Gerald Durrell – La mia famiglia e altri animali

Durrell, Gerald (1956). La mia famiglia e altri animali (trad. A. Motti). Milano: Adelphi. 2012. ISBN 9788845907333. Pagine 352. 10,00 €

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Tra le mie abitudini più inveterate c’è quella (decadente, sibaritica, huysmaniano-dannunziana) di passare una parte consistente della mattina della domenica immerso in una vasca da bagno colma d’acqua calda. Ammetto anche che, da parecchi anni ormai, stiamo parlando di una jacuzzi (non hollywoodiana, ma parva sed apta mihi). Non faccio il bagno per lavarmi, per quello è molto più efficiente (e igienica) la doccia. Lo faccio per rammollirmi: in senso letterale, le unghie dei piedi; in senso figurato, i pensieri (come se ne avessi bisogno).

I pensieri, già, che ogni volta mi corrono irresistibilmente alla versioncina milanese della celebre Magic Moments portata al successo da Perry Como (ne ho già parlato qui; adesso una versione su YouTube c’è, ma non vale nulla e quindi non la riporto qui sotto: se la volete sentire la trovate qui).

In questi ozi non mi accompagnano né tartarughe vive (la scelta, immagino, di Huysmans) né paperelle di plastica gialla, ma le letture. Letture rigorosamente cartacee, perché non mi sembra prudente portarsi il Kindle o l’iPad nella vasca da bagno.

Per alcuni mesi, un capitolo per volta, mi ha accompagnato nelle mie abluzioni festive questo libro, il regalo di una giovane amica e collega , che lasciando il lavoro e la città per seguire la sua vocazione scientifica e accademica a scapito di qualche immediato vantaggio monetario, me l’ha dato aggiungendo, lusingandomi, che trovava il mio senso dell’umorismo vicino a quello di Gerald Durrell.

È un libro giustamente famosissimo e di lungo e duraturo successo: pubblicato originariamente nel 1956, la traduzione italiana di Adelphi è del 1975. La versione nella collana economica Gli Adelphi, del 1990, è giunta alla 24ª edizione.

La fama del libro non è certo usurpata: è una lettura divertente e piacevole, anche se di un umorismo a volte un po’ démodé. Ci sono anche momenti di sincera commozione (anche se Durrell non è uno da far trasparire troppo facilmente i suoi sentimenti), come in questo celebre passo sulla mamma di Kralefsky, che richiama irresistibilmente la Miss Havisham di Great Expectations.

