classico è un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire.
  7. I classici sono quei libri che ci arrivano portando su di sé la traccia delle letture che hanno preceduto la nostra e dietro di sé la traccia che hanno lasciato nella cultura o nelle culture che hanno attraversato (o più semplicemente nel linguaggio o nel costume).
  8. Un classico è un’opera che provoca incessantemente un pulviscolo di discorsi critici su di sé, ma continuamente se li scrolla di dosso.
  9. I classici sono libri che quanto più si crede di conoscerli per sentito dire, tanto più quando si leggono davvero si trovano nuovi, inaspettati, inediti.
  10. Chiamasi classico un libro che si configura come equivalente dell’universo, al pari degli antichi talismani.
  11. Il «tuo» classico è quello che non può esserti indifferente e che ti serve per definire te stesso in rapporto e magari in contrasto con lui.
  12. Un classico è un libro che viene prima di altri classici; ma chi ha letto prima gli altri e poi legge quello, riconosce subito il suo posto nella genealogia.
  13. È classico ciò che tende a relegare l’attualità al rango di rumore di fondo, ma nello stesso tempo di questo rumore di fondo non può fare a meno.
  14. È classico ciò che persiste come rumore di fondo anche là dove l’attualità incompatibile fa da padrona. [625-715]

Mi rendo conto, nel riportare questi 14 punti, che ho ceduto anch’io all’insopportabile (perché inflazionata, o meglio inFazionata) mania degli elenchi. Pazienza. Vi risparmio però la lista dei miei dieci classici preferiti.

* * *

Il resto del volume è una raccolta di saggi, articoli occasionali, prefazioni a volumi tenuti insieme da un riferimento non proprio stringente ai “classici”. Certamente, vi si trovano rispecchiate molte preferenze di Calvino. Ma, come spesso accade in questi casi, non tutte le cose sono dello stesso livello, né dello stesso interesse.

Con le sue curiosità e le sue divagazioni, Italo Calvino sarebbe stato un blogger eccelso. Anche soltanto per questo varrebbe comunque la pena di leggere il libro e io, da parte mia, vi metto di seguito un florilegio di citazioni. Il riferimento è come di consueto alle posizioni sul Kindle:

«Dati biografici: io sono ancora di quelli che credono, con Croce, che di un autore contano solo le opere. (Quando contano, naturalmente.) Perciò dati biografici non ne do, o li do falsi, o comunque cerco sempre di cambiarli da una volta all’altra. Mi chieda pure quel che vuol sapere, e Glielo dirò. Ma non Le dirò mai la verità, di questo può star sicura» [lettera a Germana Pescio Bottino, 9 giugno 1964] [48]

«Credo giusto avere una coscienza estremista della gravità della situazione, e che proprio questa gravità richieda spirito analitico, senso della realtà, responsabilità delle conseguenze di ogni azione parola pensiero, doti insomma non estremiste per definizione» [430: Risposta a un’inchiesta di Nuovi argomenti sull’estremismo, nel 1973]

[Sempre nel 1973] Viene ultimata la costruzione della casa nella pineta di Roccamare, presso Castiglione della Pescaia, dove Calvino trascorrerà d’ora in poi tutte le estati. Fra gli amici più assidui Carlo Fruttero e Pietro Citati. [432: chi sa chi si nasconde sotto il mio pseudonimo sa anche perché riporto questo dato biografico di Calvino]

Nell’inconscio collettivo, il principe travestito da povero è la prova che ogni povero è in realtà un principe che ha subìto un’usurpazione e che deve riconquistare il suo regno. [794: parlando dell’Odissea]

In Senofonte è già ben delineata con tutti i suoi limiti l’etica moderna della perfetta efficienza tecnica, dell’essere «all’altezza della situazione», del «far bene le cose che si fanno» indipendentemente dalla valutazione della propria azione in termini di morale universale. Continuo a chiamare moderna questa etica perché lo era quando ero giovane io, ed era questo il senso che si ricavava da tanti film americani, e anche dai romanzi di Hemingway, e io oscillavo tra l’adesione a questa morale tutta «tecnica» e «pragmatica» e la coscienza del vuoto che si apriva sotto. [920]

