Il cavaliere nero

Una leggendaria, storica gag di Gigi Proietti.

Irresistibile la morale, da tenere a mente sempre, sul lavoro e nella vita privata: da certi individui è meglio stare alla larga, sempre e in ogni circostanza.

Qui il link all’mp3 (l’ho trovato in rete, spero di non violare più di 20 norme).

Proverbi pessimisti (5)

Unire il futile allo spregevole.

Dedicato a Siegfried Boselli e al suo eroico proposito di raccogliere i gloriosi frammenti del craxismo infranto e forgiare la spada invincibile del nuovo Psi.

Ci sarà anche Pietro Longo (tessera P2 926)? La fortuna aiuta i batraci.

Che la farsa sia con voi!

Letto

Sdraiato sotto le lenzuola, reggeva il libro con due mani.

– Vieni, facciamo qualcosa di meglio… – gli sussurrò la donna con voce un po’ roca.

– Non c’è niente di meglio da fare qui. – rispose. senza staccare gli occhi dalle pagine – Una ragione ci sarà, se si chiama letto, e non scopato.

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La signora di Shanghai

La signora di Shanghai, di e con Orson Welles

Visto in televisione il pomeriggio di Pasqua (per la prima volta, mi pare).

Forse non è il capolavoro di Orson Welles, ma io sono rimasto con il fiato sospeso e a bocca aperta per gli 87 minuti del film. Cominciamo da qui: si può dire tutto in 90 minuti o poco meno, al cinema come in una partita di calcio. Questa era la regola, e i film più lunghi un’eccezione: quando uscì Barry Lyndon di Kubrik (184 minuti) tutti a lamentarsi; adesso per raccontare Il Signore degli anelli (fedelmente per carità: ma siamo sicuri che sia un pregio?) nove ore di film in tre puntate (208+223+251 minuti: 11 ore e passa)!

La storia è un noir, con tutti gli ingredienti del caso: una dark lady (ma è una straniata e inedita Rita Hayworth, con i capelli corti e biondi, così diafana da non sembrare la cattiva che è) e un eroe-vittima (che è ingenuo all’epoca dei fatti, ma commenta ironico fuori campo, evidentemente da un’epoca più tarda, in cui è diventato duro e disilluso come un Bogart).

La tecnica è raffinata. Il montaggio è nervosissimo, in cui alcune sequenze durano pochi secondi (la festa sulla spiaggia messicana); dà ritmo al film, e accelera nei momenti di maggiore tensione. Un’altro esempio è il passaggio dal recinto del tribunale (dove si svolge l’azione) al pubblico che commenta, con un forte contrasto tra un modo di filmare “normale” e i brevi flash sui volti e sulle battute dei curiosi (Welles odiava la gente, e traspare nella cattiveria con cui in pochi istanti mette in luce i loro – e nostri – tic). Welles, però, usa molto anche un altro tipo di inquadratura, un’inquadratura lunga, in cui i personaggi e gli eventi entrano ed escono. Poi c’è la fotografia in bianco e nero, che consente la creazione di “effetti speciali” (sì, questa una scare quote, che ho messo per attirare la vostra attenzione sul fatto che sto usando il termine “effetti speciali” in un’accezione diversa da quella consueta): non per prova di virtuosismo o per farsi ammirare dallo spettatore, ma per rafforzare il clima psicologico. Ne sono un esempio le ombre dei tralicci nella fuga nel luna park cinese, o l’agitarsi di un’enorme piovra sullo sfondo durante l’appuntamento all’acquario. I movimenti di macchina: memorabile quando segue Welles e la Hayworth facendo lo slalom tra i pilastri di un portico messicano. Ancora le inquadrature: geometrie quasi astratte formate dai moli del porto di San Francisco, l’unico elemento lineare, e dunque comprensibile, di una situazione tortuosa e confusa, per il protagonista e per gli spettatori.

Gli attori. Di lui non parlo nemmeno, stratosferico. Rita Hayworth – che all’epoca non piacque – sdraiata su un lettino canta con un filo di voce Please Don’t Kiss Me (è doppiata da Anita Ellis): la scena più sexy del film. Everett Sloane (Mr Bernstein in Citizen Kane) interpreta l’avvocato Bannister. Glenn Anders è un Grisby memorabile: non mi pare di averlo visto in nessun altro film, ma qui dimostra una grandissima classe.