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* * *

Già da qualche settimana studiavo con Kralefsky quando scoprii che non viveva solo. Di tanto in tanto, nel corso della mattinata, lui s’interrompeva tutt’a un tratto nel bel mezzo di una somma o di una filastrocca di capoluoghi di contea e piegava la testa da un lato come se tendesse l’orecchio.
«Scusami un momento» diceva. «Devo andare a vedere mia madre».
A tutta prima questo mi lasciò un po’ perplesso, perché ero convinto che Kralefsky fosse troppo vecchio per avere una madre ancora vivente. Dopo averci almanaccato sopra, arrivai alla conclusione che quello fosse soltanto un modo garbato di dire che desiderava andare al gabinetto, perché mi rendevo conto che non tutti avevano la disinvoltura della mia famiglia quando si toccava quel tasto. Non pensai affatto che, se la mia conclusione era giusta, Kralefsky si appartava molto più spesso di qualunque altra persona di mia conoscenza. Una mattina, a colazione, avevo mangiato nespole a tutto spiano, e cominciai a sentirne gli spiacevoli effetti mentre eravamo nel mezzo d’una lezione di storia. Visto che Kralefsky era tanto schizzinoso sull’argomento dei gabinetti, decisi che dovevo esprimere la mia richiesta in modo educato, e la soluzione migliore mi parve quella di adottare lo strano termine che usava lui. Lo guardai fermamente negli occhi e gli dissi che avrei desiderato fare una visita a sua madre.
«A mia madre?» ripeté lui stupefatto. «Una visita a mia madre? Adesso?».
Non riuscii a capire che cosa ci fosse di tanto strano, sicché mi limitai ad annuire.
«Be’,» disse in tono dubbioso «sono certo che mamma sarà felice di vederti, naturalmente, però sarà meglio che vada a vedere se non le è di disturbo».
Uscì dalla stanza, con un’aria ancora un po’ perplessa, e tornò dopo qualche minuto.
«Mamma sarà felice di vederti,» annunciò «ma dice che devi scusarla se è un po’ in disordine».
Pensai che parlare del gabinetto come se fosse un essere umano significava spingere la buona creanza un po’ troppo in là, ma visto che Kralefsky su quell’argomento era palesemente un tantino eccentrico, sentii che era meglio assecondarlo. Gli dissi che non me ne importava neanche un po’ se sua madre era in disordine, perché anche la nostra lo era molto spesso.
«Ah… ehm… sì, sì, lo immagino» mormorò lui dandomi un’occhiata un po’ allarmata. Mi accompagnò lungo un corridoio, aprì una porta e, con mia enorme sorpresa, mi fece entrare in una vasta camera da letto in penombra. La stanza era una foresta di fiori; vasi, conche e recipienti di coccio erano posati un po’ dappertutto, e da ognuno traboccava una massa di splendide corolle che scintillavano nell’oscurità, come pareti di gioielli in una grotta ombreggiata di verde. A un capo della stanza c’era un letto enorme, e nel letto, appoggiata a un mucchio di cuscini, giaceva una minuscola figura non più grande di un bambino. Quando mi avvicinai capii che doveva essere vecchissima, perché i suoi tratti fini e delicati erano coperti da un intrico di rughe che solcavano una pelle morbida e vellutata come quella di un fungo neonato. Ma in lei la cosa stupefacente erano i capelli. Le ricadevano sulle spalle come una gonfia cascata e poi si spargevano per un tratto giù dal letto. Erano d’un intenso e bellissimo color rame, luminosi e scintillanti come se fossero in fiamme, e mi fecero pensare alle foglie d’autunno e al vivido pelo invernale delle volpi.
«Mamma cara,» disse dolcemente Kralefsky, attraversando la stanza e sedendosi su una sedia accanto al letto «mamma cara, Gerry è venuto a trovarti».
La minuscola figura sul letto sollevò le palpebre trasparenti e pallide e mi guardò con grandi occhi bruni, vispi e intelligenti come quelli di un uccello. Trasse dal folto della sua ramata capigliatura una mano sottile e bellissima, appesantita di anelli, e me la porse, sorridendo maliziosamente.
«Sono così lusingata che tu abbia chiesto di vedermi» disse con una voce sommessa e velata. «Al giorno d’oggi, tanta gente considera una persona della mia età una vera seccatura».
Imbarazzato, mormorai qualcosa, e gli occhi brillanti mi guardarono ammiccando, e lei diede in una garrula risatina da merlo e batté la mano sul letto. «Siediti qua,» mi invitò «siediti e chiacchieriamo un momentino».
Con grande cautela raccolsi la massa di capelli ramati e la spostai da una parte per potermi sedere sul letto. I capelli erano morbidi, serici e pesanti, come un’onda color fiamma che mi scorresse tra le dita. La signora Kralefsky mi sorrise e ne prese una ciocca, facendosela rigirare tra le dita perché scintillasse.
«L’unica vanità che mi sia rimasta,» disse «tutto quel che resta della mia bellezza».
Contemplò quell’ondata di capelli come se fosse un cucciolo, o qualche altra bestiolina che non avesse nulla a che fare con lei, e se li accarezzò affettuosamente.
«È strano,» disse «molto strano. Io ho una teoria, sai? Che alcune cose belle s’innamorano di se stesse, come Narciso. E quando questo succede, non hanno nessun bisogno di aiuto per vivere; diventano così prese dalla propria bellezza che vivono soltanto per quella, nutrendosi di se stesse, per così dire. In questo modo, più si fanno belle e più forti diventano; vivono in un circolo. I miei capelli hanno fatto proprio questo. Sono autosufficienti, crescono soltanto per se stessi, e il fatto che il mio corpo sia andato in rovina non li turba minimamente. Quando morirò, se ne potrà colmare tutta la mia bara, e probabilmente loro continueranno a crescere anche quando il mio corpo sarà ridotto in polvere». [pp. 260-263]

La lugubre gondola

Ormai dovrebbero saperlo anche i sassi: nel 2013 si celebra il duecentesimo anniversario della nascita di Giuseppe Verdi (nato il 10 ottobre 1813) e dui Richard Wagner (22 maggio). Wagner è stato onorato (tra l’altro) con l’inaugurazione della stagione scaligera 2012-2013, aperta da un Lohengrin con qualche polemica (più sulla regia che sul vulnus all’italianità). Verdi addirittura con l’apertura del Festival di Sanremo sulle note di Va, pensiero, sull’ali dorate: ecco, si temeva un festival dell’Unità e invece abbiamo subito avuto un’atmosfera da salsicciata celtica sul pratone di Pontida.

Ma non è di questo che volevo parlare. Verdi, certamente, ha battuto Wagner in longevità, arrivando ai rispettabili traguardi del nuovo secolo e della veneranda età di 87 anni compiuti (è morto il 27 gennaio 1901: non che sia una data che so a memoria, l’ho letta su Wikipedia). Wagner invece non ha nemmeno raggiunto i 70 anni, ed è morto a Venezia il 13 febbraio 1883. Eh, già: quindi ricorre oggi il centotrentesimo anniversario della sua morte.