D’un solo aspetto della vita umana Plinio non si sente d’indicare primati o di tentare misurazioni e confronti: la felicità. Chi sia e chi non sia felice è indecidibile, in quanto dipende da criteri soggettivi e opinabili. («Felicitas cui praecipua fuerit homini, non est humani iudicii, cum prosperitatem ipsam alius alio modo et suopte ingenio quisque determinet», VII, 130). [1217]

Il falcon che sul nido i vanni inchina,
porta Raimondo, il conte di Devonia.
Il giallo e negro ha quel di Vigorina;
il can quel d’Erbia; un orso quel d’Osonia.
La croce che là vedi cristallina,
è del ricco prelato di Battonia.
Vedi nel bigio una spezzata sedia:
è del duca Ariman di Sormosedia.
[1637: è un’ottava dell’Orlando furioso sull’araldica in cui l’Ariosto traduce buffamente la toponomastica inglese. Meraviglioso «il ricco prelato di Battonia»: pare di vederlo, pallido e grassoccio come il mago Otelma]

«Vedevo immagini aeree che sembravano composte di minutissimi anelli come di una maglia di ferro (“lorica”) sebbene io non ne avessi allora mai viste, e che sorgevano dall’angolo destro ai piedi del letto, salivano lentamente tracciando un semicerchio e scendevano all’angolo sinistro dove sparivano […]» [1742: è una citazione da Gerolamo Cardano e fa pensare alla descrizione di un’aura che precede l’attacco di emicrania]

Di Cardano, Calvino cita anche la passione (anche scientifica) per il gioco d’azzardo, che fu per una parte della sua vita, un modo di sbarcare il lunario:
[…] la passione dominante per il gioco (dadi, carte, scacchi) […] [1763]
[…] un trattato sui giochi d’azzardo (De ludo aleae). Quest’ultima opera ha un’importanza anche come primo testo di teoria della probabilità: così viene studiato in un libro americano che, capitoli tecnici a parte, è molto ricco di notizie e godibile, e mi pare l’ultimo studio apparso su di lui a tutt’oggi (Oystein Ore, Cardano the gambling scholar, Princeton 1953). [1773]

La Luna ospita tra l’altro il Paradiso impropriamente detto terrestre, e Cyrano casca proprio sull’Albero della Vita impiastricciandosi la faccia con una delle famose mele. Quanto al serpente, dopo il peccato originale Dio lo relegò nel corpo dell’uomo: è l’intestino, serpente avvoltolato su se stesso, animale insaziabile che domina l’uomo e lo obbliga ai suoi voleri e lo strazia coi suoi denti invisibili.
Questa spiegazione è data dal profeta Elia a Cyrano che non sa trattenersi da una salace variazione sul tema: il serpente è anche quello che spunta dal ventre dell’uomo e si tende verso la donna per schizzarle il suo veleno, provocando un gonfiore che dura nove mesi. Ma Elia questi scherzi di Cyrano non li gradisce affatto, e a una impertinenza più grossa delle altre lo caccia dall’Eden. Il che dimostra che in questo libro tutto scherzoso, ci sono scherzi che vanno presi come verità e altri detti solo per scherzo, anche se non è facile distinguerli. [1931]

Questo saggio spirito spiega perché i Lunari non solo s’astengano dal mangiare carne, ma anche per gli ortaggi usino particolari riguardi: mangiano solo cavoli morti di morte naturale, perché decapitare un cavolo è per loro un assassinio. Nulla ci dice infatti che gli uomini, dopo il peccato d’Adamo, siano più cari a Dio dei cavoli, né che questi ultimi siano più dotati di sensibilità e di bellezza e fatti più a immagine e somiglianza di Dio. «Se dunque la nostra anima non è più il suo ritratto, non gli somigliamo di più per le mani, i piedi, la bocca, la fronte, le orecchie che il cavolo per le foglie, i fiori, il gambo, il torsolo e il cappuccio». E quanto all’intelligenza, pur ammettendo che i cavoli non abbiano un’anima immortale, forse partecipano d’un intelletto universale, e se delle loro conoscenze occulte non ci è mai trapelato nulla è forse solo perché noi non siamo all’altezza di ricevere i messaggi che ci mandano. [1941: sempre su Cyrano, che ci spiega che i seleniti sono vegani ante litteram]