Un film, in conclusione, in cui nulla è quello che sembra. Se vi resta ancora un dubbio – sembra dirci Welles – ve lo faccio capire nella celebre scena del labirinto di specchi.

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Wittgenstein

Rispondo pubblicamente a un commento su Somiglianze di famiglia.

Ho con Wittgenstein un rapporto di amore-odio. I suoi testi sono densi come melassa, e leggerli è faticosissimo: perdi la concentrazione un momento e ti chiedi: “ma che sta dicendo? sono io che non capisco?”. Frustrante.

Ho il sospetto che fosse affetto da sindrome di Asperger: questo spiegherebbe anche la sua incapacità di entrare in rapporto con le altre persone, molto più della sua supposta omosessualità (no pun intended). Non minacciava soltanto gli interlocutori con un attizzatoio (ma poteva mai essere a corto di idee?). Quando faceva il maestro, picchiava gli scolari e ne mandò uno all’ospedale. Nessuna giustificazione.

Però penso che dovremmo fare uno sforzo per tenere separata gli aspetti della vita personale dei geni (e di tutte le persone), per quanto sgradevoli o riprovevoli siano, dal contributo che hanno dato alla scienza e alle arti. Secondo me, Tristano, Parsifal e L’anello del nibelungo sono capolavori anche se piacevano anche ai nazisti e se Wagner era antisemita: mi dispiace che in Israele non se li possano godere. Furtwängler – sempre a mio parere – è il più grande direttore d’orchestra di tutti i tempi, anche se era filo-nazista e diresse i Berliner Philharmoniker in occasione del compleanno del Führer. Ciò non toglie che abbiano fatto bene a epurarlo: su questo episodio c’è un film molto interessante, che vi raccomando (A torto o a ragione)

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Somiglianze di famiglia: metadati (4)

Promesse da marinaio. Non avevamo finito. “Dissi, vissi e mi contraddissi” è un mio motto. Consideratelo un commento a La classificazione dei bassotti (e anche un suo disvelamento).

Due brani di Wittgenstein:

Considera, ad esempio, i processi che chiamiamo “giochi”. Intendo giochi da scacchieri, giochi di carte, giochi di palla, gare sportive, e via discorrendo. Che cosa è comune a tutti questi giochi? – non dire: “deve esserci qualcosa di comune a tutti, altrimenti non si chiamerebbero ‘giochi’ “– ma guarda se ci sia qualcosa di comune a tutti. – Infatti, se li osservi, non vedrai certamente qualche cosa che sia comune a tutti, ma vedrai somiglianze, parentele, e anzi ne vedrai tutta una serie. Come ho detto: non pensare, ma osserva! – Osserva, ad esempio, i giochi da scacchiera, con le loro molteplici affinità. Ora passa ai giochi di carte: qui trovi molte corrispondenze con quelli della prima classe, ma molti tratti comuni sono scomparsi, altri ne sono subentrati. Se ora passiamo ai giochi di palla, qualcosa di comune si è conservato, ma molto è andato perduto. Sono tutti ‘divertenti’? Confronta il gioco degli scacchi con quello della tria oppure c’è dappertutto un perdente o un vincente o una competizione tra giocatori? Pensa allora ai solitari. Nei giochi con la palla c’è vincere e perdere; ma quando un bambino getta la palla contro un muro e la riacchiappa, questa caratteristica è sparita. Considera quale parte abbiano abilità e fortuna. E quanto sia differente l’abilità negli scacchi da quella nel tennis. Pensa ora ai girotondi: qui c’è l’elemento del divertimento, ma quanti degli altri tratti caratteristici sono scomparsi! E così possiamo passare in rassegna molti altri gruppi di giochi. Veder somiglianze emergere e sparire. E il risultato di questo esame suona: Vediamo una rete complicata di somiglianze che si sovrappongono e si incrociano a vicenda. Somiglianze in grande e in piccolo.