Wagner in famiglia, 2 anni prima della morte / wikimedia.org/wikipedia/commons

Abbiamo già ricordato 5 anni fa, in questo post, che l’amico Franz Liszt aveva scritto alcuni brani (La lugubre gondola I e II, R.W. – Venezia), lamentando che su YouTube non ci fossero le interpretazioni di Maurizio Pollini, che le esegue di frequente. Fortunatamente, nel frattempo uno del pubblico è riuscito a catturare l’audio dell’interpretazione polliniana del 6 marzo 2012 al Southbank Centre di Londra:

Maurizio Pollini, piano
Fryderyk Chopin:
Fantasia in F minor, Op.49
Fryderyk Chopin: 2 Nocturnes, Op.62
Fryderyk Chopin: Polonaise-Fantaisie in A flat, Op.61
Fryderyk Chopin: Scherzo No.1 in B minor, Op.20
Interval
Franz Liszt: Nuages gris, S.199
Franz Liszt: Unstern! sinistre, disastro, S.208
Franz Liszt: La lugubre gondola for piano, S.200 (vers.1)
Franz Liszt: R.W. – Venezia, S.201
Franz Liszt: Sonata in B minor

As the great Italian pianist celebrates his 70th birthday in 2012 his unique artistic stature seems more widely acknowledged than ever. Pollini returns to Royal Festival Hall in a concert that follows last season’s celebrated series of five recitals.
In this classic programme Pollini takes on one of the iconic works of the Romantic repertoire – Liszt’s B minor sonata, alongside some other Liszt favourites. The Liszt throws new light on the music of his contemporary Chopin in the first half. In a recent interview Maestro Pollini said ‘Chopin is obviously a very strong lyrical composer; there is absolutely no doubt about it. But the dramatic element in his music is also very powerful and there are elements where you might look a little more deeply within his work.’
‘Pollini has few pianistic peers in the world today.’ (The Guardian)

Qui ascoltiamo i primi 4 brani della 2ª parte del recital:

Gabriele D’Annunzio, wagneriano convinto, racconta dei funerali nella scena finale de Il fuoco, in cui il suo alter ego Stelio Èffrena è uno dei 6 portatori del feretro:

Parve a Stelio di riconoscere presso la porta della sua casa, su la Fondamenta Sanudo, la figura di Daniele Glàuro.
— Ah, Stelio, t’aspettavo! — gli gridò nel turbine dei suoni la voce affannosa. — Riccardo Wagner è morto! [pos. Kindle 5574]