«l’anima si sazia di tutto quello che è uniforme, anche della felicità perfetta» [2334: è una citazione di Stendhal]

Proprio perché l’esistenza è dominata dall’entropia, dalla dissoluzione in istanti e in impulsi come corpuscoli senza nesso né forma, egli vuole che l’individuo si realizzi secondo un principio di conservazione dell’energia, o meglio di riproduzione continua di cariche energetiche. Imperativo tanto più rigoroso quanto più egli è vicino a comprendere che l’entropia sarà comunque alla fine la trionfatrice, e dell’universo con tutte le sue galassie non resterà che un vorticare d’atomi nel vuoto. [2520: ancora su Stendhal]

Non è mai né comico né tragico, è curioso. [2755: Calvino cita Pavese che parla di Balzac]

«Quale onore, – disse la madre offrendo da baciare una guancia sensibile e affettuosa quanto la parte convessa d’un cucchiaio» [2849: è una citazione da Il nostro comune amico di Dickens]

Capire come Tolstoj costruisce la sua narrazione non è facile. Quel che tanti narratori tengono allo scoperto – schemi simmetrici, travi portanti, contrappesi, cerniere rotanti –, in lui resta nascosto. Nascosto non vuol dire che non ci sia: l’impressione che Tolstoj dà di portare pari pari sulla pagina scritta «la vita» (questa misteriosa entità per definire la quale siamo obbligati a partire dalla pagina scritta) non è che un risultato d’arte, cioè d’un artificio più sapiente e complesso di tanti altri. [2906: a completamento della metafora di Gauss e Renzo Piano]

I racconti che hanno per tema il denaro sono ben indicativi di questa duplice tendenza: rappresentazione d’un mondo che non ha altra immaginazione che economica, in cui il dollaro è l’unico deus ex machina operante, e insieme dimostrazione che il denaro è qualcosa di astratto, cifra d’un calcolo che esiste solo sulla carta, misura d’un valore in sé inafferrabile, convenzione linguistica che non rimanda ad alcuna realtà sensibile. In The Man That Corrupted Hadleyburg (1899), il miraggio d’un sacco di monete d’oro scatena la degradazione morale d’un’austera città di provincia; in The $ 30,000 Bequest (1904) un’eredità fantomatica viene spesa nell’immaginazione; in The £ 1,000,000 Bank-Note (1893), una banconota di taglio troppo grosso attira la ricchezza senza bisogno d’essere investita e neppure cambiata. Nella narrativa dell’Ottocento il denaro aveva avuto un posto importante: forza motrice della storia in Balzac, pietra di paragone dei sentimenti in Dickens; in Mark Twain il denaro è gioco di specchi, vertigine del vuoto. [2996: un utile complemento/collegamento a The End of Money di David Wolman]

Contro alle più diffuse analisi negative dello stalinismo, che partono pressappoco tutte da posizioni trozkiste o bukariniane, cioè parlano di degenerazione del sistema, Pasternak parte dal mondo mistico-umanitario della cultura russa pre-rivoluzionaria, per giungere a una condanna non solo del marxismo e della violenza rivoluzionaria, ma della politica come principale banco di prova dei valori dell’umanità contemporanea. [3424: la la recensione del Dottor Zivago, che pure ha delle intuizioni molto profonde, mi pare troppo condizionata dalla prudenza dovuta all’appartenenza comunista del Calvino dell’epoca]