[…]

Non posso caratterizzare queste somiglianze meglio che con l’espressione “somiglianze di famiglia”; infatti le varie somiglianze che sussistono tra i membri di una famiglia si sovrappongono e si incrociano nello stesso modo: corporatura, tratti del volto, colore degli occhi, modo di camminare, temperamento, ecc. ecc. – E dirò: i ‘giochi’ formano una famiglia. E nello stesso modo formano una famiglia, ad esempio, i vari tipi di numeri. Perché chiamiamo una certa cosa ‘numero’? Forse perché ha una – diretta – parentela con qualcosa che finora si è chiamato numero; e in questo modo, possiamo dire, acquisisce una parentela indiretta con altre cose che chiamiamo anche così. Ed estendiamo il nostro concetto di numero così come, nel tessere un filo, intrecciamo fibra con fibra. E la robustezza del filo non è data dal fatto che una fibra corre per tutta la sua lunghezza ma dal sovrapporsi di molte fibre una all’altra. Se però qualcuno dicesse: “Dunque c’è qualcosa di comune a tutte queste formazioni, – vale a dire la disgiunzione di tutte queste comunanze” – io risponderei: qui ti limiti a giocare con una parola. Allo stesso modo si potrebbe dire: un qualcosa percorre tutto il filo, – cioè l’ininterrotto sovrapporsi di queste fibre.

Wittgenstein, Ludwig (1967). Ricerche filosofiche. Torino: Einaudi. 1967.

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Pasqua e pacchia

Questa mattina mi sono sveglaito con la curiosità di sapere se le parole “pasqua” e “pacchia” fossero apparentate dall’etimologia.

L’origine di “pasqua” la sappiamo tutti, almeno tutti noi che abbiamo bazzicato a lungo i preti e la Bibbia: dall’ebraico pesah (passaggio), attraverso il greco páscha, con una poetica contaminazione con il latino pascua (pascoli).

E pacchia? Secondo il Vocabolario Treccani, l’etimologia è ignota. Però il significato originario è suggestivo: “condizione di vita, o di lavoro, facile e spensierata, particolarmente conveniente, senza fatiche o problemi, senza preoccupazioni materiali; anche, l’aver da mangiare e bere in abbondanza”. Il Dizionario etimologico online propone tre possibili origini – il barbaro latino pacho (porco ingrassato), il latino pàtulum (ampio, spazioso) e il latino pàbulum (pascolo) – di cui preferisce la seconda.

Io invece preferisco la terza, perché la parentela tra pascua e pabulum conferma la mia ipotesi (noi ricercatori siamo fatti tutti così: cerchiamo soprattutto conferme; non credete a quelli che si dicono spassionati e popperiani puri!). In fin dei conti, la scorpacciata è quintessenziale alla pasqua (soprattutto per chi aveva digiunato per tutta la quaresima), a partire dalla tradizione della monumentale colazione pasquale.

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I misteri di Parigi, di Eugéne Sue

L’ho finito, ma è stata una fatica improba. L’opera, pubblicato nel 1842-43, è in dieci volumi. Circa 1800 pagine. Ve lo sconsiglio: se siete interessati al feuilleton, leggetevi Dumas; si vi appassiona la società francese del XIX secolo, La comédie humaine di Balzac (lungo per lungo, almeno è scritto come dio comanda).

“E allora perché l’hai letto?” diranno subito i miei piccoli lettori. La storia è lunga e avventurosa (a modo suo).

Tra il 1970 e il 1976 ho letto un sacco di Marx. Stavano uscendo pressi gli Editori Riuniti le Opere complete di Marx ed Engels in 50 volumi (state tranquilli, a un certo punto ho smesso di comprarli) e via via che uscivano li compravo e li leggevo. I misteri di Parigi erano stato un enorme successo editoriale, e anche Marx l’aveva letto; era anche molto dibattuto negli ambienti socialisti, perché segnava la conversione di Sue al socialismo ed era tutto intriso di critica sociale e di proposte riformiste (il che, ahimè, lo rende se possibile ancora più indigesto). In particolare, un certo Franz Zychlin von Zychlinsky, ufficiale prussiano e giovane-hegeliano, con lo pseudonimo di Szeliga aveva pubblicato una recensione del libro sulla Allgemeine Literatur-Zeitung. Marx, ne La sacra famiglia, la prima opera scritta in collaborazione con Engels nell’autunno del 1844, se la prende con l’articolo di Szeliga e – nel farlo – ci sommministra una mega-recensione de I misteri di Parigi (non esagero, ne parla per due capitoli, il quinto di 25 pagine e l’ottavo di 54!).