Il mondo pareva diminuito di valore.
Stelio Èffrena domandò alla vedova di Riccardo Wagner che ai due giovani Italiani i quali avevano trasportato una sera di novembre dal battello alla riva l’eroe svenuto, e a quattro loro compagni, fosse concesso l’onore di trasportare il feretro dalla stanza mortuaria alla barca e dalla barca al carro. Tanto fu concesso.
Era il 16 febbraio: era un’ora dopo il mezzogiorno. Stelio Èffrena, Daniele Glàuro, Francesco de Lizo, Baldassare Stampa, Fabio Molza e Antimo della Bella attendevano nell’atrio del palazzo. L’ultimo era giunto da Roma avendo ottenuto di condurre seco due artieri, addetti all’opera del Teatro d’Apollo, perché portassero al funerale i fasci dei lauri còlti sul Gianicolo.
Attendevano senza parlare e senza guardarsi, ciascuno essendo vinto dal palpito del suo proprio cuore. Non s’udiva se non uno sciacquio fievole su i gradini di quella grande porta che nelle candelabre degli stipiti recava scolpite le due parole: DOMVS PACIS.
L’uomo del remo, che era stato caro all’eroe, discese a chiamarli. Egli aveva gli occhi bruciati dalle lacrime sul viso maschio e fedele.
Stelio Èffrena andò innanzi; i compagni lo seguirono. Salita la scala, entrarono in una stanza bassa e poco illuminata ov’era un odore triste di balsami e di fiori. Attesero alcuni istanti. L’altra porta s’aprì. Entrarono a uno a uno nella stanza attigua. Tutti divennero pallidi, a uno a uno.
Il cadavere era là, chiuso nella cassa di cristallo; e accanto, in piedi, era la donna dal viso di neve. La seconda cassa, di metallo forbito, brillava sul pavimento aperta.
I sei portatori si disposero innanzi alla salma, aspettando un cenno. Altissimo era il silenzio, ed essi non battevano palpebra; ma un dolore impetuoso investiva le loro anime come una raffica e le squassava fin nelle radici profonde.
Tutti erano fissi all’eletto della Vita e della Morte. Un infinito sorriso illuminava la faccia dell’eroe prosteso: infinito e distante come l’iride dei ghiacciai, come il bagliore dei mari, come l’alone degli astri. Gli occhi non potevano sostenerlo; ma i cuori, con una meraviglia e con uno spavento che li faceva religiosi, credettero di ricevere la rivelazione di un segreto divino.
La donna dal viso di neve tentò un lieve gesto, rimanendo rigida nella sua attitudine come un simulacro.
Allora i sei compagni si mossero verso la salma; tesero le braccia, raccolsero il vigore. Stelio Èffrena ebbe il suo posto a capo e Daniele Glàuro l’ebbe a piede, come quel giorno. Sollevarono il peso concordi, a una voce sommessa del conduttore. Tutti ebbero negli occhi un barbaglio, come se a un tratto una zona di sole traversasse il cristallo. Baldassare Stampa ruppe in singhiozzi. Uno stesso nodo serrò tutte le gole. La cassa ondeggiò; poi calò; entrò nell’involucro di metallo come in un’armatura.
I sei compagni rimasero prostrati intorno. Esitarono, prima d’abbassare il coperchio, affascinati dall’infinito sorriso. Udendo un fruscio leggero, Stelio Èffrena alzò gli occhi: vide la faccia di neve inclinata sul cadavere, apparizione sovrumana dell’amore e del dolore. L’attimo fu eguale all’eternità. La donna scomparve.
Abbassato il coperchio, essi risollevarono il peso cresciuto. Lo trasportarono fuori della stanza, poi giù per la scala, con lentezza. Rapiti da un’angoscia sublime, nel metallo del feretro vedevano riflettersi i loro volti fraterni.
La barca funebre attendeva dinanzi alla porta. Su la cassa fu distesa la coltre. I sei compagni attesero a capo scoperto che la famiglia discendesse. Discese, insieme stretta. La vedova passò velata; ma lo splendore della sua sembianza era nella memoria dei testimoni per sempre.
Il corteo fu breve. La barca mortuaria andava innanzi; seguiva la vedova con i cari; poi seguiva il drappello giovenile. Il cielo era ingombro su la grande via d’acqua e di pietra. L’alto silenzio era degno di Colui che aveva trasformato in infinito canto per la religione degli uomini le forze dell’Universo.
Una torma di colombe, partendosi dai marmi degli Scalzi con un fremito balenante, volò sopra la bara a traverso il canale e inghirlandò la cupola verde di San Simeone.
All’approdo uno stuolo taciturno di devoti attendeva. Le larghe corone odoravano nell’aria cineree. S’udiva l’acqua sbattere sotto le prue ricurve.
I sei compagni tolsero il feretro dalla barca e lo portarono a spalla nel carro che era pronto su la via ferrata. I devoti appressandosi deposero le loro corone su la coltre. Nessuno parlava.
Allora s’avanzarono i due artieri con i loro fasci di lauri còlti sul Gianicolo.
Membruti e possenti, eletti tra i più forti e tra i più belli, parevano foggiati nell’antica impronta della stirpe romana. Erano gravi e tranquilli, con la libertà selvaggia dell’Agro nei loro occhi venati di sangue. I loro lineamenti risentiti, la fronte bassa, la chioma corta e crespa, le mascelle salde, il collo taurino, ricordavano i profili consolari. La loro attitudine scevra d’ogni ossequio servile li faceva degni del carico.
I sei compagni a gara, divenuti eguali nel fervore, prendendo i rami dai fasci li sparsero sul feretro dell’eroe.
Nobilissimi erano quei lauri latini, recisi nella selva del colle dove in tempi remoti scendevano le aquile a portare i presagi, dove in tempi recenti e pur favolosi tanto fiume di sangue versarono per la bellezza d’Italia i legionarii del Liberatore. Avevano i rami diritti robusti bruni, le foglie dure, fortemente innervate, con i margini aspri, verdi come il bronzo delle fontane, ricche d’un aroma trionfale.
E viaggiarono verso la collina bavara ancóra sopita nel gelo; mentre i tronchi insigni mettevano già i nuovi germogli nella luce di Roma, al romorio delle sorgenti nascoste. [5638-5664]

*Settignano di Desiderio:
li XIII di febbraio MDCCCC. [5683]

Mamma mia, che pesantezza. Liberiamoci delle greve atmosfera dannunziana con una lepidezza. Dissipiamo le nubi come nel temporale alla fine del Rheingold.