Il romanzo di Roma, scritto da un non romano. Gadda infatti era milanese e s’identificava profondamente con la borghesia della sua città natale, i cui valori (concretezza pratica, efficienza tecnica, principî morali) sentiva travolti dal prevalere d’un’altra Italia, arruffona e chiassosa e senza scrupoli. Ma anche se i suoi racconti e il suo romanzo più autobiografico (La cognizione del dolore) hanno le radici nella società e nella parlata dialettale di Milano, il libro che lo mise in contatto col grande pubblico è questo romanzo scritto in gran parte in dialetto romanesco, in cui Roma è vista e compresa con una partecipazione quasi fisiologica anche ai suoi aspetti infernali, da sabba stregonesco. [3657]

[…] la Prima guerra mondiale combattuta e sofferta come ufficiale scrupoloso, con l’indignazione che non era mai venuta meno in lui per il male che può essere provocato dall’improvvisazione, dall’incompetenza, dal velleitarismo. Nel Pasticciaccio, la cui azione è supposta svolgersi nel 1927, agli inizi della dittatura di Mussolini, Gadda non si limita a una facile caricatura del fascismo: analizza capillarmente quali effetti provoca sull’amministrazione quotidiana della giustizia il mancato rispetto della divisione dei tre poteri teorizzata da Montesquieu (e il richiamo all’autore dell’Esprit des lois viene fatto esplicitamente). [3676]

[…] Forse un mattino andando in un’aria di vetro, una delle poesie che ha continuato a ruotare più sovente sul mio giradischi mentale […] [3761]

«… riflettei che ogni cosa, a ognuno, accade precisamente, precisamente ora. Secoli e secoli, e solo nel presente accadono i fatti; innumerevoli uomini nell’aria, sulla terra e sul mare, e tutto ciò che realmente accade, accade a me…» [4257: è una citazione di Borges, Il giardino dei sentieri che si biforcano

«Nel tempo reale, nella storia, ogni volta che un uomo si trova di fronte diverse alternative, opta per una ed elimina e perde le altre; non così nell’ambiguo tempo dell’arte, che assomiglia a quello della speranza e dell’oblio.» [4276: ancora Borges]

«Ma la logica è anche un’arte, e l’assiomatizzazione un gioco. L’ideale che si sono costruiti gli scienziati nel corso di tutto questo inizio di secolo è stato una presentazione della scienza non come conoscenza ma come regola e metodo. Si dànno delle nozioni (indefinibili), degli assiomi e delle istruzioni per l’uso, insomma un sistema di convenzioni. Ma questo non è forse un gioco che non ha nulla di diverso dagli scacchi o dal bridge? Prima di procedere nell’esame di questo aspetto della scienza, ci dobbiamo fermare su questo punto: la scienza è una conoscenza, serve a conoscere? E dato che si tratta (sin questo articolo) di matematica, che cosa si conosce in matematica? Precisamente: niente. E non c’è niente da conoscere. Non conosciamo il punto, il numero, il gruppo, l’insieme, la funzione più di quanto conosciamo l’elettrone, la vita, il comportamento umano. Non conosciamo il mondo delle funzioni e delle equazioni differenziali più di quanto “conosciamo” la Realtà Concreta Terrestre e Quotidiana. Tutto ciò che conosciamo è un metodo accettato (consentito) come vero dalla comunità degli scienziati, metodo che ha anche il vantaggio di connettersi alle tecniche di fabbricazione. Ma questo metodo è anche un gioco, più esattamente quello che si chiama un jeu d’esprit. Perciò l’intera scienza, nella sua forma compiuta, si presenta e come tecnica e come gioco. Cioè né più né meno di come si presenta l’altra attività umana: l’Arte». [4430: è una lunga citazione di Queneau]

I versi essendo 14, si avranno virtualmente 1014 sonetti, ossia centomila miliardi. [4547, ma anche 4309: per due volte, parlando di Cent mille milliards de poèmes di Queneau trovo questo curioso errore, 1014 invece di 1014. Nell’edizione Oscar che sono riuscito a consultare su Google Books a p. 294 è scritto correttamente 1014 ma a p. 277 erroneamente 1014]