Per i più curiosi riporto un sunto del romanzo in una pagina a parte.

Andiamo avanti. Mi era rimasta una curiosità. Il Marx polemista è di un sarcasmo sferzante, a volte molto divertente. Con il passare degli anni i ricordi si stemperano: ricordavo che il libro era una potenzialmente interessante e che Marx ne parlava in una sua opera (ma non ricordave quale), pensavo che fosse una lettura leggera e disimpegnata, non avevo coscienza delle dimensioni del mostro. Così un giorno di molti anni dopo – alla fine degli anni Ottanta o all’inizio degli anni Novanta – mi imbatto nel libro su una bancarella e lo compro. Ma non lo leggo. Passano altri anni, e l’autunno scorso mi decido e comincio al leggerlo. Arrivo alla fine, a pagina 854, e scopro con orrore che ho comprato soltanto il primo tomo, che racchiude i primi cinque volumi. A questo punto vorrei sapere come va a finire. Niente paura, lo cerco sul web e me lo compro. Niente, nessuna edizione in commercio (e tte credo!). Mi incaponisco e trovo, sul Project Gutenberg, il testo in francese e in inglese: scelgo l’inglese (il mio francese non è abbastanza buono per leggere l’originale) e pazientemente me lo leggo sul palmare. L’ho finito lunedì sera.

Ripeto: non ne valeva la pena.

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Scusi, signore…

Ancora su Parma e dintorni.

Un contadino vedi in un campo un pappagallo. Non conoscendo l’uccello, ma già pregustandolo arrosto, si avvicina di soppiatto e, zac!, l’intrappola sotto il cappello.

Subito da lì sotto esce una voce cavernosa e impaziente:

Co fèet? (“Che cosa fai?”).

C’al scüsa, sior, l’eva tòt par n’osèl (“Scusi, signore, l’avevo presa per un uccello”), risponde il contadino, liberandolo.

Questa storiella, esile e vagamente surreale (potrebbe essere di Zavattini), me la raccontava spesso mio padre, sempre con quest’ambientazione parmense e imitando quel dialetto e la sua erre sonora e francese. Al di là del surrealismo, il senso ultimo è quello di mettere alla berlina quella miscela infernale di ignoranza e deferenza che il contadino, e molti altri, esibiscono.

Le ochette del pantano

La prima poesia che ho imparato alle elementari, probabilmente in prima, si chiama Le ochette del pantano, di Renzo Pezzani. Dev’essere un’esperienza comune a molti coetanei, perché era presente su tutti i libri di lettura, che erano diversi per curatore, anno d’edizione e prezzo ma in sostanza tutti uguali (ma guai ad avere quello sbagliato! e i bambini, che sono legalitari e “letterali”, erano i primi alleati dei maestri e dell’industria del libro scolastico).

Cercando la poesia con Google, scopro che è generalmente considerata una filastrocca d’origine ignota, cui nel tempo si sono aggiunti versi che non c’erano. Restituiamo a Renzo quel che è di Renzo. Ecco l’originale:

Le ochette del pantano
vanno piano piano piano
tutte in fila come fanti
una dietro e l’altra avanti
una si pettina
l’altra balbetta
con voce bassa
la stessa parola
una sull’acqua
come una barchetta
fatta di un foglio
di libro di scuola.

Non male, vero? hai una sua esile delicatezza crepuscolare, se uno riesce a non ridere subito. Oppure se ride, e poi prova a rileggerla.

Renzo Pezzani, nato nel 1998 1898, era di Parma. Seguì la sua vocazione e fece il maestro, ma l’avvento del fascismo lo costrinse a fuggire (Parma resistette a lungo dopo la marcia su Roma, ma alla fine la resistenza di Parma Vecchia, il quartiere proletario della città al di là del torrente, fu soffocata nel sangue). Pezzani fuggì a Torino, dove lavorò alla casa editrice SEI. I suoi libri di lettura per le elementari lo resero ricco, ma quando morì nel 1951 era rovinato.

Continuò ad amare la città natale, dove sognava di tornare, e scrisse un Inno a Parma che fu musicato da Ildebrando Pizzetti per coro a due voci e orchestra nel 1951.

Qui sotto uun’immagine di Parma Vecchia (od Oltretorrente). Chi deve capire, capirà…