Wagner morì, pare, per attacco cardiaco. Ma in un universo parallelo, frutto probabilmente di un esperimento schrödingeriano ante litteram, Wagner morì forse di colera, come il Gustav von Aschenbach di Thomas Mann e Luchino Visconti. In quel mondo, il brano che Franz Liszt scrisse per commemorare il tragico evento si chiamava La lugubre vongola.

Le elezioni italiane comportano il rischio che i fascisti rialzino la testa?

Lo teme globalpost, un quotidiano online di Boston, che l’11 febbraio 2013 ha pubblicato un articolo di Paul Ames intitolato Fascism mounts a comeback in Italy, che afferma – tra l’altro – che un esito incerto delle elezioni e l’aggravarsi della situazione economica potrebbero spingere i gruppetti di estrema destra a compattarsi.

Berlusconi’s praise for Mussolini was widely seen as an attempt to draw votes from a plethora of small parties on the more radical right.

Other election contenders have reached out to the neo-Fascists. Anti-establishment comedian Beppe Grillo, who is running for prime minister and scores about 15 percent in polls, recently told members of the Fascist-inspired CasaPound organization that some of their ideas could be shared and that they’d be welcome to join his movement.

Named after the American poet Erza Pound, who spent much of World War II making anti-semitic and anti-allied propaganda broadcasts for Mussolini’s Radio Rome, CasaPound is one of several radical right-wing groups seeking to gain from the widespread dissatisfaction with established politics.

Divisions among the various far-right groups has weakened their influence. But some still see cause for concern, particularly if the economic situation deteriorates — a prospect many fear if the election results spook markets.

Fascisti fanno il saluto romano nella manifestazione del 28 ottobre 2012 in occasione dei 90 anni della marcia su Roma. (Tiziana Fabi/AFP/Getty Images)

L’articolo è stato ripreso anche dal popolarissimo Salon.

Metropolitana di Roma, fermata Termini: tutto il resto è noia

Alla fine ieri (11 febbraio 2013) a Roma non è nevicato: nevica a ogni morte di papa, hanno detto i romani con la consueta arguzia, non quando il papa si dimette come un premier qualunque (insomma, più Monti che Montini).

E non è neppure arrivata la temuta gelata. I grigi sacchi di plastica pieni di sale che erano comparsi in alcune postazioni strategiche del centro storico sono altrettanto sollecitamente spariti (sarà intervenuto l’esercito? la protezione civile? gli operatori ecologici? o serviranno a insaporire gli involtini primavera nei ristoranti cinesi della capitale per i prossimi decenni?).

Però è piovuto, a tratti abbondantemente. E quindi, come non ci stancheremo di segnalare, a costo di sfinirvi, si è creata la solita bella pozzanghera nel mezzanino di Termini (di recentissima realizzazione). Ne abbiamo già parlato più volte (qui, qui e qui).

Siamo tornati al secchio rosso, dopo quello blu dell’altra mattina. Adesso aspettiamo il secchio lilla per mettersi al passo (o allo scivolone) con la nuova linea M5 dei rivali milanesi.

Piove sul bagnato

Piove sul bagnato

Lavorare sulle fasce

C’era una volta, tanto tanto tempo fa, l’aristocrazia operaia. Erano lavoratori manuali che con i loro utensili prima, e con le loro macchine utensili dopo, sapevano fare cose straordinarie. Dico con le loro macchine, ma è un modo di dire. Eravamo già in una società capitalistica, e gli strumenti del lavoro, gli utensili, le macchine, non erano loro di proprietà. Erano di proprietà del padrone. Loro le potevano usare durante l’orario di lavoro, e ci facevano cose da virtuosi.

Erano i tempi in cui la manifattura si chiamava così perché la manualità aveva ancora una sua importanza, anche se gli operai lavoravano tutti insieme, in fabbrica, e non ognuno da solo, o pochi in piccoli gruppi, nell’officina.

L’idealtipo di questi operai, per me almeno, è il Tino Faussone di La chiave a stella di Primo Levi, di cui abbiamo parlato qui:

È sui trentacinque anni, alto, secco, quasi calvo, abbronzato, sempre ben rasarto. Ha una faccia seria, poco mobile e poco espressiva. Non è un gran raccontatore: è anzi piuttosto monotono, e tende alla diminuzione e all’ellissi come se temesse di apparire esagerato, ma spesso si lascia trascinare, ed allora esagera senza rendersene conto. Ha un vocabolario ridotto, e si esprime spesso attraverso luoghi comuni che gli sembrano arguti e nuovi; se chi ascolta non sorride, lui li ripete, come se avesse da fare con un tonto. [p. 3]
Se si escludono istanti prodigiosi e singoli che il destino ci può donare, l’amare il proprio lavoro (che purtroppo è privilegio di pochi) costituisce la migliore approssimazione concreta alla felicità sulla terra: ma questa è una felicità che non molti conoscono. [p. 81]
È malinconicamente vero che molti lavori non sono amabli, ma è nocivo scendere in campo carichi di odio preconcetto: chi lo fa, si condanna per la vita a odiare non solo il lavoto, ma se stesso e il mondo. Si può e si deve combattere perché il frutto del lavoro rimanga nelle mani di chi lo fa, e perché lavoro stesso non sia una pena, ma l’amore o rispettivamente l’odio per l’opera sono un dato interno, originario, che dipende molto dalla storia dell’individuo, e meno di quanto si creda dalle strutture produttive entro cui il lavoro si svolge. [p. 81]

Faussone è in cima all’aristocrazia operaia: lavora in proprio e viene chiamato in giro per il mondo per la sua competenza e per la sua abilità. In questo è una rarità, se non un’eccezione.

Di solito, invece, si trattava di operai salariati particolarmente bravi. E questo, anche nel capitalismo selvaggio dell’accumulazione originaria  dei robber barons, della giungla di Upton Sinclair, dava loro un potere contrattuale: potevano andare a lavorare da un’altra parte, con buone probabilità che la loro bravura li rendesse appetibili sul mercato del lavoro. In ogni caso, altri padroni (padroni B, chiamiamoli) potevano fare un’asta per assicurarsi le loro prestazioni portandoli via ai primi padroni (chiamiamoli padroni A). L’unico rimedio a disposizione dei padroni A era quello di alzare artificialmente il costo della transazione, sia per il lavoratore sia per i padroni B.

Nascono così una serie di strumenti: la liquidazione, retribuzione differita che cresce con la durata della permanenza presso lo stesso padrone; la pensione di anzianità, proporzionale anch’essa agli anni passati nella stessa occupazione; e gli scatti di anzianità, progressioni di salario che si realizzano dopo un certo numero di anni trascorsi nella stessa posizione.

Come avrete già capito, gli operai specializzati (e qualificati: non è la stessa cosa) sono disposti su un continuum, che va dal vertice di Tino Faussone al grado zero di Lulù Massa (il protagonista di La classe operaia va in paradiso di Elio Petri), che è un operaio di catena, ma un virtuoso del cottimo, almeno all’inizio del film.

Ecco, dopo arriva il fordismo, e con il fordismo l’operaio-massa. Nella prima metà del XX secolo negli Stati Uniti. Molto dopo da noi. L’aristocrazia operaia viene spazzata via dall’operaio massa. Anche Ludovico Massa, detto Lulù, si risveglia dalla falsa coscienza dello stakanovista per scoprirsi una pedina tra le tante (se volete vedere il film, su YouTube c’è tutto).

Adesso il valore è la flessibilità, la mobilità. Dunque, l’anzianità non andrebbe premiata, ma scoraggiata. E allora, perché gli incentivi alla tenure restano nei contratti, amati dai sindacati come dai datori di lavoro. Per la verità, nel privato i datori di lavoro cominciano a chiederne l’abolizione, come mi raccontava mia moglie. Nella pubblica amministrazione, invece il feticcio dell’anzianità resta, caro al sindacato ma, in realtà, anche all’amministrazione, che ne fa uno strumento di governo un po’ paternalistico.

Me lo sono chiesto qualche tempo fa, quando nell’amministrazione pubblica in cui lavoro ho dovuto dedicare molte ore ai cosiddetti «passaggi di fascia». Trovo curioso che in una situazione in cui il dipendente pubblico di ruolo, che per avere vinto un concorso matura un diritto quasi reale a restare abbarbicato al suo scoglio come una cozza (c’è stata una volta che uno mi ha detto, scherzando ma non proprio: «Io 15 anni fa ho vinto un regolare concorso, e quindi lo stipendio il 26 del mese mi spetta; se volete anche vedermi lavorare, mi dovete dare un incentivo, o almeno una prospettiva di carriera!»), ci si preoccupi di premiare l’anzianità. Eppure, per farla breve, i contratti di lavoro prevedono che oltre ai “livelli” (per passare di livello ci vuole un concorso, anche se non sempre e non necessariamente un concorso “pubblico”, cioè aperto a tutti) ci siano delle “fasce” che si raggiungono per anzianità. Tipicamente, dopo un certo numero di anni passati in un dato livello nella fascia di base si “matura” il diritto di passare alla fascia superiore, che dà diritto a uno scatto retributivo.

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Questa la sostanza della cosa. Ma siamo nel regno dell’apparenza, quello che rende la nostra burocrazia più borbonico-spagnolesca che sabaudo-napoleonica o germanico-calvinista. Quindi non si matura un diritto alla fascia, ma soltanto un requisito oggettivo a poter essere preso in considerazione per il passaggio di fascia. Che viene attribuito sulla base di una relazione scritta dall’interessato, che racconta che cosa ha fatto negli anni trascorsi nella fascia inferiore; poi il suo diretto superiore controfirma la relazione (ne prende visione senza responsabilità sui contenuti? oppure l’assevera nel merito?); e se per caso – ma evidentemente accade quasi sempre – il candidato ha cambiato posizi0ne lui oppure se si sono avvicendati più superiori, le firme aumentano a dismisura.

A questo punto viene formata una commissione interna, che non fa un vero concorso, ma comunque valuta “nel merito” le relazioni presentate. Ma che in ogni caso poi attribuisce il passaggio di fascia, solo che ne esistano i requisiti soggettivi (x anni trascorsi nella fascia inferiore): non si è mai visto che una fascia non venga attribuita. Quand’anche si stesse parlando di un tossicodipendente assenteista conclamato, perché «si creerebbe un precedente», cosa che evidentemente non vogliono né l’amministrazione né il sindacato.

A rendere la situazione ancora più paradossale, le retribuzioni dei dipendenti delle pubbliche amministrazioni sono congelate dal 24 maggio 2010 e la norma stabilisce chiaramente che gli aumenti che sarebbero dovuti intervenire durante il blocco (la cui fine non sembra imminente) non potranno essere recuperati mai. Quindi tutto l’esercizio che ho appena descritto, che costa tempo e danaro ai lavoratori e all’amministrazione, ha come unico risultato che sul cedolino dello stipendio e sugli altri documenti dell’ufficio del personale il dipendente troverà scritto, ora, terza fascia invece di seconda fascia. Bello, no? Son soddisfazioni. Ma non un centesimo in più.

E non finisce qui. Nel contratto è anche previsto che un’esigua minoranza dei lavoratori (al massimo il 10%, mi pare stabilisca il contratto integrativo), se è trascorsa almeno le metà della durata della permanenze prevista per il passaggio alla fascia successiva, possa accedere a un passaggio anticipato di fascia, con procedure naturalmente un pochino più complesse e time consuming, ma con lo stesso risultato pratico: potersi fregiare di una dicitura cui non corrisponde alcun vantaggio economico, né lavorativo, né di prestigio. Credetemi.

Questo paese non ha speranze.

Alan Bennett – Smut

Bennett, Alan (2010-2011). Smut: Stories. New York: Picador. 2012. ISBN 1846685265. Pagine 214. 7,78 €

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Un lettore onnivoro e impenitente si deve aspettare di tutto dai suoi impulsi. Anche di essere indotto a comprare e a leggere un libro da Facebook. La storia è questa (anche se su FB tutto è ultrapubblico tacerò i nomi): il 27 luglio 2012 un’amica (nell’accezione FB ma, mi auguro, anche in quella più ampia della vita reale) pubblica il seguente “aggiornamento di stato”: «Eh sì. Per me, letturine sporche. Anche.». E sotto questo libro, con il link alla bella copertina adelphiana e il testo del risvolto di copertina:

adelphi.it

Questa volta Alan Bennett svela una inusitata vena piccante: «lo scrittore più amato della Gran Bretagna» – ma non meno amato dai nostri numerosissimi lettori di Nudi e crudi e La sovrana lettrice – ci tuffa infatti in due farse scanzonate e impertinenti. Entriamo così nell’atmosfera briosa di Mrs Donaldson ringiovanisce, dove una rispettabile vedova di mezza età, dedita al mestiere di simulatrice di malattie in una clinica universitaria, si trova inopinatamente nel ruolo di apprendista voyeur; e poi nell’esilarante girandola di amplessi e ricatti incrociati di Mrs Forbes non deve sapere, la sorniona pochade familiare dove finiremo per godere del più grande fra i privilegi – quello di scoprire i segreti per primi. Tutto da ridere? Come sempre con Bennett, non proprio. Il nostro «maestro dell’osservazione» guarda il mondo come uno Swift fattosi malinconico e bonario; e con un’ironia mai livida, spesso affettuosa, irride le inibizioni, i convenzionalismi, le piccole miserie delle persone che si dichiarano normali nella loro vita di ogni giorno. Riuscendo anche questa volta, con la sua maliziosa levità, a insinuarsi nella psiche di tutti.

Nel mio animo alberga, neppur troppo sotterranea per la verità, una componente licenziosa e libertina. Più precisamente porcellina o porcellona, anzi. E quindi mi sono fiondato a comprare il libro su Kindle. Poi sono passati i mesi, altre urgenze, meno carnali e più intellettuali, hanno guidato le mie letture. Fino a quando, qualche giorno fa, l’ho aperto e divorato.

Sgombriamo subito il campo: non siamo di fronte a un romanzo porno, neppure nell’accezione soft delle 50 sfumature di tutto. Meno che mai ai sulfurei bagliori del divino marchese o dell’Histoire d’O. Nemmeno all’ikebana pubico di Lady Chatterley:

With quiet fingers he threaded a few forget-me-not flowers in the fine brown fleece of the mound of Venus.
‘There!’ he said. ‘There’s forget-me-nots in the right place!’
She looked down at the milky odd little flowers among the brown maiden-hair at the lower tip of her body.
‘Doesn’t it look pretty!’ she said.
‘Pretty as life,’ he replied.
And he stuck a pink campion-bud among the hair.
‘There! That’s me where you won’t forget me! That’s Moses in the bull-rushes.’

Siamo piuttosto di fronte a un divertito racconto britannico, pieno di compiaciuto understatement e di piacevolissima lettura. Il primo racconto è decisamente migliore del secondo, anche se è quest’ultimo a contenere le citazioni più memorabili e i dialoghetti più abrasivi. Il risvolto di copertina forse esagera i pregi dell’opera. Ma è il mestiere suo, e la fa molto bene, tanto che ho la tentazione di scrivere che è il brano più riuscito del libro…

Chissà se è poi piaciuto alla mia amica di FB-

* * *

Qualche citazione che, per una volta, dànno un’idea molto precisa dello stile e del tono dell’autore (riferimento come sempre alle posizioni sul Kindle).

She was (or thought herself) a conventional middle-class woman beached on the shores of widowhood after a marriage that had been, she supposed, much like many others…happy to begin with, then satisfactory and finally dull. [140]

‘If you are getting married in church, Graham, the vicar likes you to pretend you believe in God. Everyone knows this is a formality. It’s like the air hostess going through the safety drill. God’s in His heaven and your life jacket’s under the seat.’ [1307]

‘[…] What’s she like? Pretty?’
‘No,’ said Graham honestly. ‘
Big tits?’
‘Not particularly.’
‘Expecting?’
‘No.’
‘So what’re you marrying her for?’ [1352]

One of the functions of women, Mr Forbes had long since decided, was to impart an element of trouble into the otherwise tranquil lives of men. [1503]

There was, too…and this may be harder to understand…there was affection. Monstrous as she was, a tyrant and a snob, Graham’s mother was an ogre of such long-standing that her feelings (though they could often only be guessed at) nevertheless merited respect. Not yet an ancient monument she was a survival and on that score alone her outlook and her armour-plated ignorance merited preservation. [1843]

Metropolitana di Roma, fermata Termini: una nuova puntata

Riassunto delle puntate precedenti:

  • il 10 aprile 2010 iniziano i lavori per il rifacimento della stazione Termini delle linee metropolitane A e B
  • costo previsto 63 milioni di euro
  • grandi disagi per le migliaia di persone che ogni giorno passano dalla stazione: deviazioni, percorsi di guerra, entrate e uscite chiuse
  • i lavori avrebbero dovuto concludersi (dopo vari rinvii) il 31 dicembre 2012
  • non è stato così, i lavori sono ancora in corso, alcune entrate sono ancora chiuse.

Alcune critiche, però, le abbiamo già fatte (qui e qui) e possiamo riassumerle così:

  • il problema dei flussi in entrata e in uscita che si intersecano non è ancora stato risolto, nonostante i buffi «fumettoni» appiccicati a terra
  • il pavimento di pietra liscia color antracite, indubbiamente più bello di quello in gomma, è però decisamente scivoloso (e comunque i «fumettoni» rovinano l’effetto estetico)
  • le contropareti di metallo smaltato bianco, belle e luminose, sottraggono parte del già esiguo spazio dei corridoi e delle banchine.

Soprattutto, continua a pioverci dentro. Esattamente nello stesso punto segnalato a novembre.

Come si rimedia? Nel lungo periodo non lo so, ma non lo sa neanche Metroroma, che in 3 mesi non ha trovato una soluzione. Nel breve periodo, si è fatto ricorso a una tecnologia anni Sessanta. Qualcuno ricorda il Carosello con Gino Bramieri? E mo? Moplen. Un bel secchio di plastica e passa la paura.

Rimetto la stessa foto che avevo messo a novembre – così evito di fare una cosa illecita, che fare foto sarebbe vietato (anche se non capisco perché). L’unica differenza è che oggi il secchio era blu, non più rosso. Il resto tutto uguale. Sempre latitante un avviso che avverta del pericolo di scivolare, come è obbligatorio (penso) nei luoghi pubblici. Qui, come è facile immaginare, passano ogni giorno migliaia di persone.

Piove sul bagnato

Piove sul bagnato